Venezia 2026, la Biennale delle voci minori: padiglioni da attraversare in ascolto
22 Maggio 2026
Quando l’energia aveva ancora un volto
24 Maggio 2026
Il Racconto del sabato · 23 Maggio 2026 · ⏱ 5 min · ~1027 parole

Decisi di dimostrare scientificamente che il presidente della nazione più potente del mondo era un alieno un martedì mattina, dopo aver visto tre minuti di un suo comizio.

Non fu un’intuizione politica. Fu un riflesso biologico.

Il mio organismo, che negli anni aveva sopportato governi tecnici, talk show del martedì sera e conferenze stampa con la parola “resilienza”, davanti a quella massa compatta di capelli, abbronzatura e sintassi ellittica ebbe una reazione precisa: questo non può essere interamente terrestre.

Naturalmente non volevo cadere nel complottismo. Io detesto i complotti. Hanno sempre troppi protagonisti e una pessima gestione della sceneggiatura.

Ma c’era anche un altro dettaglio, diciamo così, istruttivo.

Da qualche tempo il Presidente sembrava mostrare uno strano interesse per gli UFO, le rivelazioni governative, gli oggetti non identificati, la vita aliena. Parlava del cielo con la stessa disinvoltura con cui altri parlano del traffico, delle tasse o del meteo. E io, che ho sempre diffidato degli uomini potenti quando guardano troppo in alto, cominciai a sospettare.

Forse non era curiosità.

Forse era nostalgia.

Volevo procedere con metodo.

Presi un quaderno, una matita e scrissi in alto:

Ipotesi di lavoro: il Presidente proviene da un pianeta dove la gravità agisce solo sull’autocritica.

Mi sembrò un buon inizio.

La scienza, del resto, comincia sempre da una domanda. Galileo guardò il cielo. Newton guardò una mela. Io guardai un uomo che spiegava l’economia mondiale come se stesse contrattando il prezzo di una moquette.

Il primo indizio era cromatico.

Nessun essere umano, in condizioni normali, possiede quella particolare tonalità intermedia tra il tramonto in Florida e una carota che ha letto Nietzsche. Mi procurai una scala Pantone e tentai un confronto. Il risultato fu inquietante: quel colore non esisteva. O meglio, esisteva soltanto in tre categorie merceologiche: edilizia anni Settanta, snack al formaggio e segnaletica d’emergenza.

Il secondo indizio era linguistico.

Il Presidente non parlava inglese. Lo occupava.

Le frasi partivano da un soggetto, promettevano un verbo, poi deviavano verso un ricordo personale, un nemico, una cifra immaginaria, un applauso preventivo e una minaccia doganale. Era una grammatica non euclidea. Una lingua costruita per impedire alla realtà di raggiungere il predicato.

Telefonai a un linguista.

«Professore, secondo lei una sintassi può indicare provenienza extraterrestre?»

«In che senso?»

«Nel senso che il parlante sembra usare le parole come un polpo userebbe le chiavi di casa.»

Riattaccò.

Annotai: la comunità scientifica resiste alle evidenze. Normale. Successe anche a Copernico.

Il terzo indizio era il rapporto con la verità.

Gli esseri umani mentono. È una nostra antica debolezza, insieme alla guerra, alla panna spray e ai messaggi vocali di quattro minuti. Ma il Presidente sembrava non mentire nel senso tradizionale. Sembrava provenire da una civiltà dove vero e falso non sono opposti, ma opzioni decorative.

Diceva una cosa, poi il contrario, poi negava di aver detto entrambe, poi accusava un giornale di averle capite benissimo. Non era menzogna. Era fisica quantistica applicata alla propaganda.

A quel punto elaborai una teoria più ampia.

Il Presidente non era venuto sulla Terra per conquistarci. Troppo faticoso. Era venuto per testare la resistenza delle istituzioni democratiche al rumore.

Forse, su un pianeta lontano, una commissione di alieni lo aveva mandato qui con una missione semplice: scoprire quanta televisione può ingerire una civiltà prima di trasformare la politica in wrestling con le bandiere.

La cosa, devo ammetterlo, spiegava molto.

Spiegava i comizi.
Spiegava i cappellini.
Spiegava la torre dorata.
Spiegava certe strette di mano, più simili a prove di trazione industriale che a gesti diplomatici.
Spiegava perfino quell’improvviso interesse per gli UFO: uno non domanda con tanta insistenza da dove vengano gli alieni, se non teme che qualcuno prima o poi gli chieda la stessa cosa.

Restava il problema della prova definitiva.

La cercai nelle fotografie ufficiali.

Tutti gli uomini politici, anche i peggiori, cercano almeno ogni tanto di apparire umani. Sorridono ai bambini, accarezzano cani, mangiano cibo locale fingendo di non temere conseguenze. Il Presidente no. Il Presidente sembrava sempre sul punto di vendere l’edificio in cui si trovava.

Era lì la chiave.

Un terrestre vuole governare il mondo.
Un alieno vuole brandizzarlo.

Mi fermai.

Guardai il quaderno. Era pieno di frecce, formule, ritagli di giornale, macchie di caffè e una frase scritta tre volte:

Non è satira. È astrobiologia comparata.

Poi ebbi un dubbio.

E se il problema non fosse che il Presidente era alieno?

E se il problema fosse che era troppo umano?

Troppo vanitoso, troppo fragile, troppo affamato di applausi. Troppo simile a quella parte di noi che vuole avere sempre ragione, anche quando ha torto marcio. Troppo terrestre, insomma.

Non veniva da Marte.
Non veniva da Venere.
Non veniva da un sistema solare sconosciuto.

Veniva dalla televisione.

Che, in fondo, è un pianeta molto più pericoloso.

Chiusi il quaderno.

Sulla copertina avevo scritto: Ipotesi extraterrestre.

La cancellai.

Sotto scrissi: Ipotesi umana.

Fu in quel momento che ebbi paura.

Perché un alieno, almeno, sarebbe stato una spiegazione. Un incidente cosmico. Una deviazione nell’ordine naturale delle cose. Un oggetto non identificato caduto nella politica americana per errore, come una lavatrice precipitata da Saturno.

Ma il Presidente non era un oggetto non identificato.

Era identificabilissimo.

Era fatto della stessa materia di cui sono fatti gli applausi facili, i talk show urlati, le frasi semplici per problemi impossibili, la rabbia travestita da sincerità, la ricchezza scambiata per sapienza, la volgarità venduta come coraggio.

Non veniva dallo spazio.

Veniva da noi.

E questa era la parte davvero difficile da accettare.

Gli alieni non erano sbarcati sulla Terra.

Eravamo stati noi, lentamente, puntata dopo puntata, comizio dopo comizio, indignazione dopo indignazione, a costruire una pista d’atterraggio dentro casa.

Poi, quando qualcuno è arrivato, abbiamo avuto persino il cattivo gusto di sorprenderci.

Armando.

——————————–

Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

——————————————-