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Il Racconto del sabato · 25 Luglio 2026 · ⏱ 10 min · ~1993 parole

Nessun rumore dal cofano.

Nessuna spia accesa senza motivo.

Nessuna deviazione suggerita da un cartello scolorito.

Nessun rallentamento improvviso davanti a una strada secondaria.

La Rossa procedeva tranquilla, quasi disciplinata.

Fu questo a preoccuparmi.

Quella mattina avevo programmato di visitare un piccolo museo dedicato alla radio e alle prime comunicazioni senza fili. Si trovava in una cittadina di pianura, dentro un edificio municipale che un tempo era stato una scuola tecnica.

Avevo letto che conservava apparecchi a galena, radio militari, ricevitori domestici, fonografi, registratori a filo, vecchi televisori e strumenti costruiti artigianalmente da tecnici e appassionati.

Era esattamente il genere di luogo che mi interessava.

Non famoso.

Non monumentale.

Ma capace di raccontare il momento in cui una voce, per la prima volta, aveva attraversato una distanza senza portarsi dietro il corpo di chi parlava.

Sul sedile accanto avevo sistemato un libro sulla storia della radio, alcuni appunti e il taccuino.

In cima alla pagina avevo scritto:

Ogni nuova tecnologia comincia come una meraviglia e finisce come un oggetto che nessuno sa più riparare.

La frase mi sembrava buona.

La Rossa continuava ad andare dritta.

«Non hai niente da dire?» domandai.

Il motore mantenne un ritmo regolare.

«Una strada sbagliata? Un ponte chiuso? Un cinghiale interessato agli archivi sonori?»

Nulla.

Arrivammo persino in anticipo.

Parcheggiai davanti al museo e rimasi seduto al volante.

L’edificio era semplice: mattoni chiari, grandi finestre, un portone verde. Sopra l’ingresso c’era una targa:

MUSEO DELLA RADIO E DELLE COMUNICAZIONI

Sotto, un foglio stampato annunciava:

OGGI ULTIMO GIORNO DI APERTURA

Scesi.

Lessi di nuovo.

Pensai a una chiusura stagionale.

Forse a lavori di ristrutturazione.

Forse a una nuova sede.

Entrai.

Alla biglietteria non c’era nessuno.

Sul banco erano impilate alcune scatole. In un angolo, un uomo avvolgeva una radio in una coperta.

Aveva circa settant’anni, capelli bianchi, una camicia azzurra e un metro da falegname infilato nella tasca.

«È aperto?» domandai.

«Ancora per tre ore.»

«Poi chiudete per lavori?»

«No.»

«Per ferie?»

«No.»

«Traslocate?»

L’uomo si fermò.

«Chiudiamo.»

Lo disse senza dramma.

Come si comunica che un negozio non accetta più pagamenti con assegno.

Si chiamava Vittorio. Era stato tecnico radiotelevisivo, insegnante in un istituto professionale e, negli ultimi ventidue anni, custode volontario del museo.

«Perché chiudete?»

«Perché il Comune ha bisogno delle stanze.»

«E gli apparecchi?»

Indicò le scatole.

«Qualcuno andrà in deposito. Qualcuno a un’associazione. Qualcuno tornerà alle famiglie che lo avevano prestato.»

«E gli altri?»

«Vedremo.»

Quella parola non mi piacque.

Aveva lo stesso suono di una porta lasciata aperta sotto la pioggia.

Vittorio tornò a imballare la radio.

«Posso visitare il museo?»

«Certo. Finché è un museo.»

La prima sala era dedicata agli apparecchi più antichi.

Cuffie pesanti.

Bobine di rame.

Rivelatori a cristallo.

Tasti telegrafici.

Scatole di legno con manopole nere e scale graduate.

Oggetti costruiti quando ascoltare una voce lontana richiedeva pazienza, attenzione e una certa fiducia nell’invisibile.

Vittorio mi raggiunse.

«Questa è una radio a galena», disse.

«Non ha bisogno di corrente.»

«Esatto.»

«Funziona ancora?»

«Molte cose funzionano ancora. Siamo noi che abbiamo smesso di sapere come.»

Ruotò lentamente una manopola.

Dalle cuffie uscì un fruscio.

Poi una voce lontanissima, indistinta.

«Che stazione è?»

«Non importa.»

«Come non importa?»

«La prima volta importa sentire che c’è qualcuno dall’altra parte.»

Nella sala successiva c’erano radio degli anni Trenta e Quaranta. Mobili lucidati, tessuti davanti agli altoparlanti, quadranti con nomi di città.

Roma.

Parigi.

Londra.

Mosca.

Hilversum.

Berlino.

Sembrava che il mondo intero fosse stato disposto in ordine alfabetico dietro un vetro illuminato.

«Una volta le famiglie si sedevano intorno alla radio», disse Vittorio.

«Oggi ognuno ascolta qualcosa di diverso.»

«Anche allora. Solo che litigavano sullo stesso programma.»

Mi mostrò un apparecchio danneggiato.

Il mobile aveva una bruciatura sul fianco.

«Durante la guerra lo nascosero in una stalla. Il proprietario ascoltava Radio Londra.»

