

L’8 dicembre 1941 una ragazza di diciotto anni si presentò davanti al vescovo di Carpi accompagnata da due bambini.
Si chiamava Irene Bertoni. Veniva da Mirandola. Fino a pochi mesi prima era stata una studentessa liceale. Per la legge italiana dell’epoca non era ancora maggiorenne. Non aveva marito. Non aveva partorito. Eppure indicò quei due bambini come figli suoi.
Al vescovo Federico Della Zuanna disse:
«Non sono nati da me, ma è come se li avessi partoriti io».
Il vescovo la benedisse.
Non sappiamo, almeno dalle fonti pubblicamente accessibili finora consultate, come si chiamassero quei bambini. Non conosciamo la loro età, il modo in cui fossero arrivati nella canonica di San Giacomo Roncole, che cosa ricordassero delle famiglie d’origine.
Nella fotografia della storia sono rimasti accanto a Irene, ma leggermente fuori fuoco.
È forse proprio questo a renderli così importanti.
Erano bambini ai quali il mondo degli adulti aveva tolto qualcosa prima ancora che potessero comprenderne il nome: una casa, una madre, un padre, una continuità. All’epoca, per loro, esistevano soprattutto gli istituti. Luoghi nati per accogliere, nutrire, sorvegliare. Talvolta anche per educare. Ma un istituto poteva sostituire un tetto. Più difficilmente poteva sostituire qualcuno che la sera dicesse: tu sei mio figlio.
Irene aveva incontrato don Zeno Saltini pochi mesi prima. Il 21 luglio 1941 era entrata nell’Opera Piccoli Apostoli, il gruppo raccolto dal sacerdote attorno alla canonica. Don Zeno accoglieva ragazzi abbandonati, giovani usciti dal carcere, bambini per i quali la società sembrava conoscere soltanto due destinazioni: la strada o il collegio.
Voleva offrire loro una famiglia.
Gli mancavano, però, le madri.
I ragazzi più grandi potevano aiutare i più piccoli. Il sacerdote poteva procurare il cibo, organizzare la vita comune, affrontare le autorità. Ma nella canonica continuava a sentirsi, soprattutto di notte, il pianto dei bambini. L’assistenza non bastava. Occorreva una presenza quotidiana, una persona alla quale rivolgersi senza dover chiedere il permesso di avere paura.
Irene arrivò in luglio. Aveva diciotto anni e una decisione che appariva sproporzionata rispetto alla sua età. Lasciò la propria famiglia, non senza contrasti, e disse di voler fare da madre ai bambini accolti da don Zeno.
Forse la parola decisiva, in questa storia, non è “madre”.
È il verbo volere.
La maternità di Irene non cominciò da un evento naturale, ma da una scelta. Non discendeva dal sangue. Non era stata preparata da un matrimonio né riconosciuta immediatamente dalla legge. Doveva essere dichiarata, quasi difesa. Per questo Irene si presentò davanti al vescovo con i bambini accanto. La sua non era soltanto una promessa religiosa. Era una scena pubblica: questi figli non sono nati da me, ma io rispondo di loro.
La comunità avrebbe chiamato donne come lei “mamme di vocazione”. Erano donne non sposate e non appartenenti a un ordine religioso, che rinunciavano al matrimonio per accogliere bambini privi di una famiglia. Altre seguirono Irene. Dopo la guerra arrivarono anche coppie sposate disponibili ad accogliere figli non biologici.
Oggi l’espressione può sembrare distante. Porta con sé il linguaggio e la concezione religiosa del tempo. Ma sotto quella formula rimane una domanda che non appartiene soltanto al cattolicesimo:
da che cosa nasce una famiglia?
Nel 1941 l’Italia era in guerra. La famiglia veniva celebrata come cellula naturale della nazione, fondata sull’autorità paterna, sul matrimonio e sulla discendenza. La propaganda ne esaltava la solidità. Intanto la guerra separava i genitori dai figli, produceva vedove, orfani, sfollati, bambini senza documenti e senza casa.
La famiglia proclamata sui manifesti era compatta. Quella reale si stava spezzando.
Irene entrò in questa contraddizione senza scrivere manifesti. Prese due bambini per mano.
Pochi anni dopo, la sua immagine comparve sul periodico Piccoli Apostoli. Era il novembre 1945. Irene teneva un bambino in braccio. La didascalia diceva: «Ai bimbi la mamma non muore mai». La fotografia divenne una sorta di manifesto della comunità che stava nascendo.
Anche le fotografie, però, possono nascondere qualcosa mentre mostrano.
Vediamo Irene. Vediamo il bambino. Non vediamo la fatica dei giorni. Non vediamo le notti interrotte, i conflitti con le famiglie d’origine, le risorse che mancavano, la difficoltà di costruire legami tra persone che arrivavano da abbandoni e sofferenze differenti. Non sappiamo quanto fosse pesante, per una ragazza poco più che adolescente, assumersi una responsabilità tanto grande.
La parola “vocazione” rischia di rendere tutto inevitabile, quasi semplice.
Non lo era.
Nel 1947 l’esperienza prese il nome di Nomadelfia e si trasferì nell’ex campo di Fossoli, vicino a Carpi. Lì, dove durante la guerra erano stati rinchiusi prigionieri politici ed ebrei destinati alla deportazione, si tentò di costruire una città della fraternità. I reticolati vennero abbattuti. Le baracche divennero case, laboratori, scuole, spazi comuni.
