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Il Racconto del sabato · 10 Aprile 2026 · ⏱ 9 min · ~1769 parole

Il bambino era fermo in mezzo alla piazza con quell’aria che hanno certe persone molto giovani e certi statisti molto anziani: sembrava convinto che il problema fosse del mondo, non suo.

Io, per prudenza, cercai di passargli accanto senza farmi notare.

Non per cattiveria. Per realismo.

Ci sono persone nate per consolare, persone nate per guidare, persone nate per dire con calma: adesso sistemiamo tutto.

Io sono nato, credo, per sembrare preoccupato in modo credibile.

Avevo appena comprato un giornale che non intendevo leggere davvero, ma che mi piaceva tenere sotto braccio per dare l’idea di essere un uomo informato. La piazza, a quell’ora, aveva la sua solita aria da sabato civile: famiglie in movimento, biciclette indisciplinate, due adolescenti appoggiati a una fontana con l’espressione di chi ha già capito tutto della vita e la disapprova.

Il bambino avrà avuto sei, forse sette anni. Giubbotto blu, scarpe con luci intermittenti, cappellino con un dinosauro dall’aria aggressiva. Aveva gli occhi asciutti. Questo mi colpì subito. Non piangeva. Guardava intorno con grande serietà, come un ispettore mandato a verificare il crollo dell’organizzazione adulta.

Feci altri tre passi.

Poi sentii, alle mie spalle, una voce piccola ma perfettamente a fuoco.

“Tu sei grande.”

Mi voltai.

“Non è un’offesa,” disse lui. “È per capire se puoi aiutarmi.”

Ecco. Era successo.

Quando un bambino ti assegna un ruolo, hai poche vie d’uscita. Puoi fingerti straniero. Puoi fingersi muto. Puoi provare a svenire. Ma sono strategie che richiedono una prontezza che io, in genere, raggiungo due ore dopo l’emergenza.

Così annuii con una gravità che non possedevo.

“Certo,” dissi. “In linea di principio aiuto spesso.”

“Mi sono perso.”

Lo disse come si comunica un dato tecnico. Per esempio: ho finito le batterie.

“Capisco,” risposi. “È una situazione fastidiosa.”

Lui mi guardò un momento.

“Ti sei mai perso?”

“Molte volte,” dissi. “Ma di solito in senso interiore.”

Non rise.

“Intendo dai genitori.”

“Ah. In quel senso lì, meno.”

Mi avvicinai con prudenza.

“Come ti chiami?”

“Tommaso. Ma a scuola mi chiamano Tommi. Però non tutti. Solo quelli simpatici.”

“È un buon sistema di selezione. Io mi chiamo Woody.”

Lui guardò il giornale sotto il mio braccio, poi il mio cappotto, poi gli occhiali.

“È un nome vero?”

“Dipende da quanto ci addentriamo nella filosofia.”

“Secondo me no.”

“Secondo me hai ragione.”

La cosa, stranamente, ci mise a nostro agio.

“Va bene, Tommaso. Tu mi dici dov’eri con i tuoi genitori prima di perderti.”

“Non mi hanno perso loro?”

“Tecnicamente la responsabilità è collettiva.”

Indicò la parte opposta della piazza.

“Eravamo al mercato. Poi c’erano i palloncini. Poi un cane con tre zampe.”

“Un cane con tre zampe?”

“Sì. Molto veloce.”

“Capisco. Una concatenazione di eventi difficile da gestire.”

“Ti ricordi come si chiamano mamma e papà?”

“Certo. Ma non li chiamo per nome.”

“No, immagino.”

“Tu i tuoi genitori li chiamavi per nome?”

“Mai. Avevo istinto di conservazione.”

Sospirò. Aveva già capito che l’operazione sarebbe stata più lunga del previsto.

“Si chiamano Elena e Marco.”

“Perfetto,” dissi, anche se non vedevo ancora in che modo questo fosse perfetto. “Hai un telefono? Un numero? Un biglietto?”

“No. Mia madre dice che tanto ci siamo sempre.”

Questa frase mi fece pensare che molti disastri, nella storia umana, sono cominciati così.

