Per molti anni il lenzuolo rimase piegato in un armadio.
Aveva conosciuto l’odore della biancheria pulita, il buio dei cassetti, le mani che ogni tanto lo sollevavano per controllare che fosse ancora intatto. Era un lenzuolo matrimoniale a due piazze, preparato per accompagnare una vita intera. Una di quelle stoffe che nelle case contadine non erano semplici oggetti: appartenevano al matrimonio, alla famiglia, ai figli che sarebbero venuti.
Poi, nel 1972, Anteo morì.
Da quel momento il lenzuolo non ebbe più un letto al quale appartenere. Rimase nell’armadio, come certe cose che continuano a esistere anche quando la loro funzione è finita.
Clelia Marchi, sua moglie, cominciò a scrivere.
Scrisse sui quaderni, sui fogli, sui pezzi di carta che trovava in casa. Scrisse di notte, quando il silenzio diventava troppo grande. Scrisse della propria vita e di quella trascorsa con Anteo. Del lavoro nei campi, dei figli, della fame, della guerra, delle discussioni, delle morti che erano entrate nella casa senza bussare.
Scrisse finché la carta terminò.
Allora aprì l’armadio.
Prese il lenzuolo.
E gli affidò ciò che restava da dire.