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Non ho mai amato Las Vegas. Mi avevano invitato a tenere una conferenza dal titolo “Come sopravvivere all’ansia in tempi di ottimismo forzato” — roba che fa sembrare i manuali di autoaiuto romanzi di guerra. Ho accettato per due motivi: uno, pagano; due, il buffet prometteva tre tipi di cheesecake.

La mia auto però, come sempre, non condivide le mie scelte di vita. A metà del deserto tossisce, rantola e muore. Io resto lì, solo, con il vento e qualche cespuglio rotolante che sembra divertirsi più di me.

Cammino. Ogni passo è un monologo interiore. Nessuna auto passa. Nessuna. Poi, da dietro una curva piatta — sì, anche le curve nel deserto sono piatte — spunta un coso. Un veicolo che sembra uscito da un catalogo sovietico di elettrodomestici spaziali. Sospeso a dieci centimetri dall’asfalto, fa un rumore elegante: come un frigorifero che ha studiato filosofia.

Si ferma davanti a me. Il finestrino si apre senza aprirsi, come una tenda che cambia idea. E lì c’è lui. Pelle grigia, occhi enormi, voce calma. «Scusi,» dice, «sa indicarmi la strada per Las Vegas? Sono appena uscito dall’Area 51 e… mi sono un po’ perso.»Io sgrano gli occhi. «È uscito dall’Area 51?»«Sì. Abbiamo finito il turno di osservazione.»«Osservazione di… cosa?»«Di voi.» Sospira come uno scienziato stanco. «Siete molto più complicati delle cavie standard. Vi contraddite a un ritmo impressionante.»

Mi invita a salire. Non con un’arma o un raggio traente: con la stessa gentilezza con cui si invita un vicino a bere un caffè. Dentro c’è una sfera luminosa sospesa al posto del volante.«È… automatico?» chiedo.«No. È sensibile all’umore.»

Appena penso aiuto, partiamo come una capsula lanciata da un dio distratto. E mentre cerco di tenere la mandibola al suo posto, lui parla con la calma di chi ha tutto il tempo dell’universo.«Stiamo studiando l’ansia umana. È la vostra più interessante invenzione collettiva.»«È un talento naturale,» rispondo, aggrappato al sedile.

Poi, mentre il mezzo sfreccia, scivoliamo davanti al celebre cartello arrugginito: AREA 51 – DO NOT ENTER.Io lo guardo. Lui ride. «Sì, lo abbiamo messo noi. Funziona da decenni. Nessuno entra davvero, si limitano a fantasticare.»

Per un attimo mi passa per la testa che l’umanità non sia lo scienziato… ma la cavia. E che l’unico a non averlo ancora capito sono io.Durante il viaggio mi tempesta di domande: perché abbiamo bisogno di pubblicità, perché baciamo a occhi chiusi, perché costruiamo armi per sentirci più sicuri, e — questa è la mia preferita — perché accendiamo la televisione quando ci sentiamo soli.Io rispondo come posso: un misto di sarcasmo, filosofia da autogrill e verità che di solito non dico ad alta voce.

Arriviamo a Las Vegas all’alba. Lui vuole assistere alla mia conferenza — “È per la ricerca,” dice. Si siede in prima fila, taccuino di luce sulle ginocchia. Io, per la prima volta nella mia carriera di uomo ansioso, dico la verità senza travestirla. La gente ride, applaude, prende appunti. Io parlo e basta.

Alla fine lui si alza.«Ora ho capito. Gli umani fingono di capirsi tra loro. È così che sopravvivono.»Ci pensa un attimo. «È un meccanismo elegante.»Io sorrido. “È tutto quello che abbiamo.”

Fuori, davanti al casinò, la città si sveglia come una cantante stonata ma entusiasta. Lui sale sul suo tostapane spaziale, pronto a tornare nel laboratorio dove sono loro a studiare noi.Io resto con la mia valigetta e l’odore di cheesecake nell’aria. E per la prima volta da anni, non ho fretta di scappare da me stesso. Forse perché, se siamo cavie, almeno non lo siamo da soli.

Armando

Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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