

Pioveva su Sanremo con quella pioggia ligure che non cade: insiste.
Io ero lì per una consegna da cinque minuti, un favore a un amico tecnico, una cosa da retro del teatro e pass grigio in tasca — cioè la forma più rassicurante dell’anonimato.
Poi, sotto una lampada vicino a una porta laterale, ho tirato fuori il badge e l’ho visto cambiare colore. Era diventato rosso. Rosso pieno. Rosso da errore che qualcuno, più tardi, avrebbe difeso dicendo: “Ormai è andata.” C’era scritto: OSPITE IMPREVISTO. Sotto, in piccolo, una parola sola: SCALA. E a Sanremo, quando una parola sola ti viene incontro così, non è mai un’indicazione. È già una trama.
Mi avvicinai al banco accrediti, che a quell’ora sembrava un pronto soccorso per persone eleganti. Stampanti, auricolari, cavi, occhi stanchi. La signora dietro il banco aveva la stessa espressione di chi ha già visto la giornata peggiorare e non intende partecipare emotivamente.
“Mi scusi,” dissi, “questo pass non è mio.”
Lei lo guardò appena. “Adesso sì.”
“Guardi che io non sono un ospite.”
Alzò gli occhi. “Nessuno lo è, a quest’ora.”
“C’è scritto ‘scala’.”
“Lo vedo.”
“È un errore.”
Lei fece un mezzo sorriso. “Se è stampato, è una scelta.”
Provai a restituirglielo. Non lo prese. “Se glielo annullo, si crea un doppione.”
“E sarebbe grave?”
Mi guardò come si guarda un uomo che vuole aprire l’ombrello in una sala operatoria. “Lei non vuole sapere cosa succede quando si crea un doppione a Sanremo.”
Avrei dovuto andarmene. Davvero. Tornare fuori, prendere aria, cercare il mio amico, fare una vita onesta. Invece arrivò un ragazzo magro con tre telefoni, due auricolari e un giubbotto nero. Mi vide, vide il pass e mi prese per il gomito con sollievo professionale.
“Finalmente.”
“Credo di no.”
“Perfetto,” disse lui, già trascinandomi. “Quelli sicuri sono i peggiori.”
“Mi scusi, io non sono l’ospite.”
“Benissimo. Gli ospiti veri fanno resistenza. Lei almeno è collaborativo nel panico.”
Mi portò dentro.
I corridoi dietro il palco, la sera, non sono corridoi. Sono una lingua. Ogni porta sembra dire una cosa diversa: trucca, aspetta, canta, cambia, sorridi, sparisci. C’erano fiori ovunque, cavi ovunque, gente che correva con la calma di chi non può permettersi di sembrare nel panico. Da una stanza usciva una nota tenuta troppo a lungo. Da un’altra una voce che diceva: “No, il dramma va bene, ma meno dramma in camera due.”
“Mi sente?” dissi al ragazzo.
“Purtroppo sì.”
“Io sono qui per sbaglio.”
Lui annuì. “Anche noi.”
Non capii se scherzava. A Sanremo nessuno scherza mai del tutto.
Ci fermammo davanti a un monitor. Sullo schermo c’era il palco. Luci, orchestra, applausi, il conduttore che teneva insieme tutto con quella serenità che io provo solo quando annullano un appuntamento. La scala brillava dietro di lui con un’aria quasi personale.
Il ragazzo mi mise in mano un cartoncino.
“Se serve, leggi.”
Guardai il cartoncino. Percentuali, televoto, giurie, codici. Sembrava il bugiardino di un farmaco per chi soffre di democrazia.
“Che cos’è?”
“Voto.”
“Perché dovrei leggerlo io?”
Mi guardò un secondo, poi disse con una sincerità quasi affettuosa: “Perché hai la faccia giusta.”
“Giusta per cosa?”
“Per essere credibile mentre non capisci.”
Prima che potessi offendermi, arrivò una costumista dal nulla. Mi sistemò il bavero, mi attaccò una spilla che luccicava in modo preoccupante e sparì senza una parola. Fece tutto in tre secondi. Io impiego più tempo per dubitare di un avverbio.
