Il peso del potere

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Politica · 7 Novembre 2025 · ⏱ 4 min · ~821 parole

Washington, fine aprile 2025. Nel giardino sud della Casa Bianca, Trump mostra ai giornalisti il faldone con le firme dei suoi nuovi ordini esecutivi. È il centesimo giorno del mandato. Cento giorni, centinaia di firme. Non un record di consenso, ma di atti: oltre cento executive orders depositati nel Federal Register. Una pioggia normativa che rievoca, più che un ritorno alla politica tradizionale, la vecchia idea di una presidenza imperiale.

Il primo semestre del nuovo mandato ha segnato il momento di massima concentrazione del potere esecutivo nella storia recente degli Stati Uniti. Confrontarlo con i primi mesi di Reagan, Clinton, Obama e Biden serve a misurare quanto si sia allungata, nel tempo, l’ombra della Casa Bianca sul sistema dei pesi e contrappesi.

La macchina delle firme
Nel 1981 Ronald Reagan firmò 17 ordini esecutivi nei primi cento giorni, quasi tutti per completare la transizione.
Nel 1993 Bill Clinton arrivò a 13, Barack Obama nel 2009 a 19, Joe Biden nel 2021 a 42 (record postbellico).
Trump, nel 2025, ha superato quota 140.
Non è solo quantità: cambia la qualità. Quasi un terzo riguarda la ristrutturazione interna del potere amministrativo — la catena di comando tra Casa Bianca e independent agencies. È la mossa con cui ha sciolto, di fatto, la nuova Circular A-4 (emanata nel 2023) per ripristinare la versione 2003: un passo tecnico, ma cruciale. Significa tornare a criteri meno stringenti di valutazione economica delle norme federali. È lì che si misura la filosofia di governo: la velocità prima della concertazione.
(Fonti: Federal Register, OMB Circular A-4, American Presidency Project).

Il Congresso come spettatore
Nei primi mesi di Reagan, la Casa Bianca lavorava a braccetto con il Congresso per la riforma fiscale e la riduzione della spesa. Obama usava i decreti per aprire cantieri legislativi — non per sostituirli. Trump 2025 ha imboccato la strada opposta: l’esecutivo come motore autosufficiente, mentre il Parlamento resta bloccato dalle divisioni interne.
Il risultato? In sei mesi, poche leggi e molti decreti, che però generano attriti giuridici immediati: le corti federali sono sommerse da ricorsi.
Il sistema regge, ma scricchiola. Come notava già il Congressional Research Service, «l’uso dell’ordine esecutivo è fisiologico, l’abuso è patologico».
(Fonti: CRS Report “Executive Orders: Overview and Issues”, 2024).

La prova dei tribunali
Dove Reagan negoziava e Obama testava i limiti della Costituzione per via giudiziaria, Trump sembra volerli forzare in anticipo. Il suo ordine più discusso — quello che estende la rimozione diretta dei vertici delle independent agencies — apre un contenzioso che la Corte Suprema dovrà decidere nei prossimi mesi.
È qui che il confronto storico pesa di più: nessun presidente moderno aveva toccato in modo così diretto la logica di indipendenza regolatoria. Nemmeno Nixon, che pure parlava di “deep state”.
La mossa segna una nuova soglia: l’idea che l’amministrazione federale non sia un corpo autonomo, ma un prolungamento del potere personale del Presidente.

Nota economico-sociale
Sul piano macro, il quadro è ambiguo: un primo trimestre 2025 leggermente negativo (–0,5% del PIL reale), poi rimbalzo al +3,8% in primavera (BEA). Disoccupazione al 4,2% (BLS). Numeri stabili, ma non eclatanti.
I mercati sembrano più attratti dal taglio di regolazioni che preoccupati dal caos normativo. Tuttavia, come sempre, l’economia non traduce in automatico la salute delle istituzioni.
Il vero segnale è politico: un esecutivo che procede per ordini più che per leggi crea una prosperità volatile, priva di consenso stabile.

Il meccanismo
Dal 1981 al 2025, la traiettoria è chiara:
la Casa Bianca ha progressivamente ampliato l’uso dell’EO per compensare la paralisi legislativa;
ogni crisi — economica, sanitaria, geopolitica — ha spinto un po’ più in là il limite;
ogni volta, il precedente diventa la nuova norma.
Trump non inventa nulla: porta a compimento una tendenza quarantennale.
La “presidenza imperiale” di cui scriveva Schlesinger nel 1973 non è più un rischio, ma una forma di governo di fatto.

Obiezioni
C’è chi sostiene che cento giorni non bastino per giudicare un mandato, e che la storia possa ancora ribaltare il quadro. È vero. Reagan, partito con indici mediocri, costruì un ciclo espansivo durato otto anni. Ma la differenza è nel metodo: Reagan usò le leggi, Trump le ordinanze. E la qualità democratica di un sistema si misura prima di tutto nei suoi metodi.

Scenari
Tra cinque o dieci anni, gli storici guarderanno forse al 2025 come a un banco di prova costituzionale. Se la Corte Suprema limiterà il potere di rimozione o se il Congresso ritroverà un ruolo attivo, il pendolo potrà tornare verso l’equilibrio.
Se invece prevarrà la logica dell’uomo solo al comando, la storia americana avrà imboccato, in silenzio, una nuova stagione istituzionale: non autoritaria, ma ipertrofica.

Ogni democrazia si misura non dal numero delle firme, ma dalla fatica condivisa delle decisioni. I cento giorni di Trump ci ricordano che la rapidità non è sempre un progresso.
Tre verbi da non dimenticare: limitare. discutere. bilanciare.