«È documentato?»

«Me lo raccontò suo figlio.»

«E basta?»

«A volte la storia arriva senza certificato.»

Passammo davanti a una radio militare, poi a un trasmettitore costruito da un radioamatore.

Su una piccola targhetta c’era scritto:

PRIMO COLLEGAMENTO: 12 FEBBRAIO 1953

«Con chi parlò?»

«Con un uomo in Sicilia.»

«Si conoscevano?»

«No.»

«E cosa si dissero?»

Vittorio sorrise.

«Che si sentivano bene.»

La frase mi parve bellissima.

Due uomini avevano attraversato l’Italia con la voce per comunicarsi che la voce era arrivata.

Nella terza sala c’erano televisori.

Schermi piccoli, mobili grandi.

Alcuni avevano porte di legno che si chiudevano davanti al video, come se la televisione fosse un ospite da ricevere soltanto in certi orari.

«Questo è del 1954», disse Vittorio.

«Le prime trasmissioni regolari.»

«Sì.»

«Funziona?»

«Funzionerebbe.»

«Che differenza c’è?»

«Non c’è più niente che possa ricevere nel modo per cui era stato costruito.»

Restai a guardare lo schermo spento.

Era un apparecchio integro.

Restaurato.

Lucido.

Eppure il suo mondo tecnico era scomparso.

«Gli oggetti possono sopravvivere alla funzione», dissi.

«È quello che chiamiamo museo.»

La quarta sala era la più disordinata.

Registratori a bobine.

Mangianastri.

Videoregistratori.

Telecamere.

Monitor.

Mixer.

Cavi.

Adattatori.

Formati che avevano promesso di essere definitivi e avevano resistito meno di una generazione.

Vittorio aprì un armadio.

Dentro c’erano cassette di ogni tipo.

VHS.

Betamax.

Video 8.

MiniDV.

Audiocassette.

Cartucce.

Piccole bobine.

«Sono registrazioni del territorio», spiegò.

«Che cosa contengono?»

«Interviste. Feste. Consigli comunali. Fabbriche. Testimonianze di guerra. Una televisione locale che chiuse negli anni Novanta.»

«Sono state digitalizzate?»

«Una parte.»

«E il resto?»

«Aspetta.»

Era la seconda volta, in poche settimane, che sentivo usare quella parola per memorie incapaci di chiedere aiuto.

Aspetta.

«Quanto tempo abbiamo?»

«Non lo so.»

«I nastri sono in buono stato?»

«Alcuni sì. Altri meno.»

«E le macchine?»

Vittorio indicò uno scaffale.

«Finché partono.»

Su un tavolo c’era un vecchio videoregistratore aperto. Si vedevano cinghie, ingranaggi e testine.

«Lo sta riparando?»

«Ci provo.»

«Trova ancora i ricambi?»

«No.»

«E allora?»

Sollevò una piccola ruota di gomma.

«Adatto.»

«Da cosa?»

«Non faccia troppe domande. Potrebbe diventare complice.»

In fondo alla sala c’era una porta chiusa.

Vittorio esitò prima di aprirla.

Dentro, sugli scaffali, c’erano centinaia di nastri.

Non apparecchi.

Non oggetti da esposizione.

Memorie.

Su ogni dorso erano indicati una data e un contenuto.

Intervista alle mondine — 1978.

Alluvione — testimonianze.

Fonderia prima della chiusura.

Festa degli emigranti.

Scuola professionale — ultimi corsi.

Voci dal quartiere demolito.

Presi una cassetta.

«Questa è mai stata ascoltata?»

«Non da quando è arrivata qui.»

«Quando?»

«Dodici anni fa.»

«Perché?»

«Il registratore adatto non funzionava. Poi l’abbiamo riparato. Poi mancava il tempo. Poi mancavano le persone.»

«E adesso manca il museo.»

«Esatto.»

Rimisi la cassetta al suo posto.

Il museo non stava chiudendo soltanto come luogo espositivo.

Stava perdendo la possibilità di diventare ciò che ancora non era riuscito a essere: un archivio accessibile.

«Quante persone verranno oggi?» domandai.

«Lei è la terza.»

«E le altre due?»

«Una signora che cercava il bagno. Un uomo che voleva comprare una radio.»

«Non era in vendita?»

«Adesso quasi tutto sembra in vendita.»

Uscimmo nel corridoio.

Sul muro c’erano fotografie di scolaresche, inaugurazioni, conferenze e restauri.

In una foto più vecchia Vittorio aveva i capelli scuri e teneva in mano un microfono enorme.

«Era lei?»

«Purtroppo.»

«Perché purtroppo?»

«Portavo cravatte molto larghe.»

Mi raccontò che il museo era nato da una piccola raccolta scolastica. Gli insegnanti conservavano strumenti dismessi per mostrarli agli studenti. Poi erano arrivati lasciti, donazioni, apparecchi recuperati dalle cantine.

«All’inizio nessuno considerava vecchie queste cose», disse. «Erano soltanto superate.»

«Quando diventano storia?»

«Quando chi le usava comincia a mancare.»

Nella sala d’ingresso le scatole erano aumentate.