“Benissimo,” dissi con energia artificiale. “Allora usiamo il metodo classico.”

“Qual è?”

“Improvvisiamo con dignità.”

Partimmo.

Camminavamo sul bordo della piazza, io con la vaga idea di sembrare un adulto affidabile, lui con la netta impressione di essere finito nelle mani di un supplente chiamato all’ultimo momento.

Ogni tanto mi fermavo a guardare intorno, sperando che comparisse qualcuno con l’aria disperata tipica dei genitori che hanno perso un figlio. Invece vedevo solo persone normali, che compravano formaggi, litigavano su un parcheggio o trascinavano passeggini con la stanchezza di chi ha firmato un contratto ventennale senza leggere le clausole.

“Hai figli?” chiese a un certo punto Tommaso.

“No.”

“Si vede.”

“È una critica?”

“No. È una cosa che si capisce.”

“Da cosa?”

“Dal modo in cui guardi i lacci delle scarpe.”

“Come li guardo?”

“Come se potessero essere pericolosi.”

Lo ammetto: il bambino aveva un talento diagnostico.

Passammo davanti a un chiosco. Dietro il bancone, una signora robusta serviva granite con l’efficienza di chi, in caso di guerra, potrebbe organizzare un ospedale da campo.

Mi avvicinai.

“Buongiorno. Questo giovane cittadino si è momentaneamente separato dal suo nucleo familiare.”

La signora guardò me, poi Tommaso.

“Ti sei perso?”

“Sì,” disse Tommaso. “Ma lui mi sta aiutando. Anche se non sembra.”

La signora annuì.

“Bravissimo. E bravo anche tu.”

Quel “anche tu” mi colpì come una pacca in testa.

“Hai visto in giro dei genitori in cerca di un bambino?” chiesi.

“Qui sono tutti in cerca di qualcosa,” rispose la signora. Poi guardò Tommaso. “Come sei vestito, tesoro?”

Tommaso abbassò gli occhi su se stesso.

“Così.”

La signora chiuse un momento gli occhi.

“Prendigli una bottiglietta d’acqua,” mi disse. “Quando i bambini si perdono, gli adulti si agitano e dimenticano le cose semplici.”

Pagai l’acqua e la porsi a Tommaso.

“Tu sei agitato?” chiese.

“Da fuori meno di quanto sembri da dentro.”

“Da fuori sembri abbastanza.”

“Grazie.”

Continuammo fino al piccolo giardino dietro il municipio. Lì il rumore del mercato si abbassava un poco. C’erano due panchine, un’altalena che cigolava e un uomo che dava briciole ai piccioni con una dedizione quasi religiosa.

“Secondo me mia madre adesso sta dicendo il mio nome con la voce da arrabbiata-spaventata,” disse Tommaso.

“Esiste davvero quella voce.”

“Sì. Prima è spaventata, poi è arrabbiata, poi è contenta, poi di nuovo arrabbiata.”

“È una composizione complessa.”

“Anche mio padre sembra tranquillo, ma suda sulla fronte.”

“Questa è una descrizione molto maschile del panico.”

Bevve un sorso d’acqua.

“Tu quando eri piccolo ti perdevi?”

“No. Ero un bambino prudentemente ansioso. Restavo vicino agli adulti perché non avevo alcuna fiducia nel mondo.”

“Adesso invece?”

“Adesso ho meno fiducia, ma più esperienza.”

Ci pensò.

“Secondo me è quasi la stessa cosa.”

Non avevo elementi per contraddirlo.

Ci sedemmo su una panchina. Tommaso guardava le persone passare sul viale.

“Tu hai paura di tutto?”

“Non di tutto. Ho una selezione.”

“Di cosa?”

“Delle telefonate inattese. Dei buffet in piedi. Dei bambini smarriti, a quanto pare.”

“Ma mi stai aiutando.”

“Molte delle cose più nobili che ho fatto nella vita sono nate da un errore di valutazione.”

Questa volta rise. Una risata breve, onesta. Mi fece più piacere di quanto fosse ragionevole.

“In realtà,” disse, “anch’io ho un po’ paura.”

“Mi sembrava.”

“Però se piango poi respiro male.”

