Zanele Muholi — Autoritratto come contro-archivio del potere

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Che cosa ci colpisce di più: la bellezza formale o la carica politica? La verità è che, con Muholi, le due cose non si separano. L’immagine è l’argomento. Il volto è l’archivio. E l’archivio, finalmente, cambia padrone.

Come nasce questo lavoro.
All’inizio c’è una scelta semplice e radicale: usare la fotografia non come vetrina d’autore, ma come strumento di cittadinanza.

Si definisce “visual activist”. Non un’etichetta: un metodo. Nel Sudafrica che si proclama “post-apartheid”, molte vite restano fuori campo. Allora la macchina serve a nominarle, una per una, con nome, data, luogo. Nascono così progetti di lungo periodo che somigliano a manuali d’uso della democrazia: ritratti, storie, ritorni nelle comunità che li hanno resi possibili.

Faces and Phases.
È un lavoro in bianco e nero, essenziale, frontale. Persone lesbiche, gay, trans e intersex — soprattutto nere — si presentano allo sguardo senza cornici esotiche, senza folklore. Fondo pulito, luce precisa, dignità intera. Ogni ritratto porta un nome; ogni nome fa da chiave per entrare in un mondo concreto. L’effetto è duplice: memoria e politica. Memoria, perché restituisce a queste vite una biografia visibile. Politica, perché riordina la gerarchia dello sguardo: nessuno sta “sotto”, nessuno è “caso”.

Somnyama Ngonyama (“Ave, oscura leonessa”).
Qui l’artista volta la camera verso di sé. Non per narcisismo, ma per schermare e deviare lo sguardo coloniale. Il contrasto è spinto; la pelle appare più scura; oggetti poveri — spugne, cavi, mollette, sacchi — diventano corone e armature. Sono autoritratti-processo: ogni immagine cita un capitolo di storia (lavoro domestico, estrazione mineraria, migrazioni), e lo rimonta dentro il volto. L’io non chiede attenzione: la usa per spiegare il meccanismo. Guardi una fotografia e capisci come si costruisce uno stereotipo — e come lo si può smontare.

Non “solo” fotografa/o.
Il mestiere non è la pagina culturale, è la pratica sociale. Mostre e libri contano; ma contano quanto scuole, centri di quartiere, piattaforme comunitarie. L’archivio non sta in un caveau: cresce, viaggia, torna indietro. Questa è la differenza tra collezionare immagini e fare un contro-archivio: il primo conserva, il secondo restituisce.

Il perché: poche parole, chiarissime.
Di manifesti non ne servono molti. Una frase basta: “visual activist”. Significa che l’estetica non è decorazione: è etica della forma. Ogni decisione — luce, taglio, postura — ha conseguenze pubbliche. Si sceglie il bianco e nero non per nostalgia, ma per togliere rumore. Si spinge il contrasto non per effetto, ma per incidere la memoria. Si nomina in isiZulu per rifiutare l’addomesticamento dei nomi. Ogni scelta formale è una scelta civile.

Autoritratto senza vanità.
Viviamo in tempi che confondono autore e protagonista. Qui l’autoritratto rimette ordine: “ci sono, ma come strumento”. Il corpo dell’artista è un banco di prova dove l’iconografia del potere viene smontata e riassemblata. Una volta capito il trucco, lo riconosci ovunque: nelle pubblicità, nei telegiornali, negli album di famiglia. E puoi scegliere di non subirlo.

Nodo etico.
Rappresentare comunità vulnerabili comporta responsabilità. Il patto, in questi lavori, è esplicito: consenso informato, contesto chiaro, ritorno delle immagini alle persone ritratte. La didascalia non è un vezzo: è parte dell’opera. Senza parole giuste, anche la fotografia migliore rischia di ripetere l’errore che critica.

Che cosa vediamo, davvero.
Non vediamo “dolore bello”. Vediamo persone intere. La luce non consola: spiega. Il ritratto non cattura: accoglie. La postura non illustra un “tema”: mostra una presenza. È un’educazione dello sguardo, ben più che una denuncia. E ci riguarda da vicino — perché ognuno di noi, ogni giorno, decide come guardare.

Obiezioni?
Una: la musealizzazione neutralizza? Può succedere. Dentro un grande museo un’immagine guadagna autorevolezza, ma rischia di perdere attrito. La risposta non è rifiutare l’istituzione: è mantenerla porosa. Mostre sì, ma anche laboratori, archivi digitali aperti, rientro delle opere nelle comunità. Un contro-archivio vive se circola.

Prospettiva.
Nei prossimi anni questo metodo farà scuola. Non per moda, per necessità. L’AI produrrà miliardi di volti; la fiducia si sposterà dagli effetti speciali ai processi verificabili. Conteranno i metadati, le caption oneste, i diritti chiariti. Vedremo nascere archivi di quartiere, reti tra scuole e fotografə, progetti che uniscono ritratto, storia orale e cartografia. L’obiettivo non è “aggiungere diversità” a un album già scritto: è riscrivere l’album con chi finora non ha potuto firmarlo.

E allora cosa resta a noi?
Un compito alla portata di tutti. Quando fotografiamo, nominiamo. Quando pubblichiamo, contestualizziamo. Quando troviamo immagini in casa, non buttiamo: ordiniamo, etichettiamo, doniamo dove possono servire. La fotografia è un bene pubblico se la trattiamo come tale.

Tre verbi da portare via: nominare, restituire, custodire.

 

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