Il presidente è momentaneamente fuori servizio

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Il Racconto del sabato · 20 Giugno 2026 · ⏱ 8 min · ~1591 parole

Non ho mai desiderato incontrare il presidente degli Stati Uniti.

Non per ragioni politiche. È una questione di organizzazione. Quando incontri una persona così importante devi sapere come comportarti. Gli stringi la mano? Ti inchini? Gli chiedi una fotografia? Fingi di non riconoscerlo per dimostrare che anche tu sei abituato a frequentare persone che dispongono di testate nucleari?

Io, quando sono nervoso, domando dove sia il bagno.

Non è una buona apertura diplomatica.

Quel pomeriggio ero entrato in un albergo di Manhattan per partecipare a un convegno dal titolo “L’ansia nel mondo contemporaneo”. Mi avevano invitato come esperto. Non perché avessi studiato l’argomento, ma perché lo praticavo da più di sessant’anni.

Il convegno si teneva al diciassettesimo piano.

Premetti il pulsante dell’ascensore e aspettai.

Le porte si aprirono lentamente. Dentro c’era un uomo sulla settantina, robusto, con un cappotto scuro, una cravatta rossa allentata e una valigetta che stringeva al petto come se contenesse i codici per la fine del mondo. Aveva i capelli spettinati, il volto acceso e lo sguardo di chi ha appena ricevuto una notizia gravissima oppure ha bevuto tre bourbon senza mangiare.

Entrai.

Lui mi osservò con diffidenza.

«Lei chi è?»

«Al momento un passeggero. Ma sono aperto a nuove opportunità.»

Premetti il diciassette.

L’uomo premette l’ultimo piano. Poi il penultimo. Poi di nuovo l’ultimo.

«Depistaggio», spiegò.

Annuii. Anche io, quando non ricordo dove ho parcheggiato, preferisco parlare di depistaggio.

Le porte si chiusero.

L’uomo si avvicinò allo specchio, si sistemò i capelli con entrambe le mani e assunse un’espressione solenne. Il risultato non fu molto diverso, ma apprezzai lo sforzo.

«Non si preoccupi», disse. «I servizi segreti sanno dove sono.»

Guardai il soffitto dell’ascensore.

«Beati loro. Io non so neppure dove sto andando.»

L’ascensore partì. Superò il terzo piano, il quarto, il quinto.

Tra il quinto e il sesto emise un rumore simile a quello di una lavatrice che abbia appena scoperto di non avere più uno scopo nella vita.

Poi si fermò.

Le luci si spensero per un istante. Quando tornarono, era rimasto acceso soltanto un piccolo neon d’emergenza.

L’uomo si aggrappò alla valigetta.

«È cominciato.»

«Che cosa?»

«Il colpo di Stato.»

Premetti il pulsante d’allarme.

Non accadde nulla.

Lo premetti una seconda volta. Da qualche parte, molto lontano, si udì una voce metallica.

«Vi preghiamo di mantenere la calma. Un tecnico è stato avvisato.»

L’uomo si voltò verso l’altoparlante.

«Propaganda.»

«È la voce dell’albergo.»

«È quello che vogliono farci credere.»

Estrasse il telefono dalla tasca e compose un numero.

«Sono io», disse. «Codice rosso. Aquila in gabbia.»

Ascoltò per qualche secondo.

«Come sarebbe a dire chi parla? Sono il presidente degli Stati Uniti.»

Silenzio.

«Non alzi la voce con me. La faccio trasferire in Alaska.»

Chiuse la telefonata e scosse la testa.

«Il personale non è più quello di una volta.»

Non sapevo se preoccuparmi di più per lui, per me o per la signora che forse lavorava al centralino di una pizzeria.

«Lei sostiene di essere il presidente?»

L’uomo mi fissò.

«Non lo sostengo. Lo sono.»

«Capisco.»

«Non mi sembra.»

«È che senza bandiere è più difficile.»

Mi indicò con un dito.

«Lei ha un atteggiamento ostile.»

«È il mio viso. Ha sempre avuto problemi con l’autorità.»

L’ascensore ebbe un piccolo sussulto. La valigetta cadde a terra.

Entrambi la guardammo.

«Quella è…?» domandai.

«Non posso dirglielo.»

«Allora non me lo dica.»

«Contiene documenti classificati.»

«Naturalmente.»

«E un panino al tacchino.»

«Anche quello classificato?»

«Dopo quello che mi ha fatto il medico, sì.»

Si chinò, raccolse la valigetta e cominciò a camminare avanti e indietro. Non era facile. L’ascensore era largo poco più di un armadio. Ogni volta che completava una svolta, mi urtava con il gomito.

«Dobbiamo stabilire una catena di comando», disse.

«Siamo in due.»

«Appunto. Non possiamo permetterci divisioni.»