“Scelta tattica sensata.”

Poi abbassò la voce.

“E poi, se uno si perde davvero, deve guardare bene.”

Questa frase restò lì tra noi. Non grandiosa. Solo precisa.

Fu allora che notai, sul lato opposto del giardino, un uomo e una donna che si muovevano troppo in fretta per essere semplici passanti. Si fermavano, guardavano, ripartivano. Lei chiamava un nome. Lui si passava una mano sulla fronte.

“Potrebbero essere?” chiesi.

Tommaso si alzò in piedi sulla panchina, guardò meglio e disse con calma:

“Sì. Adesso mia madre farà tutta la sequenza.”

La madre lo vide un secondo dopo.

“Tommaso!”

Ecco la voce. C’era tutto: sollievo, rabbia, paura, amore.

Tommaso saltò giù dalla panchina e corse. Io mi alzai con minor slancio, per via delle articolazioni e della discrezione.

La madre lo strinse con una forza che sarebbe stata illegale tra adulti. Il padre arrivò subito dopo, pallido e sudato sulla fronte, come da scheda tecnica. Parlavano insieme, sovrapponendosi, in quella lingua tipica dei genitori spaventati in cui ogni frase contiene tre emozioni e una domanda.

Poi Tommaso si liberò un momento e indicò me.

“Mi ha aiutato lui.”

I genitori si voltarono.

Il padre mi tese la mano con un calore quasi eccessivo.

“Grazie. Grazie davvero. Non sappiamo…”

“Figurati,” dissi. “Abbiamo applicato alcune procedure.”

La madre mi guardò con gli occhi ancora pieni di spavento.

“Lei è stato gentilissimo.”

Tommaso intervenne subito, per amore della verità.

“All’inizio non sembrava preparato. Però poi sì.”

Ci fu un breve silenzio.

“È una valutazione onesta,” dissi.

Il padre rise. La madre rise quasi piangendo. Anch’io risi, che in certi casi è il solo modo elegante per restare in piedi.

Parlammo ancora un minuto. Mi dissero che si erano distratti un attimo tra le bancarelle. Io non osservai che nella storia dell’umanità metà dei guai nascono da “un attimo”, perché non mi sembrò utile. La madre accarezzava i capelli di Tommaso in modo distratto e continuo, come per verificare che fosse davvero lì.

Stavo per salutarli quando Tommaso si staccò dalla madre e mi si avvicinò.

“Tieni,” disse.

Mi porse una piccola cosa che aveva tirato fuori dalla tasca del giubbotto. Era un dinosauro di gomma verde, uno di quelli con un’espressione ferocissima e del tutto inefficace.

“Non posso prenderlo.”

“Perché?”

“Perché è tuo.”

“Ne ho due.”

“Potrebbe servirti in altre emergenze.”

“Tu secondo me ne hai più bisogno.”

I suoi genitori lo guardarono senza intervenire. Questo, devo dire, fu un gesto di rara intelligenza.

Presi il dinosauro.

“Allora lo custodirò con grande senso dello Stato.”

“Lo so,” disse lui. “Tu sei grande.”

Lui tornò dai genitori. Li guardai allontanarsi lungo il viale: lui in mezzo, tenuto per mano da entrambi con quella decisione un po’ eccessiva che viene dopo uno spavento serio.

Rimasi nel giardino qualche minuto, con il giornale sotto braccio e il dinosauro verde in mano.

Un uomo sulla panchina accanto mi guardò.

“È tuo nipote?”

“No,” dissi. “È una conoscenza professionale.”

L’uomo annuì come se capisse.

Me ne andai lentamente verso casa. In tasca sentivo la forma ridicola del dinosauro contro il palmo. E mi accorsi che camminavo un po’ diverso. Non meglio. Non peggio. Solo meno chiuso.

È curioso come certe giornate cambino direzione senza chiedere permesso. Esci per comprare un giornale, eviti il contatto umano, coltivi il tuo piccolo egoismo ordinario, e ti ritrovi invece a fare da ponte tra uno spavento e un abbraccio.

Solo perché, a un certo punto, un bambino ti guarda e decide che sei abbastanza adulto per restare.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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