

Io la metropolitana non l’ho mai capita.
Scendi sottoterra di tua volontà, ti chiudi in un tubo con sconosciuti che sudano ansia, e lo chiami “mobilità sostenibile”.
Ma è economica. E i giorni di pioggia ti ci spingono dentro come un proiettile umido.
Quella mattina ero sulla banchina, odore di freni e cappotti bagnati.
Il tabellone diceva: 3 minuti. In metro, tre minuti non sono tempo: sono una speranza teologica.
Alle pareti i soliti manifesti:
“DIVENTA LA VERSIONE MIGLIORE DI TE STESSO”,
“SUPERA TE STESSO”,
“VOGLIA DI VIVERE IN UNA CAPSULA”.
Ho pensato: se Nietzsche avesse preso la metro, a questo punto avrebbe morsicato il binario.
Il treno è arrivato, la ressa pure. Salgo, porta che si chiude, corpi che oscillano.
E lì lo vedo: cappotto scuro, baffoni, sguardo febbrile, appoggiato al palo centrale.
Nessuno lo nota. Io sì: certe facce ti traumatizzano al liceo e ti restano.
— Scusi… lei è…?
— Sì — risponde. — Quello che vi hanno spiegato male.
Nietzsche, in metropolitana con me.
Osserva i passeggeri come una specie rara di insetti.
Sui monitor scorrono pubblicità: “LIVE YOUR BEST LIFE”, “FOLLOW YOUR PASSION”.
— Vedo che la volontà di potenza si è riciclata bene — commenta. — Ora è uno slogan per scarpe da ginnastica.
— Qui hanno trasformato tutti in superuomini a rate — azzardo. — È marketing.
— Il superuomo — replica — non è un abbonamento alla palestra.
È chi inventa i propri valori invece di ereditarli dalla mandria.
Ma vedo che la mandria ha assunto un ottimo ufficio marketing.
Intorno: teste chine sul telefono, auricolari, scroll compulsivo. L’odore dei freni si mescola a un deodorante “Wild Energy”.
— Ecco il vostro eterno ritorno — brontola. — Un loop di contenuti consigliati.
Alla fermata successiva sale un ragazzo con skateboard e maglietta:
“DIO È MORTO – Nietzsche / NIETZSCHE È MORTO – Dio”.
Nietzsche la fissa.
— Chi ha disegnato quella cosa?
— È ironia — spiego. — Meme, battute…
— Ho detto che Dio è morto, non che la conversazione dovesse diventare stupida.
Era una diagnosi, non una t-shirt.
Si rivolge al ragazzo:
— Tu credi in qualcosa?
— Spotify Premium — risponde lui. — E nelle offerte del Black Friday.
Nietzsche chiude gli occhi.
— Perfetto. Ora muoiono anche gli idoli, ma in saldo.
Ripartiamo. Il vagone ondeggia.
— Senta, allora glielo chiedo — dico. — L’“eterno ritorno” mi perseguita.
Io lo immagino letterale: rivivere all’infinito ogni figuraccia, ogni notte sveglio con le notifiche… È questo?
Mi guarda di lato.
— Se l’idea ti terrorizza, stai iniziando a prendere sul serio la tua vita.
L’eterno ritorno non è una profezia, è una domanda:
“Se questo istante tornasse identico infinite volte, potresti dirgli di sì senza vergogna?”.
Mi vedo: appeso alla maniglia, cappotto stropicciato, borse sotto gli occhi.
— Non so se direi sì a molti momenti della mia vita — confesso. — Forse a due pizze.
— Allora comincia da lì — risponde. — Scegli almeno un momento al giorno che, se tornasse all’infinito, non sarebbe tempo buttato.
Non dev’essere grandioso. Dev’essere tuo.
La metro entra in un tratto buio.
Neon tremolanti, una signora dorme, un bambino guarda il nero fuori.
— Avete riempito il mondo di luci — mormora — eppure sembrate più al buio che mai.
A un certo punto una voce annuncia:
“Ritardo sulla linea per problemi tecnici. Ci scusiamo per il disagio.”
Il vagone sospira. Uno impreca, un altro scrive “INFERNO” in chat.
Nietzsche ride.
— Il vostro concetto di tragedia è commovente — dice. — Una fermata saltata e parlate di apocalisse.
Chiamate “catastrofe” ogni deviazione dal programma, poi vi stupite se la vita vi pesa.
— Quindi dovremmo accettare tutto? — chiedo.
— No. Accettare tutto è rassegnazione.
Dovreste imparare a dire sì a qualcosa nonostante tutto il resto.
Mi indica un uomo seduto davanti a noi: casco da cantiere in grembo, una busta del supermercato.
— Forse ha fatto dodici ore di lavoro — dice. — Forse il suo capo lo tratta come una vite di ricambio.
Ma guarda come controlla quella busta: dentro c’è qualcosa che porterà a casa a qualcuno.
In quel gesto minuscolo c’è più volontà di potenza che in tutti i vostri poster motivazionali.
“Prossima fermata: STAZIONE CENTRALE”.
— Io scendo qui — annuncia Nietzsche. — Pare che anche dall’altra parte ci sia un cambio di linea.
— Un consiglio pratico per i pendolari del XXI secolo? — chiedo in fretta.
Ci pensa un attimo.
— Ogni mattina chiediti: “Se la mia vita fosse solo questo: metro, lavoro, stanchezza, notifiche… potrei dirle di sì senza vomitare?”.
Se la risposta è no, magari non puoi cambiare tutto subito.
Ma smetti almeno di chiamare “normale” ciò che ti spegne.
La volontà di potenza, all’inizio, è non affezionarsi alla propria gabbia.
Le porte si aprono.
Scompare nel flusso umano.
Io proseguo fino alla mia fermata.
In superficie la città è grigia, ma meno ostile.
Istinto automatico: telefono in mano, venti minuti di scroll.
Mi torna in testa la sua voce: “Trova un momento a cui dire di sì”.
Mi fermo al bar.
Caffè, brioche indecente, tavolino.
Il telefono resta in tasca.
Guardo la gente che passa: un bambino con lo zaino gigantesco, un ragazzo che sorregge il padre anziano, una ragazza che legge appoggiata al muro.
Per dieci minuti non faccio altro che questo: esserci.
Penso: “Se dovessi rivivere infinite volte solo questi dieci minuti, potrei sopravvivere?”.
La risposta, inaspettata, è: “Credo di sì”.
Non è un sì da manifesto motivazionale.
È un sì timido, storto, ma vero.
La metropolitana, il giorno dopo, sarà uguale.
Io, forse, un po’ meno.
Armando
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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