

Non è una storia di sesso. È una storia di potere.
A un certo punto la domanda cambia forma. Non è più “che cosa è successo nel caso Epstein”, ma qualcosa di più scomodo: perché il potere, quando diventa davvero potere, sembra smarrire il senso del limite proprio lì dove dovrebbe essere più evidente?
Se restiamo sulla superficie, la risposta è facile e anche un po’ consolatoria: devianza, patologia, eccezione. Funziona perché ci permette di chiudere il caso dentro una categoria e andare oltre. Ma se allarghiamo lo sguardo, quella spiegazione inizia a scricchiolare. Non perché sia falsa, ma perché è insufficiente.
La storia e l’immaginario occidentale sono pieni di figure che, raggiunto un certo grado di potere, non si limitano a desiderare: pretendono. Nella mitologia, Zeus non corteggia, non attende, non negozia. Si trasforma, inganna, irrompe. Non è tanto un dio “lussurioso”, quanto un dio che non riconosce più ostacoli. Il punto non è il desiderio, ma l’assenza di un confine che lo contenga. Il mito, con la sua crudezza, dice qualcosa che ancora oggi fatichiamo ad ammettere: quando tutto è possibile, anche ciò che non dovrebbe esserlo smette di apparire tale.
Nelle corti, negli imperi, nelle élite chiuse, il quadro non cambia molto — si fa solo più documentato. Il comportamento sessuale non è mai soltanto privato: diventa linguaggio, segnale, a volte persino prova di appartenenza. Non perché quelle persone “non potessero avere altro”, ma perché ciò che è accessibile perde rapidamente valore. E allora la trasgressione smette di essere rischio e diventa dimostrazione. Posso farlo, quindi lo faccio. Posso farlo, quindi sono al di sopra. Il desiderio, in questo passaggio, cambia natura: non cerca più un altro essere umano, cerca conferma di sé.
È qui che il presente smette di essere un’eccezione e torna a essere una variazione sul tema. Il caso Epstein, guardato senza morbosità, mostra una struttura più che una storia individuale. Una rete, prima di tutto. Un sistema di accessi, protezioni, silenzi costruito nel tempo, con la complicità attiva o passiva di molti. E dentro questo sistema, una dinamica che conosciamo bene: quando il potere riduce il bisogno degli altri, riduce anche la capacità di riconoscerli. L’altro diventa funzione, strumento, occasione. Non è una giustificazione, è un meccanismo.
L’arte, da questo punto di vista, è stata spesso più lucida della cronaca. Don Giovanni non è semplicemente un seduttore instancabile: è qualcuno che consuma le persone come tappe di un percorso che non ha mai fine. In Lolita il desiderio non è impulso naturale, ma costruzione, narrazione, manipolazione. In Eyes Wide Shut il sesso diventa rituale di un’élite che non cerca piacere ma riconoscimento reciproco, appartenenza a un livello separato. E Pasolini, con Salò, porta tutto questo al limite estremo, dove il corpo non è più nemmeno oggetto di desiderio, ma spazio di esercizio del potere. L’arte non spiega, ma mostra. E ciò che mostra è che il confine tra desiderio e dominio è più fragile di quanto ci piaccia pensare.
Vale però la pena evitare una scorciatoia morale molto tentante: non è una storia di “ricchi contro poveri”, né una questione di denaro in sé. La ricchezza amplifica, ma il nodo è un altro — cosa accade quando il potere non incontra limiti reali, quando si muove dentro spazi in cui la responsabilità è diluita o assente. Non tutti reagiscono allo stesso modo, ma il contesto rende possibili comportamenti che altrove si fermerebbero prima.
La domanda, allora, si sposta e diventa più collettiva. Non riguarda soltanto chi esercita il potere, ma il modo in cui una società costruisce, difende o lascia erodere i propri confini. Perché il limite non è solo una regola esterna: è anche una forma di riconoscimento dell’altro. Quando questo riconoscimento si indebolisce, il rischio non è solo l’abuso, ma qualcosa di più sottile: la normalizzazione dell’idea che tutto ciò che è possibile sia, in fondo, lecito.
Forse il punto più inquietante non è che queste storie esistano, ma che continuino a sorprenderci come se fossero anomalie, invece di interrogarci come segnali. Segnali di una tensione che attraversa tutta la nostra cultura, da sempre: quella tra il desiderio e il limite, tra la libertà e la responsabilità, tra il potere e il suo uso.
E mentre cambiano i contesti, gli strumenti, le forme della visibilità, questa tensione non scompare. Si sposta, si adatta, a volte si nasconde meglio. Ma resta lì, pronta a riemergere ogni volta che il limite si indebolisce abbastanza da non essere più percepito come tale.
Forse, allora, il vero punto non è capire fin dove può arrivare il potere. Questo, in fondo, lo abbiamo già visto molte volte. La domanda più difficile è un’altra: fino a che punto siamo ancora capaci, come cultura, di riconoscere e difendere il confine come valore — non solo come vincolo.
Armando