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Sono salito sul treno con l’aria di chi, per una volta, ha tutto sotto controllo: biglietto, telefono carico, perfino una bottiglietta d’acqua. In pratica, un adulto. Per cinque minuti.

Poi è arrivato il controllore.

Non quello “biglietto, grazie” e via. Questo camminava lento, come se non controllasse i QR code ma le coscienze. Aveva la faccia di uno che ti perdona solo dopo averti capito.

Gli ho mostrato il biglietto con una certa fierezza. Io, nella vita, sbaglio molto. Ma i codici a barre mi riescono.

Lui ha annuito.

«Perfetto.»

Io ho già respirato.
E poi lui ha aggiunto:

«E l’alibi?»

«Scusi?»

Ha tirato fuori un timbro. Non il timbro ferroviario: un timbro da ufficio pubblico. Quello che fa rumore e ti cambia la giornata.

«Qui timbriamo anche le scuse.»

Ho riso. Per forza. Quando la realtà deraglia, la risata è l’unico freno d’emergenza.

«Ma io… ho il biglietto.»

Lui mi ha guardato come si guarda uno che non sa di avere una macchia sulla giacca.

«Peggio. Chi non ha scuse di solito ne ha una enorme. Solo che non la sa ancora.»

Ha appoggiato sul tavolino un blocchetto con caselle, come un modulo.

Scuse brevi.
Scuse lunghe.
Scuse con colpa.
Scuse senza colpa.

Io ho deglutito. Perché le scuse sono il mio sport. Se ci fossero le Olimpiadi, io avrei una medaglia. Di partecipazione, ma pur sempre medaglia.

«A cosa serve?» ho chiesto.

«A viaggiare leggeri», ha risposto. «Le scuse sono bagagli. Le portiamo anche quando nessuno ce le chiede.»

Poi ha timbrato un foglio vuoto.

TUMP.

Me lo ha passato.

«Questa è buona. Vale fino a martedì.»

«Ma è bianca.»

«Appunto. Scusa universale. Funziona con tutto.»

Io mi sono sentito sfidato. E quando mi sento sfidato faccio la cosa peggiore: cerco di vincere.

«No, io voglio la scusa perfetta.»

Lui ha alzato un sopracciglio.

«Mi dica.»

E io ho cominciato.

«Il traffico.»

TUMP. «Debole.»

«Mi hanno cambiato appuntamento all’ultimo.»

TUMP. «Inflazionata.»

«Ho perso le chiavi.»

TUMP. «Buona, ma drammatica. Si usa poco.»

Io ho rilanciato, più creativo. Più moderno. Peggio.

«Sono venuto, ma con un leggero ritardo esistenziale.»

Lui si è fermato un attimo. Ho pensato: ecco, questa l’ho presa.

Invece: TUMP.
«Troppo lunga. Lei la usa per sentirsi intelligente.»

Colpito. Affondato. E la cosa peggiore è che aveva ragione.

Ho abbassato la voce.

«Allora qual è una scusa buona?»

Lui ha guardato fuori dal finestrino. Campi, case, un cielo pallido.

«Una scusa buona», ha detto, «protegge qualcuno. Non protegge lei.»

«E le migliori?»

Ha chiuso il blocchetto. Ha rimesso via il timbro.

«Le migliori sono quelle che non le servono.»

Io ho fatto la faccia di chi chiede spiegazioni, ma lui ha tagliato corto, come fanno i filosofi quando hanno un treno da prendere.

«Arriva. Dice la verità. O tace. O fa una cosa rarissima: ripara.»

Poi si è girato, già nel corridoio.

«Tenga. Vale fino a martedì.»

Io ho guardato il foglio bianco timbrato. Mi è venuta voglia di conservarlo nel portafoglio, come un amuleto. Una scusa pronta all’uso, piegata bene, senza briciole.

E lì ho capito il trucco: sarebbe stato solo un altro modo elegante per non cambiare.

Ho piegato il foglio in quattro.
E l’ho buttato.

Mi sono seduto meglio. Ho smesso di provare frasi. Ho guardato fuori.

Il treno correva.
Io, per una volta, no.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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