

Non avevo mai fatto il babysitter.
Avevo custodito un gatto per tre giorni, ma al ritorno della proprietaria l’animale aveva sviluppato un rapporto più profondo con il termosifone che con me. Una volta mi avevano affidato anche una pianta grassa. Era morta. Non so come si possa far morire una pianta grassa. Credo si sia lasciata andare.
Per questo, quando Laura mi disse:
«Me lo tieni mezz’ora? Ho una video call urgente», avrei dovuto essere prudente.
Invece guardai il bambino.
Cinque anni, capelli biondi, una buffa maglietta con disegnata una cravatta, sguardo fermo. Teneva in mano un camion dei pompieri e lo faceva passare ripetutamente sul piede della madre.
«È tranquillo», disse Laura.
Il bambino fece passare il camion sul mio piede.
«Molto tranquillo», dissi.
Laura sparì nella stanza accanto. Un secondo dopo la sentii dire:
«Buongiorno a tutti, mi sentite?»
Io e il bambino restammo soli.
«Come ti chiami?»
«Kevin.»
«Io sono Woody.»
«È un nome da cane.»
«Anche Kevin può essere un nome da cane.»
«No.»
Non era una risposta. Era un decreto.
Indicò il televisore.
«Cartoni.»
Accesi.
«Questo no.»
Cambiai.
«Questo fa schifo.»
«È un documentario sui pinguini.»
«I pinguini fanno schifo.»
Continuai a cambiare canale finché non capii che il programma non gli interessava. Gli interessava il telecomando.
Glielo consegnai.
Lui spense il televisore.
«Ho fame.»
In cucina indicò i biscotti.
«Uno.»
Gliene diedi uno.
«Ne voglio due.»
«Hai detto uno.»
«Non l’ho detto.»
Fu la prima impressione. Solo un lampo. I capelli biondi, la sicurezza assoluta, la capacità di negare un fatto mentre il fatto era ancora nella stanza.
Gli diedi il secondo biscotto.
Kevin li mise uno accanto all’altro.
«Questo è più piccolo.»
«Sono uguali.»
«No.»
«Vengono dalla stessa confezione.»
«Quello grande è mio.»
«Sono tutti e due tuoi.»
«Ma tu lo stai guardando.»
Mi allontanai dal tavolo.
«Adesso non lo guardo più.»
«Lo guardi di nascosto.»
Fu allora che l’immagine si completò.
Kevin non era soltanto un bambino capriccioso. Era, nella mia mente, un piccolo presidente degli Stati Uniti. Un uomo potentissimo intrappolato nel corpo di un bambino di cinque anni, con la differenza che il bambino aveva una giustificazione biologica.
Mi sedetti di fronte a lui.
Forse il problema dei grandi leader non era politico. Forse era pedagogico. Forse anni di diplomazia e sanzioni potevano essere sostituiti da una maestra d’asilo con esperienza.
«Kevin, facciamo un esperimento.»
«No.»
«Non sai ancora quale.»
«No lo stesso.»
Misi tre biscotti sul tavolo.
«Questo sei tu. Questo è un tuo amico. Questo è un bambino che non conosci.»
«Perché lui ha un biscotto?»
«Perché è il suo.»
«Chi gliel’ha dato?»
«Io.»
«Non potevi darlo a me?»
Eravamo entrati nella fase fiscale.
Provai con il turno.
«Adesso mangi tu. Poi il tuo amico.»
«No. Mangio io due volte.»
«Le regole valgono per tutti.»
Kevin rise. Una risata breve, sicura, quasi amministrativa.
Mi vidi nello Studio Ovale con una scatola di biscotti in mano.
«Adesso aspettiamo il nostro turno.»
«No.»
«Contiamo fino a dieci.»
«Non conto.»
«Chiediamo scusa.»
«Non ho fatto niente.»
«Hai rovesciato il succo sul Canada.»
«Il Canada se l’è rovesciato da solo.»
Tornai alla realtà quando Kevin lanciò un biscotto per terra.
«Raccoglilo.»
«No.»
«Ti ho visto lanciarlo.»
«Hai visto male.»
«Ero a trenta centimetri.»
«Forse hai bisogno degli occhiali.»
Portavo già gli occhiali. Il bambino aveva individuato una falla nel sistema.
«Finché non lo raccogli, niente cartoni.»
Kevin mi fissò.
«Allora urlo.»
«Tua madre lavora.»
«Appunto.»
Aveva capito la deterrenza.
Dalla stanza accanto arrivava la voce di Laura:
«Sì, siamo perfettamente in linea con gli obiettivi del trimestre.»
Kevin inspirò.
Io vidi passarmi davanti la NATO, l’ONU e la mia intera reputazione.
«Aspetta. Negozìamo.»
«Tre biscotti.»
«Uno.»
«Quattro.»
«Perché sei salito?»
«Perché hai detto uno.»
Alla fine concordammo tre biscotti, il telecomando per dieci minuti e l’immunità sul biscotto caduto.
Fu una resa diplomatica, ma evitò il bombardamento acustico.
Kevin si sedette sul divano e scelse il documentario sui pinguini.
«Pensavo facessero schifo.»
«Ho cambiato idea.»
«Cambiare idea è intelligente.»
«Adesso mi piacciono perché sono forti.»
Sul televisore un pinguino spingeva un altro nell’acqua.
Kevin applaudì.
La sperimentazione subì una battuta d’arresto.
Provai con l’empatia. Presi due pupazzi, un orso e un coniglio.
«L’orso ha preso il gioco del coniglio.»
«Ha fatto bene.»
«Ma era del coniglio.»
«L’orso è più grosso.»
«Questo non gli dà ragione.»
«Gli dà il gioco.»
Dovetti ammettere che possedeva una teoria del potere semplice, coerente e storicamente ben documentata.
«E se tu fossi il coniglio?»
Kevin ci pensò.
«Chiamerei un orso più grosso.»
Era nata la politica delle alleanze.
In quel momento la porta si aprì.
Laura comparve con il sorriso stanco di chi aveva appena detto “ottimo lavoro” a persone che non avrebbe mai voluto rivedere.
«Eccomi. Tutto bene?»
Guardai il soggiorno. Biscotti sul tappeto. Pupazzi rovesciati. Il camion dentro un vaso. Kevin seduto composto sul divano.
«Benissimo.»
Laura gli accarezzò i capelli.
«È stato bravo?»
Kevin mi guardò con la serenità di chi conosce il valore del silenzio reciproco.
«Molto bravo.»
«Visto? Con lui basta essere fermi.»
In quel momento il televisore si accese. Sullo schermo apparve una schermata di acquisto.
Kevin aveva ordinato sei confezioni di biscotti, un camion giocattolo e un megafono.
Laura guardò me.
«Woody ha detto sì», disse Kevin.
«Non è vero.»
«L’ha detto.»
«Non l’ho detto.»
«Forse non ti ricordi.»
Poi prese la madre per mano.
«Woody è un po’ confuso.»
Prima di uscire si voltò.
«Posso avere il biscotto grande?»
Sul tavolo non c’erano più biscotti.
Eppure ebbi la netta sensazione che, in qualche modo, avesse vinto lui.
Quella sera riflettei sul mio esperimento. Avevo cercato di insegnare a un bambino ad aspettare, condividere, riconoscere i fatti e rispettare le regole. Dopo quaranta minuti controllava il televisore, il commercio, l’informazione e sua madre.
Forse avevo sbagliato metodo.
O forse avevo appena dimostrato che non tutti i presidenti hanno bisogno di una babysitter.
Alcuni hanno semplicemente cominciato prima.
Armando.
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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