Venezia 2026, la Biennale delle voci minori: padiglioni da attraversare in ascolto

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C’è un modo curioso per visitare una Biennale: non cercare subito il capolavoro, non correre verso il nome più noto, non trasformare Venezia in una palestra per collezionisti di immagini. Fermarsi, invece. Ascoltare.

La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, “In Minor Keys”, è aperta dal 9 maggio al 22 novembre 2026 tra Giardini, Arsenale, sedi diffuse in città e Forte Marghera. Il progetto porta la firma di Koyo Kouoh, scomparsa nel 2025, e viene realizzato dal gruppo curatoriale da lei scelto. La Biennale conferma anche il quadro internazionale dell’edizione: 100 partecipazioni nazionali e 31 eventi collaterali.

Il titolo, “In Minor Keys”, è già una dichiarazione. Non la grande tonalità monumentale, non il trionfo, non il padiglione come bandiera. Piuttosto: le scale minori, le zone d’ombra, i timbri laterali. In questa Biennale, molti padiglioni sembrano chiedere al visitatore una cosa semplice e difficile: uscire dalla posizione di spettatore sovrano e accettare di essere parte di una relazione.

Il padiglione come macchina dell’ascolto

La Svizzera parte da un frammento televisivo del 1978: una puntata del programma pubblico Telearena dedicata allora al cosiddetto “problema dell’omosessualità”. Quel linguaggio oggi ferisce già nel titolo, ma proprio per questo diventa materiale storico. Il padiglione usa archivio, video e spazio sonoro per interrogare una domanda ancora attuale: chi ha diritto di parlare? E chi viene messo nella condizione di essere ascoltato?

La Polonia, con Liquid Tongues, sposta la questione ancora più in là. Gli artisti Bogna Burska e Daniel Kotowski lavorano con il coro Choir in Motion, composto da persone udenti e sorde, per tradurre i canti delle balene attraverso parola e lingua dei segni. È un’immagine potente: l’umano che prova a comunicare con un mondo che non parla secondo le sue regole. Non si tratta solo di inclusione. Si tratta di cambiare l’idea stessa di linguaggio.

Anche la Romania, con Anca Benera e Arnold Estefán, lavora sul suono, ma lo fa attraverso il Mar Nero. Dati oceanografici, correnti, onde e vibrazioni diventano materia sensibile. Il mare non è più fondale geografico: è archivio politico, corpo ecologico, zona di tensione. Dentro quel bacino passano storie coloniali, conflitti, sfruttamenti, economie estrattive. Il visitatore non guarda il mare: lo sente addosso.

Ecologia, estrazione, sopravvivenza

Tra i padiglioni più significativi c’è Nauru, alla sua prima partecipazione veneziana. Il piccolo Stato insulare del Pacifico arriva alla Biennale come caso-limite del presente: innalzamento del livello del mare, eredità del colonialismo, devastazione ambientale provocata dall’estrazione del fosfato. La mostra AIM Inundated, Imagining Life After Land non parla soltanto di un’isola lontana. Parla della domanda che molte comunità stanno già vivendo: che cosa resta di una patria quando la terra diventa instabile?

Qui “In Minor Keys” diventa quasi un metodo politico. Le piccole geografie, i territori marginalizzati, le isole considerate periferiche non sono più note a piè di pagina. Diventano centri di previsione. Nauru non è “lontana”: è un anticipo.

Accanto a questa linea, il Padiglione Italia merita attenzione. Il progetto è affidato a Chiara Camoni, con la curatela di Cecilia Canziani, e si intitola Con te con tutto. Al centro c’è una riflessione sul rapporto tra esseri umani, natura e altre forme di vita: non la natura come scenario, ma come interlocutrice. È una traiettoria coerente con una Biennale che chiede di ripensare l’abitare, non solo l’esporre.

Corpi, fortezze, case provvisorie

Il Padiglione dei Paesi Bassi, con Dries Verhoeven e la curatrice Rieke Vos, trasforma lo spazio in una fortezza buia. Il gesto è diretto: un edificio modernista nato come simbolo di apertura e progresso diventa il contrario di sé. Serrato, opaco, difensivo. In un’Europa attraversata da paure, guerre culturali e nuove architetture dell’esclusione, il padiglione usa la forma stessa dell’edificio come argomento.

The Fortress, 2026, Dries Verhoeven. Performer Jana Jacuka. Photo Willem Popelier.

La Germania, con l’artista Sung Tieu, lavora invece sulla memoria dei lavoratori migranti vietnamiti nella Germania dell’Est. La sua installazione ricostruisce e rilegge luoghi abitativi segnati da precarietà, razzismo e burocrazia. È una storia personale, ma anche una storia europea: quella di chi ha costruito economie e città restando spesso fuori dal racconto ufficiale della nazione.

Il Regno Unito, con Lubaina Himid, affronta una domanda simile da un’altra prospettiva: che cosa significa fare casa in un luogo che non è stato costruito per te? Le sue grandi pitture, i tessuti kanga dell’Africa orientale, gli oggetti trovati e il paesaggio sonoro composto con Magda Stawarska costruiscono uno spazio teatrale e politico. Casa, qui, non è solo un interno. È diritto di presenza.

