

Il 4 luglio, nel mio palazzo, di solito succedono due cose.
Il signor Henderson, americano del quarto piano, appende al balcone una bandiera degli Stati Uniti grande come una vela. La signora Brambilla, che abita sotto di lui, telefona all’amministratore per denunciare «l’ennesima provocazione imperialista sul prospetto principale».
Io abito al terzo piano.
Esattamente in mezzo.
Non solo dal punto di vista edilizio. Anche morale, politico e condominiale. Nel nostro palazzo l’aria calda sale, le opinioni scendono e prima o poi si incontrano sul mio pianerottolo.
Henderson si chiama Arthur, ma tutti lo chiamano “l’americano”. Anche il postino, quando gli consegna le bollette, dice:
«C’è posta per l’America.»
Arthur ride sempre. Una risata larga, gentile, un po’ fuori tempo.
Era arrivato in Italia molti anni prima per insegnare inglese. Doveva restare due anni. Poi aveva conosciuto una ragazza di Parma, l’aveva sposata e, molto tempo dopo, l’aveva perduta nel modo definitivo in cui si perdono certe persone.
Da allora non se n’era più andato.
Ogni 4 luglio, però, tornava americano.
Appendeva la bandiera, accendeva una vecchia radio e preparava hot dog dall’odore preoccupante. Una volta aveva organizzato un barbecue condominiale. Era finito con tre salamelle carbonizzate, una discussione sulla NATO e il cane del geometra Pavan in fuga con i panini.
Da allora le celebrazioni erano state limitate alla bandiera e a un moderato odore di cipolla.
Quella mattina, però, il balcone era vuoto.
Niente bandiera. Niente radio. Niente cipolla.
Solo una sedia pieghevole contro il muro.
Ho pensato subito che Henderson fosse morto.
Non sono pessimista. È che, dopo una certa età, ogni cambiamento di abitudine viene considerato dal vicinato un segnale terminale. Se un pensionato compra uno yogurt diverso, qualcuno chiama i figli.
Sono salito al quarto piano.
La porta era socchiusa.
«Signor Henderson?»
«Come in, Woody.»
Non mi chiamo Woody. Ma lui sostiene che io gli ricordi Woody Allen. Una volta gli ho detto che avrei preferito somigliare a Paul Newman.
Mi ha guardato con infinita pietà.
«Sure.»
Era seduto in cucina. Davanti a lui c’era la bandiera, piegata male. Non nel modo preciso e solenne dei funerali militari. Era piegata come un lenzuolo quando si è soli e manca qualcuno dall’altra parte a tenere gli angoli.
Sul tavolo c’erano una tazza di caffè, una confezione di hot dog ancora chiusa e una bottiglia di ketchup che sembrava più ottimista di tutti noi.
«Non la appende?» gli ho chiesto.
Ha guardato la bandiera.
«Non lo so.»
Era una risposta troppo seria per una domanda da pianerottolo.
Mi sono seduto senza essere invitato. È una mia specialità: trasformare il dolore degli altri in una visita non richiesta.
«Che succede?»
Arthur ha accarezzato la stoffa.
«Duecentocinquant’anni.»
Gli Stati Uniti celebravano due secoli e mezzo dalla Dichiarazione d’indipendenza. Una di quelle ricorrenze in cui i Paesi si guardano allo specchio, scegliendo con cura l’illuminazione.
«Sono tanti», ho detto.
«Sono pochi. Abbastanza per avere dei ricordi. Non abbastanza per aver capito chi sei.»
Non sapevo cosa rispondere. Perciò ho fatto quello che faccio quando non so cosa rispondere: una battuta.
«Neppure l’Italia ha una personalità semplice. Abbiamo città che litigano da sette secoli sul ripieno dei tortellini.»
Arthur ha sorriso appena.
«Quando ero bambino, mia madre preparava una torta rossa, bianca e blu. Era orribile. Mio padre diceva che non si poteva mangiare e ne prendeva tre fette. Poi arrivavano i vicini, i bambini, i fuochi d’artificio. L’America sembrava una promessa.»
«E adesso?»
«Adesso sembra una discussione.»
Forse capita a tutte le nazioni quando invecchiano. Prima sono promesse. Poi diventano discussioni. Non sempre educate. Più spesso somigliano a quelle cene di famiglia in cui qualcuno ricorda improvvisamente un’offesa del 1983.
«Anche discutere può essere una cosa buona», ho detto.
Arthur mi ha guardato.
«Lei è molto europeo quando dice queste cose.»
«Noi abbiamo litigato parecchio per diventare una nazione. Siamo professionisti.»
Ha abbassato gli occhi.
«Non so se ho ancora il diritto di festeggiare.»