È difficile immaginare un rovesciamento più netto.
Un campo serve a dividere gli esseri umani, a identificarli con un numero, a separarli dalla loro storia. Nomadelfia voleva fare il contrario: restituire un nome, un legame, un posto a chi era stato escluso.
Ma le utopie, quando scendono sulla terra, incontrano conti da pagare, regole, conflitti e autorità. Nomadelfia attraversò difficoltà economiche, contrasti con le istituzioni e tensioni con la stessa Chiesa. Non fu una famiglia felice ingrandita fino a diventare città. Fu un esperimento umano: generoso, radicale, imperfetto.
Irene non rimase soltanto la giovane madre della fotografia.
Negli anni divenne una delle figure centrali della comunità. Accolse, secondo le fonti di Nomadelfia, cinquantotto figli. Si occupò anche dei rapporti esterni e cercò sostegno presso autorità politiche ed ecclesiastiche. Fu ricevuta da diversi pontefici e attraversò per decenni corridoi, uffici e anticamere per difendere la sopravvivenza dell’opera.
La ragazza che era entrata dal vescovo con due bambini dovette imparare anche il linguaggio dei ministeri, delle curie, dei finanziamenti e delle autorizzazioni.
È un particolare che salva la sua storia dalla retorica.
L’amore, da solo, non riempie una dispensa. Non garantisce una scuola. Non convince un funzionario. Per trasformare un gesto in un’istituzione occorrono tenacia, organizzazione e compromessi. Occorre bussare a porte che spesso non si aprono.
Nel 1949 ciò che era cominciato quasi in segreto acquistò una dimensione pubblica. Il 13 novembre, nel Duomo di Milano, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster affidò trentasei bambini provenienti dal brefotrofio alle madri e alle famiglie di Nomadelfia. Il gesto venne accompagnato dalle parole evangeliche: «Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre».
Trentasei bambini attraversarono una chiesa davanti a molte persone.
Otto anni prima erano stati soltanto in due, davanti a un vescovo e a una ragazza.
La storia ricorda più facilmente le cerimonie solenni. Conserva le date, i cardinali, le fotografie ufficiali. Ma ogni istituzione nasce prima, in un momento più fragile, quando non sappiamo ancora se ciò che vediamo durerà.
Nomadelfia cominciò anche così: una diciottenne cercò una parola per descrivere due legami che la società non sapeva ancora riconoscere pienamente.
Disse “figli”.
Forse quei due bambini crebbero a Nomadelfia. Forse presero strade diverse. Forse conservarono di Irene un ricordo tenero, difficile o contraddittorio. Non possiamo riempire con l’immaginazione ciò che i documenti, per ora, non ci hanno restituito.
Possiamo però fermarci sulla soglia di quella stanza.
È l’8 dicembre 1941. Fuori c’è un Paese in guerra. Dentro, una ragazza presenta due bambini a un vescovo. Non domanda che siano considerati poveri da assistere. Chiede che siano riconosciuti come figli.
La differenza sta tutta lì.
L’assistenza guarda un bisogno e prova a colmarlo. La famiglia guarda una persona e decide di non andarsene.
Centro Studi Fossoli, “Irene Bertoni (1923-2016)”
Ha fornito il profilo biografico di Irene, il riferimento alla benedizione del vescovo Della Zuanna, alla fotografia pubblicata nel novembre 1945 e al successivo ruolo pubblico svolto nella comunità.
Fondazione Fossoli, ricordo di Irene Bertoni
Ha fornito la data dell’incontro con il vescovo, la frase attribuita a Irene e la definizione della prima “mamma di vocazione”.
Nomadelfia, È una proposta, n. 2, 2016
Numero dedicato alla morte di Irene. Conferma la nascita a Mirandola, l’ingresso nell’Opera Piccoli Apostoli il 21 luglio 1941, l’incontro dell’8 dicembre e la successiva benedizione della famiglia. È una fonte interna alla comunità e va quindi letta anche come testimonianza memoriale.
Centro Studi Fossoli, Archivio di Nomadelfia
Ha fornito informazioni sulla consistenza dell’archivio e sulle sezioni documentarie relative alle mamme di vocazione, alla famiglia e alla vita della comunità.
Nomadelfia, “Chi siamo” e periodici storici
Hanno fornito la cronologia essenziale dell’Opera Piccoli Apostoli, dell’arrivo di Irene e del trasferimento a Fossoli. Trattandosi di fonti prodotte dalla stessa comunità, sono state utilizzate soprattutto per date e testimonianze interne, non come unico riferimento interpretativo.
Vatican News, “Francesco a Nomadelfia”
Ha fornito la notizia dell’affidamento dei trentasei bambini compiuto dal cardinale Schuster nel Duomo di Milano il 13 novembre 1949.
Limite della ricerca
Le fonti pubbliche consultate non indicano i nomi, l’età e il successivo destino dei due bambini presentati da Irene al vescovo nel 1941. Questo vuoto è stato mantenuto nel racconto senza colmarlo con elementi immaginari. Una ricerca nell’Archivio di Nomadelfia, in particolare nelle carte dedicate ai Piccoli Apostoli e alle mamme di vocazione, potrebbe permettere di restituire loro un’identità.