“Adesso ascolta,” disse il ragazzo. “Scendi. Respira. Se ti fanno una domanda, rispondi piano. Se non capisci, sorridi. Se capisci, peggio: sorridi lo stesso.”
“E se mi chiedono chi sono?”
“Dillo con calma. Qui funziona quasi tutto, se lo dici con calma.”
Dal monitor vidi una micro-pausa sul palco. Il ragazzo si irrigidì. Nell’auricolare sentì qualcosa, annuì a nessuno, poi si voltò verso di me.
“Tocca a te.”
“Per fare cosa?”
“Presenza.”
La parola mi colpì più del previsto. Non “intervento”, non “ospitata”. Presenza. Come un soprammobile. Come un fantasma educato.
Mi spinse verso la scala.
Ora, la scala di Sanremo in tv è una scala. Dal vivo è una trattativa. Ti osserva le scarpe. Ti ricorda l’età. Ti fa sentire le ginocchia come un’opinione politica.
“Quanti gradini sono?” chiesi.
“Non li contare.”
“Perché?”
“Se li conti, cambiano.”
Pensai fosse una battuta. Poi guardai la sua faccia. Non stava scherzando. O non solo.
Misi il piede sul primo gradino.
Applauso.
Non per me, credo. Lì applaudono spesso in anticipo. È prudenza nazionale.
Secondo gradino.
Terzo.
Al quarto ebbi la netta sensazione che ce ne fosse uno in più. Non in alto. Proprio lì, tra il quarto e il quinto, come una complicazione aggiunta all’ultimo minuto da qualcuno che si annoiava. Mi fermai un attimo.
Da dietro, una voce sussurrò: “Vai.”
Mi voltai. Nessuno.
Continuai.
Arrivai giù vivo, e per qualche secondo mi parve un risultato artistico sufficiente.
Il conduttore mi venne incontro sorridendo. Gli occhi, però, facevano un lavoro più raffinato: non cercavano di capire chi fossi. Cercavano di capire chi potevo diventare in trenta secondi.
“Benvenuto!”
Strinsi la mano e dissi la prima cosa vera che avevo:
“Grazie, ma credo ci sia un malinteso.”
La platea rise subito. È una cosa che mi commuove sempre: la velocità con cui un pubblico riconosce il panico altrui e decide di trasformarlo in intrattenimento.
“Benissimo,” disse lui. “Allora restiamo nel malinteso.”
Era bravissimo. Non mi stava salvando. Mi stava mettendo in condizione di salvarmi da solo, che è molto più elegante.
“Come sta vivendo questa serata?”
Guardai il pubblico, poi la scala, poi le telecamere, che da vicino somigliano a animali pazienti.
“Con cautela,” dissi. “Mi hanno detto ‘scala’ e io, per educazione, sono sceso. Nella vita faccio spesso cose per educazione. È così che nascono i problemi.”
Risata. Netta. Pulita.
Dietro le quinte, da qualche parte, il ragazzo dei tre telefoni avrà avuto la sensazione di essere un genio. Gli devo molto. Mi aveva appena rovinato la serata e migliorato la vita.
Il conduttore capì che il corpo estraneo reggeva. Mi porse il cartoncino.
“Ci aiuta a ricordare il voto?”
Certo. Quando uno è sospeso tra ansia e miracolo, la cosa migliore è affidargli un regolamento.
Guardai il cartoncino. Per un attimo le scritte si mossero. Niente effetti speciali, niente fumo. Solo un 34 che sembrò diventare 43 e poi tornò 34. Una freccia salì e ridiscese come se avesse ripensato alla carriera. Sbattei gli occhi. Tutto normale.
Mi dissi: luci. Oppure zuccheri. Oppure Sanremo.
Cominciai.
“Dunque… il pubblico vota, le giurie votano, le radio votano. Mi sembra un sistema bellissimo. In pratica una canzone, per esistere davvero, deve superare una famiglia, due istituzioni e un apparecchio elettronico.”
Risata.
Continuai, con la calma che mi viene solo quando è troppo tardi per scappare.
“Mi colpisce una cosa. In altri posti la musica si ascolta. Qui viene discussa, votata, commentata, contestata e infine amata lo stesso. È molto civile. E molto faticoso.”