Due uomini del Comune entrarono con un carrello.

«Cominciamo da queste?» chiese uno.

Vittorio guardò l’orologio.

«Mancano ancora due ore.»

«Ci portiamo avanti.»

«Il museo è aperto.»

L’uomo mi guardò, sorpreso di trovare un visitatore.

«Ah.»

Quell’“ah” conteneva un intero piano amministrativo da rivedere.

Vittorio chiuse la porta della sala.

«Fra due ore», disse.

I due uscirono.

«Non possono aspettare domani?»

«Domani devono tinteggiare.»

«Una certa idea del progresso.»

«Il futuro ha sempre bisogno di pareti bianche.»

Gli chiesi se avessero almeno un inventario completo.

«Quasi.»

«Quasi quanto?»

«Abbastanza da sapere che non è completo.»

Presi il telefono e cominciai a fotografare le sale, gli scaffali e le etichette.

«Cosa fa?» domandò.

«Una ricognizione.»

«Per conto di chi?»

«Per conto del panico.»

Chiamai alcune persone.

Un archivista.

Un tecnico.

Un’associazione che si occupava di memoria locale.

Un amico che gestiva uno spazio culturale.

Non promisi nulla.

Le promesse fatte davanti agli scatoloni hanno una pessima reputazione.

Ma ottenni qualche disponibilità.

Un deposito temporaneo.

Una verifica dei supporti.

La possibilità di digitalizzare almeno i materiali più fragili.

Vittorio ascoltava senza interrompere.

«Lei fa sempre così quando visita un museo?»

«No. Di solito compro il catalogo.»

«Qui non l’abbiamo.»

«Ecco il problema.»

A mezzogiorno arrivò una donna con una scatola.

«Sono ancora in tempo?» domandò.

«Per visitare?» chiese Vittorio.

«Per consegnare.»

Dentro c’era una vecchia radio da cucina.

«Era di mia madre», disse. «L’ascoltava tutte le mattine.»

«Perché la porta oggi?»

«Perché ho saputo che chiudevate.»

Vittorio tolse la radio dalla scatola.

«Proprio oggi?»

«Pensavo che almeno qui non l’avrebbero buttata.»

Nessuno parlò per qualche secondo.

La donna si rese conto dell’assurdità.

Aveva portato un oggetto in salvo dentro un luogo che stava per essere svuotato.

«La prendo io», disse Vittorio.

«Ma dove la mette?»

«Per ora qui.»

La appoggiò sul banco, accanto alle altre scatole.

«Funziona?» domandai.

La donna annuì.

Vittorio inserì la spina.

La radio si accese.

Una voce annunciò le notizie del giorno.

Parlava di politica, mercati, traffico e previsioni meteorologiche.

Niente di memorabile.

Eppure rimanemmo tutti ad ascoltare.

Forse perché era l’ultimo apparecchio entrato nel museo.

Forse perché, per qualche minuto, dimostrava che il passato non era ancora completamente passato.

Alle due arrivò un ragazzo dell’associazione archivistica con alcune scatole vuote e un computer portatile.

«Da dove cominciamo?» chiese.

Vittorio lo guardò.

Poi indicò la stanza dei nastri.

«Da quello che non sappiamo ancora ascoltare.»

Fu una buona risposta.

Quando mancavano pochi minuti alla chiusura, tornai fuori.

La Renault 4 era parcheggiata esattamente dove l’avevo lasciata.

Nessun biglietto sul parabrezza.

Nessuna gomma sgonfia.

Nessuna perdita.

Nessun tentativo di attirarmi altrove.

Aprii la portiera.

«Perché oggi non mi hai fatto deviare?»

La Rossa rimase in silenzio.

Vittorio uscì dal museo con le chiavi in mano.

Abbassò l’insegna APERTO e la girò.

Dall’altra parte c’era scritto CHIUSO.

«È finita?» domandai.

Guardò il ragazzo che trasportava le prime cassette verso un deposito provvisorio.

«Non ancora.»

«E il museo?»

«Il museo sì.»

«La raccolta?»

«Forse no.»

Chiuse il portone.

Non fu una scena solenne.

La serratura resistette un poco. Vittorio dovette sollevare la porta con una spalla mentre girava la chiave.

«Lo faceva anche da aperto», disse.

Poi appoggiò una mano sul muro.

Non per salutarlo.

Forse soltanto per riprendere fiato.

Salii sulla Renault.

Sul sedile accanto c’erano ancora il libro, gli appunti e il taccuino.

Rilessi la frase scritta quella mattina:

Ogni nuova tecnologia comincia come una meraviglia e finisce come un oggetto che nessuno sa più riparare.

Sotto aggiunsi:

Ma una memoria non finisce quando si rompe la macchina. Finisce quando nessuno prova più a rimetterla in moto.

Avevo programmato di visitare un piccolo museo della radio.

La Rossa mi aveva portato esattamente lì.

Non aveva sbagliato strada.

Non aveva inventato guasti.

Non mi aveva concesso nemmeno una deviazione.

Solo più tardi capii il motivo.

Quella volta non c’era tempo per perdersi.

Armando

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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