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Quando mi invitarono a tenere una lezione all’università della Terza età, pensai che ci fosse stato un errore.

Non per falsa modestia. Per esperienza.

Il mondo è pieno di persone preparate, ma ogni tanto chiamano me. Forse perché ho un’aria riflessiva. È uno dei più grandi malintesi della mia biografia. In realtà passo molto tempo a guardare nel vuoto con espressione intensa, sperando che nessuno pretenda i contenuti.

Il titolo dell’incontro era Capire il presente.

Ora, io faccio già fatica a capire i menù digitali, le ricevute del bancomat e le confezioni dei medicinali. L’idea che potessi capire il presente, e addirittura spiegarlo a persone con molto più passato di me, mi sembrava un abuso.

Accettai lo stesso. Ho questa tendenza: quando una cosa mi pare chiaramente inadatta a me, temo che sia il mio destino. È una forma di superstizione depressa.

Arrivai con una cartellina. Non conteneva molto, ma una cartellina comunica una cosa importante: che il panico è stato almeno organizzato.

L’aula era già piena. E lì capii che avevo un problema serio.

Non perché fossero ostili. Peggio: erano attenti. Persone educate, composte, con quaderni veri e facce da gente che non si lascia distrarre da una battuta ben messa. In prima fila c’era già una signora col quaderno aperto e lo sguardo di chi, se necessario, può smontarti con gentilezza.

Cominciai dicendo che il presente mi dà spesso l’impressione di una stanza piena di persone che annuiscono per non ammettere di non aver capito dove sia l’interruttore.

Risero. Mi incoraggiai. Parlai della velocità, dell’urgenza continua, del fatto che ormai aspettare sembra una sconfitta morale. Annuivano. Qualcuno prendeva appunti. Per qualche secondo pensai perfino di cavarmela.

Poi alzò la mano la signora della prima fila.

“Lei dice che oggi tutto corre”, disse. “Ma da quando?”

Ci sono domande che, poste con cortesia, fanno più danni di un’aggressione frontale.

Provai a rifugiarmi nelle frasi classiche: i processi storici sono lenti, i cambiamenti si sedimentano, non ci sono date nette. Lei ascoltò con pazienza e poi disse:

“Io invece ho l’impressione che il mondo abbia cominciato a correre quando ha deciso che aspettare era umiliante.”

E lì cominciai a capire che la lezione aveva cambiato proprietario.

Subito dopo parlò un signore coi baffi, voce tranquilla, tono da uno che ha litigato con la vita e qualche volta ha pure vinto.

“Secondo me non è la velocità il problema”, disse. “È che oggi nessuno vuole più sembrare incerto. Se uno dice ‘non lo so’, perde posizione.”

Mi tolsi gli occhiali, che è il gesto con cui cerco di sembrare pensoso quando in realtà sto crollando con una certa eleganza.

“Sì”, dissi. “Questo mi pare giusto.”

Era la frase più sincera che avessi pronunciato dall’inizio.

Da lì l’aula prese coraggio. Una signora disse che il presente è meno incomprensibile del modo in cui viene raccontato. Un’altra osservò che una volta non si parlava di resilienza: si diceva più semplicemente stanchezza. E a sentirla, sembrava una parola molto più onesta.

Io ascoltavo.

Formalmente ero ancora il relatore. Di fatto ero diventato uno spettatore con la cartellina.

Poi parlò una donna che fino a quel momento era rimasta in silenzio. Disse piano che suo figlio era morto trent’anni prima e che da allora diffidava di chi parla del futuro come di una promessa.

“Il futuro non promette”, disse. “Arriva. E noi possiamo solo decidere con che parole aspettarlo.”

In quel momento i miei appunti morirono definitivamente.

Io ero andato lì per spiegare il tempo. Loro cercavano soltanto di non mentirgli. Che è una disciplina molto più seria.

Allora feci la sola cosa decente che potessi fare: smisi di fare il conferenziere.

Dissi che forse avevo accettato quell’invito con un piccolo equivoco di vanità. Pensavo di portare qualche idea sul caos del mondo. Invece stavo capendo che comprendere non serve a controllare il tempo. Serve, semmai, a trattarlo con un po’ meno arroganza.

Da quel momento andò meglio. Cioè: andò molto meno come avevo previsto.

Feci domande. Loro risposero. Una signora raccontò di aver imparato a usare il tablet per vedere le foto dei nipoti e di essersi poi ritrovata a leggere giornali stranieri. Un uomo disse che la pensione gli aveva tolto il lavoro ma gli aveva restituito il tempo per guardare davvero sua moglie. La moglie confermò con un mezzo sorriso che il recupero era ancora in corso.

Alla fine applaudirono. Non da spettacolo. Più da sollievo reciproco.

Uscii con la cartellina sotto il braccio e un pacchetto di biscotti fatti in casa in mano, che è una delle immagini più precise del ridimensionamento maschile.

Sotto il portico mi raggiunse la donna che aveva parlato del figlio.

“Posso dirle una cosa?”

“Certo”, dissi, già temendo una frase memorabile. Le frasi memorabili, quando sono rivolte a te, hanno sempre qualcosa di umiliante.

“Lei all’inizio parlava come uno che stava rincorrendo il tempo. Poi si è fermato.”

Sorrisi.

Lei scosse la testa.

“No. Non è un complimento. È una differenza. Noi il tempo non lo inseguiamo più. Per questo, qualche volta, lo vediamo meglio.”

Rimasi lì con quella frase addosso e i biscotti in mano, che è una postura meno ridicola di quanto sembri.

Pensai che forse il nostro errore più tenace è credere che conti arrivare prima. Prima degli altri, prima del dubbio, prima del tempo. E invece, qualche volta, la sola cosa intelligente da fare è fermarsi abbastanza a lungo da vedere dove si è.

Non dico che da allora abbia imparato la lezione. Sarebbe un finale eccessivamente didattico, e già avevo dato. Dico solo che tornando a casa non avevo più l’aria di uno che aveva tenuto una conferenza. Avevo l’aria, più modesta e più vera, di uno che aveva appena seguito una buona lezione senza prendere appunti.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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