

Io continuo a ripeterlo: non ho il fisico per le responsabilità.
Neanche per quelle piccole, tipo scegliere tra latte intero o scremato. Ogni volta che qualcuno mi affida qualcosa, anche una cosa banale, io entro in uno stato di crisi spirituale degno di un monaco tibetano che ha perso il libretto delle istruzioni dell’universo.
Eppure, quella notte, sembrava andare tutto nella solita, prevedibile disfunzione. Ero rimasto sveglio per colpa della mia moka. Ha settant’anni, la stessa età di molte delle mie insicurezze, e da un po’ fa quel rumore metallico che somiglia al pianto sommesso di uno che chiede di andare in pensione ma nessuno lo ascolta.
Io, con la delicatezza psicologica di un diplomato all’Accademia dei Malintesi, le stavo parlando come se fosse un animale ferito.
«Dai, piccola. Fammi questo favore. Solo un caffè decente, e poi ti lascio in pace per due ore.»
È stato allora che il telefono ha vibrato.
“White House.Washington, D.C.”
Ora, io lo so che la vita moderna genera paranoia, ma ammetterai che vedere quel nome sul display fa un certo effetto. L’unico legame che ho con Washington è la volta in cui ho sbagliato volo e sono finito su una panchina davanti al Lincoln Memorial a mangiare un hot dog che sapeva di rimpianto.
Rispondo.
«Mr. Woody?»
Tono affrettato, di quelli che tradiscono l’ansia di chi sta già in ritardo.
Io ho provato a dire qualcosa tipo “Forse avete sbag…”, ma la voce mi ha investito come una nevicata improvvisa.
«Abbiamo bisogno del discorso. Quello per l’insediamento. Il Presidente conta su di lei.»
Una parte di me si è sentita lusingata.
Una parte ha pensato: questa è follia pura.
Un’altra parte, la più pericolosa, ha pensato: Non sono “quel Woody”. È un errore, ok. Ma se ti capita un errore così, forse è destino che tu ci provi.
E allora ho detto sì.
Ho una vecchia scrivania accanto alla finestra. Fuori, la neve cadeva lenta come sbadigli di città. Dentro, solo la luce della mia lampada, quella che pende un po’ storta perché una volta ci ho sbattuto contro con la testa mentre cercavo i miei occhiali. Sopra ci ho attaccato un foglietto con scritto “…”. Non è un promemoria: è un metodo di sopravvivenza. Mi ricorda che nella vita bisogna sempre lasciare aperta almeno una sospensione.
Mi siedo, appoggio le dita sulla tastiera, e scrivo le prime parole.
E subito capisco che non sto scrivendo un discorso presidenziale. Sto scrivendo una confessione universale.
«Signore e signori, comincio confessandovi una cosa semplice: nessun essere umano è pronto a guidarne milioni.
Si impara strada facendo.
E l’unico modo per farlo bene è ricordarsi che chi ti ascolta, oggi, ha le tue stesse paure».
Poi continuo.
Una pagina diventa due, poi quattro, poi dieci.
Scrivo che nessun Presidente al mondo è davvero preparato al peso delle decisioni.
Scrivo che la grandezza non è nei trionfi, ma nella volontà di ascoltare chi ti smentisce.
Scrivo che la democrazia è come una serratura arrugginita: funziona solo se ci provi con pazienza.
Scrivo che un Paese è fatto da persone stanche che si svegliano lo stesso, da cuori rotti che tengono la porta agli sconosciuti, da mani pulite che continuano a pulire anche quando nessuno vede.
E poi quella frase, la più fragile:
«Il futuro è un animale sensibile: ti segue solo se gli parli piano.»
Non so da dove sia uscita. Forse dalla moka, finalmente pacificata.
Quando arriva l’alba, sono svuotato.
Prendo i fogli e li infilo nel fax. Schiaccio il pulsante. Partono.
Guardo la neve che smette.
Ascolto la città che si rianima come un’orchestra stonata ma ostinata.
Alle dieci accendo la TV.
Sullo schermo, il Presidente entra, con quel passo misurato di chi vorrebbe scappare ma è stato educato troppo bene. La folla, i flash, le bandiere che svolazzano come se avessero freddo.
Inizia a leggere.
La mia voce, nelle sue parole.
La mia insicurezza, nella sua sicurezza.
La mia notte insonne, nel suo giorno solenne.
E io non respiro per diversi minuti. Mi viene da pensare che se l’universo fosse una persona, a volte si divertirebbe troppo.
Poi succede la cosa che mi disarma.
Arriva alla mia ultima frase, quella dell’animale sensibile.
Si ferma.
Alza lo sguardo.
E aggiunge di suo:
«E io gli parlerò piano. Ma voi, parlategli con me.»
Silenzio.
Applausi.
La mia gola fa un rumore strano, tipo “emozione in versione demo”.
La cerimonia finisce. Io rimango lì, seduto, con la moka che ribolle piano come se commentasse la situazione.
E proprio allora squilla il telefono.
«Mr. Woody? Il Presidente sarebbe onorato se scrivesse anche il discorso al Congresso. Ha detto… ha detto che lei ha una voce che manca alla politica.»
Io rimango in silenzio.
Un silenzio pieno, pacato, quasi adulto.
Poi dico: «Sì. D’accordo.»
E quando chiudo la chiamata mi viene da ridere.
Non per la gloria, no.
Perché nella vita, almeno una volta, è bello che qualcuno ti scambi per la versione migliore di te stesso.
E tu, anche solo per un attimo, provi a esserlo davvero.
Armando
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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