Microstoria

5 Ottobre 2026

Carolina e il quaderno in fondo al cassetto

Quando Carolina Bertinotti morì, nel 1953, qualcuno dovette fare quello che si fa nelle case dopo una morte. Aprire gli armadi, mettere ordine nei cassetti, decidere che cosa conservare. A farlo fu una delle nuore, Maria Teresa. In fondo a un cassetto trovò un quaderno dalla copertina nera. Uno di quei quaderni semplici che un tempo stavano nelle cartelle dei bambini, sui tavoli delle cucine, magari accanto ai conti di casa. Carolina non aveva detto a nessuno di averlo scritto. Maria Teresa cominciò a leggerlo e capì che forse valeva la pena conservarlo. Lo mostrò al marito e agli altri figli di Carolina. Loro, a quanto pare, non gli diedero molto peso. Lei invece lo tenne. Parecchi anni dopo, a metà degli anni Settanta, i nipoti ne fecero una ventina di copie dattiloscritte. Passarono tra parenti e amici. Poi una di quelle copie arrivò quasi per caso a Giovanni A. Cerutti, dell'Istituto storico della Resistenza di Novara. A volte i documenti arrivano negli archivi seguendo strade molto meno solenni di quanto immaginiamo. Il quaderno cominciava così: «Sono nata Invorio provincia di Novara in una cascina detta Baragia, figlia di poveri ma onesti contadini. Ho vissuto colà fino ai 3 anni, che ricordo ancora qualche particolare. Ricordo…» E Carolina comincia a ricordare.
20 Agosto 2026

Il Papa di Dan Brown

Nel 1968, in un campo dell'Andalusia, quattro ragazze dissero di aver visto la Madonna. Il luogo si chiamava El Palmar de Troya, poco più di un villaggio nella provincia di Siviglia. C'erano olivi, terra bruciata dal sole. Non c'era ancora una basilica. Non c'erano cardinali, vescovi o papi. C'era soltanto un racconto. Ed è forse da qui che bisogna cominciare. Perché mezzo secolo dopo quel racconto avrebbe prodotto una Chiesa, una gerarchia, un papa alternativo a quello di Roma, una grande basilica circondata da mura e, infine, qualcosa che nessuno dei primi veggenti avrebbe potuto immaginare: un posto in un romanzo di Dan Brown.
16 Luglio 2026

Michelina e le due fotografie

Nella prima fotografia Michelina è seduta. Il corpo è leggermente di sbieco, in una posa studiata ma non rigida. Indossa un abito tradizionale: il corpetto scuro, il grembiule a righe, il copricapo appoggiato sui capelli. In una mano tiene una pistola; accanto a lei, con il calcio a terra, è appoggiato un fucile. Non guarda l’obiettivo. Il volto è rivolto di lato. Non cerca chi la osserva. Sembra guardare qualcosa che sta fuori dalla scena. Accostata alla seconda fotografia, di lei esposta nuda dopo essere stata uccisa, quella direzione dello sguardo assume oggi un significato inevitabile. Sembra lo sguardo di una giovane donna rivolto verso il proprio futuro, senza poterlo conoscere e dunque senza mostrarne paura. La fotografia risale probabilmente alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento. Non conosciamo con certezza il fotografo, il luogo dello scatto e neppure quanto la posa sia stata preparata. Sappiamo però che quella giovane donna si chiamava Michelina Di Cesare e che, in quel momento, viveva già fuori dalla legge.
12 Luglio 2026

L’inventore rimasto senza voce

A Invorio c’è una lapide che ricorda un uomo nato altrove. Fu inaugurata l’8 settembre 1894, diciassette anni dopo la sua morte. Sulla pietra il paese volle legare il proprio nome a quello di Innocenzo Manzetti, geometra, meccanico e inventore valdostano. Un uomo che, prima del brevetto di Alexander Graham Bell, aveva cercato di far viaggiare la voce lungo un filo. Manzetti era nato ad Aosta il 17 marzo 1826. Suo padre proveniva però da Invorio Inferiore, dalla località Galesso. Aveva lasciato il paese e, dopo un passaggio da Novara, si era stabilito in Valle d’Aosta. Innocenzo apparteneva così a quella vasta geografia italiana fatta di partenze e radici. Non era nato a Invorio, ma il paese continuava a riconoscerlo come uno dei propri. Accade spesso nei piccoli centri. Un uomo parte, costruisce altrove la propria vita e finisce in una strada, in una lapide, in una fotografia appesa nel municipio. Poi, molti anni dopo, la comunità torna a cercarlo. Non sempre perché sia diventato celebre. Talvolta proprio perché non lo è diventato abbastanza. La memoria dei paesi conserva ciò che la grande storia lascia cadere.