Riti, ornamenti, comunità

Il Sultanato dell’Oman porta a Venezia Zīnah (Adornment), progetto di Haitham Al Busafi ispirato alla tradizione dell’ornamento di cavalli e cavalieri con l’argento. Il visitatore attraversa sabbia del deserto e una copertura metallica sospesa; il movimento produce suono. È un’opera sulla dignità dell’altro, animale o umano, e sulla bellezza come riconoscimento, non come lusso.

La Lituania, con Eglė Budvytytė, guarda invece a Marija Gimbutas e alle società neolitiche matrilineari e animiste. animism sings anarchy intreccia corpo, paesaggio, ritualità e archeologia. È un padiglione che non cerca il passato per nostalgia, ma per immaginare forme diverse di convivenza tra specie, luoghi e memorie.

In questa linea si può inserire anche il Marocco, alla sua prima partecipazione ufficiale con un padiglione nazionale. L’artista Amina Agueznay, con il progetto Asǝṭṭa, lavora sul tessile, sulla memoria e sulla trasmissione artigianale, coinvolgendo una vasta rete di artigiani. Anche qui il gesto contemporaneo non cancella il saper fare tradizionale: lo porta dentro una scena globale senza ridurlo a folklore.

La Biennale come assemblea, cucina, coro

Alcuni padiglioni spostano il baricentro dall’oggetto all’incontro. Il Qatar, alla sua prima partecipazione ufficiale, presenta untitled 2026 (a gathering of remarkable people), concepito da Rirkrit Tiravanija. Il progetto riunisce artisti, musicisti, performer e chef del mondo arabo, tra cui Sophia Al-Maria, Tarek Atoui, Alia Farid e Fadi Kattan. È un padiglione che assomiglia meno a una sala espositiva e più a una tenda, una cucina, una piazza: un luogo in cui il sapere passa attraverso voce, gesto, cibo, ospitalità.

Anche l’Australia, con Khaled Sabsabi, costruisce un ambiente immersivo attorno a spiritualità, migrazione e umanità condivisa. conference of one’s self si ispira alla tradizione sufi e alla Conferenza degli uccelli di Farid al-Din Attar. Otto grandi tele, proiezioni e suoni quotidiani registrati su nastro compongono uno spazio meditativo. Dopo le polemiche che avevano accompagnato la sua selezione, Sabsabi arriva a Venezia con un’opera che parla proprio di attraversamento: geografico, religioso, identitario.

La Lettonia sceglie invece l’energia degli anni Novanta post-sovietici. Untamed Assembly: Backstage of Utopia recupera l’esperienza degli Untamed Fashion Assemblies, festival sperimentali in cui moda, performance, club culture, drag e arti visive si mescolavano in un momento storico instabile: dopo il crollo dell’impero sovietico, prima della piena integrazione nel capitalismo globale. È un padiglione-archivio, ma anche un backstage: il luogo dove si prepara ciò che il potere spesso vede solo quando è già spettacolo.

Il corpo come scandalo e come misura

Non manca una linea più radicale, fisica, disturbante. L’Austria, con Florentina Holzinger, presenta Seaworld Venice, una performance-installazione di lunga durata che mescola nudità, rituale, acrobazia, acqua, materiali organici e teatro estremo. L’opera ha già fatto discutere per la sua forza visiva, ma ridurla allo scandalo sarebbe comodo. Holzinger usa il corpo come campo di battaglia: autonomia, fatica, femminilità, ambiente, spettacolo. È una Biennale in tonalità minore, sì, ma non per questo sommessa.

Debutti e nuove mappe

L’edizione 2026 è importante anche per le presenze nuove. Tra i paesi al debutto figurano, secondo la comunicazione della Biennale, Guinea, Guinea Equatoriale, Nauru, Qatar, Sierra Leone, Somalia, Vietnam ed El Salvador.

Il Vietnam, in particolare, apre uno spazio significativo nel panorama veneziano. La sua prima presenza ufficiale alla Biennale Arte viene presentata come l’ingresso in un nuovo dialogo con la scena globale contemporanea. Non è un dettaglio diplomatico: ogni nuovo padiglione modifica la mappa simbolica della Biennale, che per oltre un secolo ha rispecchiato equilibri geopolitici, assenze e gerarchie culturali.

Una guida, non una classifica

Sarebbe facile trasformare questi padiglioni in una lista di “imperdibili”. Ma forse questa Biennale chiede altro. Chiede di non misurare tutto con la categoria dell’evento, del clamore, della fila più lunga. La sua forza sta proprio nelle relazioni laterali: tra canto e sordità, tra mare e politica, tra isola e catastrofe climatica, tra casa e migrazione, tra rito e corpo, tra archivio e futuro.

“In Minor Keys” sembra dirci che il presente non si capisce solo attraverso le grandi dichiarazioni. A volte passa da una voce bassa, da un suono sommerso, da un tessuto, da un gesto di cura, da una lingua che non riconosciamo subito.

Venezia, in questa edizione, non è soltanto la città che ospita l’arte. È il luogo perfetto per ascoltare ciò che rischia di sparire: terre fragili, memorie minoritarie, corpi non conformi, comunità che chiedono presenza. La Biennale 2026 non promette consolazione. Ma offre una cosa più rara: la possibilità di cambiare ritmo.

E forse è proprio da lì che si ricomincia a guardare.

Silvia Ceffa

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