Quella frase era troppo grande per una cucina, un tavolo di formica e una bottiglia di ketchup.
«Facciamo una cosa semplice», ho detto.
Mai fidarsi di me quando pronuncio questa frase.
«Una piccola festa nel cortile. Poche persone. Niente politica.»
Arthur ha sollevato un sopracciglio.
«Vuole organizzare il 4 luglio più triste della storia americana.»
«Non sottovaluti il mio talento.»
Ho scritto nella chat del condominio:
Oggi alle 18 piccolo momento conviviale per il signor Henderson. Niente politica. Solo limonata, hot dog e amicizia fra i popoli.
La signora Brambilla ha risposto subito:
L’amicizia fra i popoli non autorizza l’uso improprio degli spazi comuni.
L’amministratore ha ricordato che il cortile non poteva ospitare manifestazioni politiche senza autorizzazione.
Ho chiarito:
Non è una manifestazione. È un vicino con dei wurstel.
Alle sei siamo scesi.
Arthur portava la bandiera sotto il braccio. Io un vassoio di hot dog cotti male, perché nella vita bisogna essere coerenti.
La signora Brambilla era venuta «solo per controllare». Il geometra Pavan aveva portato le sedie. Il suo cane seguiva il vassoio con interesse storico.
«Dove la mettiamo?» ha chiesto Arthur.
«Non sul cancello», ha detto la Brambilla.
«Sul cancello servirebbe una delibera», ha confermato il geometra.
Ho guardato la vecchia corda del bucato che attraversava il cortile.
«Mettiamola lì.»
«Sulla corda?» ha chiesto Arthur.
«Con due mollette. Come una cosa di casa.»
Non sembrava una grande soluzione diplomatica. Ma le mollette hanno probabilmente salvato più rapporti umani di molti ambasciatori.
Abbiamo aperto la bandiera.
Era troppo grande per quel cortile. Troppo rossa, troppo blu, troppo piena di stelle per un edificio con infiltrazioni nei garage.
L’abbiamo appesa.
È rimasta storta.
«Sembra bucato», ha osservato la signora Brambilla.
«Appunto.»
Arthur la guardava ondeggiare piano. Non sembrava più un’insegna, né una dichiarazione di potenza. Sembrava una cosa fragile messa ad asciugare.
«Mi piace», ha detto.
La Brambilla si è avvicinata.
«Io non sono antiamericana. Ho solo delle perplessità.»
«Anche noi», ha risposto Arthur.
Lei lo ha guardato. Non come una potenza straniera residente al quarto piano. Come un uomo anziano che non sapeva più bene che cosa fare dei propri ricordi.
«Vuole della limonata?»
Arthur ha annuito.
Il geometra ha distribuito le sedie. Il cane ha rubato un hot dog, confermando che gli animali possiedono una memoria più tenace della nostra.
A un certo punto Arthur ha sollevato il bicchiere.
«Alla mia America.»
Si è fermato.
«No. All’America che non so più spiegare.»
Ho alzato il mio.
«All’Italia che non abbiamo mai capito.»
La signora Brambilla ha aggiunto:
«E al condominio, che comunque va amministrato.»
Abbiamo brindato.
Non fu una riconciliazione. Le riconciliazioni vere richiedono tempo, memoria, scuole decenti e possibilmente meno chat condominiali.
Fu solo un momento in cui nessuno convinse nessuno, ma nessuno gridò.
La bandiera si muoveva appena, trattenuta da due mollette verdi. Sembrava meno una celebrazione che una domanda lasciata al vento.
Arthur la guardava in silenzio.
«Forse un Paese non è soltanto ciò che festeggi», disse. «È ciò con cui continui a parlare anche quando ti delude.»
Stavo cercando una risposta intelligente sulla democrazia e sulle promesse tradite, quando il cane del geometra mi saltò addosso per reclamare un altro hot dog.
Persi il filo della Storia.
Forse fu meglio.
La Storia, quando scende nei cortili, non ha mai l’aria solenne che le danno nei libri. Ha l’odore della cipolla, le sedie spaiate, le bandiere storte. Ha persone che non sanno più bene da che parte stare e tuttavia restano lì, insieme, ancora per qualche minuto.
Prima di salire, Arthur staccò la bandiera.
La piegammo in due. Poi in quattro. Poi male.
«Non è così che si dovrebbe fare», disse.
«Neanche noi.»
Rise. Stavolta davvero.
Guardai la bandiera sotto il suo braccio e pensai che forse l’indipendenza, dopo duecentocinquant’anni, non consiste soltanto nel liberarsi da qualcuno.
Forse consiste anche nel non liberarsi troppo in fretta gli uni degli altri.
Armando.
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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