Risata più applauso.
Dietro di me sentii un piccolo colpo secco. Mi voltai appena. La scala era immobile, ma ebbi la netta impressione che due gradini avessero approvato.
Il conduttore mi guardò con quel mezzo sorriso professionale che significa: vai avanti, ma non diventare filosofo.
Naturalmente diventai filosofo.
“Posso dire una cosa?”
Silenzio.
In Italia, quando uno in diretta chiede “posso dire una cosa?”, metà del Paese teme una gaffe, l’altra metà spera in una verità. È uno dei pochi momenti davvero unitari.
Lui annuì.
Guardai la platea. E lì successe la cosa più strana della serata, più strana del pass rosso e dei gradini suscettibili. Per un istante non vidi più il teatro. Vidi salotti. Cucine. Divani. Una signora con la coperta sulle ginocchia. Due ragazzi che litigavano su chi avesse stonato. Un uomo in piedi in cucina che fingeva di non guardare. Una bambina sveglia oltre l’orario. Tutti separati, tutti insieme.
Forse erano le luci. Forse la stanchezza. Forse Sanremo fa questo.
Dissi piano:
“La cosa sorprendente è che per qualche minuto siete tutti nello stesso posto senza muovervi da casa. Poi litigate, certo. Però intanto ci siete. E oggi, con tutto il resto, non è poco.”
Non arrivò subito la risata. Prima venne un vuoto piccolo, come quando una frase tocca qualcosa e nessuno vuole essere il primo ad ammetterlo.
Poi una risata, sì. Ma leggera. E dietro, un applauso vero.
Il conduttore mi toccò appena il gomito. Ringraziamento, salvataggio, cambio scena: nei professionisti è lo stesso gesto.
“Grazie,” disse. “Davvero.”
Mi voltai verso la scala per tornare dietro.
Aveva un gradino in meno.
Mi fermai. Lo dissi piano, fuori microfono: “Prima non era così.”
Una voce alle mie spalle rispose: “Si adatta.”
Era il ragazzo dei tre telefoni. O uno identico a lui. A quel punto non avrei firmato su nulla.
“Si adatta a cosa?”
“All’audience.”
“Mi sta prendendo in giro?”
“Magari.”
Mi accompagnò dietro le quinte. Passammo davanti a una porta con scritto SILENZIO. Due secondi dopo, mentre la superavo, c’era scritto STAMPA. Poi SARTORIA. Poi, per un istante, LESSICO EMOTIVO.
Decisi di non commentare. C’è un’ora, nei corridoi dei festival, in cui il realismo diventa solo una superstizione.
Dietro una quinta trovai finalmente il mio amico tecnico, fermo esattamente dove l’avevo lasciato, con la custodia in mano e la pazienza di chi lavora davvero.
“Dove eri finito?”
Lo guardai. Avevo la spilla che luccicava, il cartoncino del voto ancora in mano e la sensazione di essere stato usato da una macchina più grande di me in modo tutto sommato gentile.
“Presenza,” dissi.
Lui annuì, come se avesse senso. “Capita.”
“Spesso?”
“Qui? Tutte le sere. Cambiano le persone. La presenza è sempre quella.”
Uscimmo dal retro. Pioveva ancora. La città sembrava una scenografia lasciata accesa per sbaglio. Mi infilai una mano in tasca per cercare il pass rosso.
Non c’era.
Al suo posto trovai un biglietto piegato in quattro. Lo aprii.
C’era scritto, a penna:
GRAZIE PER LA PRESENZA
VALIDO FINO AL PROSSIMO EQUIVOCO
Sotto, una firma illeggibile. O forse era una freccia verso l’alto.
Risi. Non molto. Il giusto.
Non so se da quella sera io ami Sanremo. Direi di no. Mi mette ancora ansia, la scala resta una forma di ricatto estetico, e i corridoi dietro il palco continuano a sembrarmi il posto ideale per perdere il senso e ritrovare una spilla.
Però gli riconosco una qualità rara: prende gli errori, li illumina molto, li trucca un po’, e per qualche minuto li fa sembrare destino.
E se devo essere onesto, non è male come definizione anche della vita.
Armando
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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