Mi nominò consigliere per la sicurezza nazionale.

Tentai di rifiutare, ma mi spiegò che il Paese aveva bisogno di me. Dopo tre minuti mi degradò perché avevo premuto troppe volte il pulsante dell’allarme. Poco dopo fui nominato ambasciatore presso l’amministrazione dell’albergo.

Il mio primo incarico diplomatico consisteva nel parlare con la voce metallica.

«Siamo ancora qui», dissi avvicinandomi all’altoparlante.

«Il tecnico sta arrivando.»

«Quanto manca?»

«Pochi minuti.»

L’uomo mi fece cenno di interrompere la comunicazione.

«Non dia informazioni al nemico.»

«Gli ho chiesto quando arriva il tecnico.»

«È così che iniziano le guerre. Prima chiedono quando arriva il tecnico. Poi vogliono le basi militari.»

Il neon tremolò.

L’uomo indicò il soffitto.

«Attacco informatico.»

«Oppure una lampadina.»

«Lei continua a sottovalutare la Cina.»

«Io sottovaluto soprattutto l’impianto elettrico.»

Passarono dieci minuti.

L’uomo telefonò ad altre quattro persone. Ordinò di spostare una portaerei nel Pacifico, minacciò dazi contro un Paese che non riuscii a identificare e licenziò qualcuno chiamato Bob.

Quando Bob lo richiamò, venni promosso capo di gabinetto.

«Dica a Bob che è licenziato.»

Presi il telefono.

«Bob, il presidente dice che è licenziato.»

Dall’altra parte una voce assonnata domandò:

«Quale presidente?»

Guardai l’uomo.

Lui si portò un dito alle labbra.

«Quello degli Stati Uniti», risposi.

«Di nuovo?»

La comunicazione si interruppe.

Restituendogli il telefono, ebbi per la prima volta la sensazione che la situazione potesse avere precedenti.

L’aria nell’ascensore cominciava a diventare pesante. L’uomo si tolse il cappotto. Sulla camicia, all’altezza del cuore, aveva una piccola macchia di salsa.

«È ferito?» domandai.

Abbassò lo sguardo.

«Ketchup.»

Sembrò deluso.

Si sedette a terra, appoggiando la schiena contro la parete. Anch’io mi sedetti. A una certa età, le crisi internazionali si affrontano meglio risparmiando le ginocchia.

Per qualche minuto non parlammo.

Senza il cappotto e la valigetta, sembrava più piccolo. La luce d’emergenza gli disegnava ombre stanche sotto gli occhi.

«È difficile», disse infine.

«Restare bloccati?»

«Essere presidente.»

«Immagino.»

«Tutti vogliono qualcosa. Tutti aspettano che io sappia cosa fare. L’economia, le guerre, i confini, la televisione. Anche quando ordino il pranzo, qualcuno pensa che sia un messaggio ai mercati.»

«Che cosa aveva ordinato?»

«Il panino al tacchino.»

«Può essere destabilizzante.»

Sorrise appena.

«Non posso mai avere paura.»

Quella frase non aveva più nulla di comico.

«Tutti hanno paura», dissi.

«Non il presidente.»

«Soprattutto il presidente. Solo che dispone di più persone incaricate di nasconderlo.»

L’uomo abbassò gli occhi.

«A volte penso che, se smettessi di parlare, si accorgerebbero che non so niente.»

«È un rischio comune. Per questo molti continuano a parlare.»

«Lei compreso?»

«Io ho costruito una carriera sul concetto.»

Rise. Fu una risata breve, quasi timida.

Per un momento non mi importò più sapere chi fosse davvero. Un presidente, un imitatore, un ubriaco o un uomo solo che aveva trovato nella politica un modo particolarmente ambizioso per non sentirsi invisibile.

Fuori da quell’ascensore, forse nessuno gli chiedeva consiglio. Nessuno aspettava una sua decisione. Nessuno si alzava quando entrava in una stanza.

Lì dentro, invece, bastava che io gli credessi.

O almeno che non lo contraddicessi troppo.

«Posso confidarle una cosa?» disse.

«Dipende. Se riguarda le testate nucleari preferirei di no. Ho già difficoltà a dormire.»

«Non sono sicuro di essere un buon presidente.»

«Questo la rende più qualificato di molti.»

L’ascensore ebbe un altro sobbalzo.

Ci alzammo.

Il motore riprese a funzionare. Il pannello segnò il sesto piano, poi il settimo, l’ottavo.

L’uomo infilò il cappotto. Si aggiustò la cravatta. Raccolse la valigetta e tornò improvvisamente solenne.

«Di quanto è accaduto qui non dovrà parlare con nessuno.»

«Sono uno scrittore. È praticamente una confessione inutile.»

«Il Paese le sarà riconoscente.»

«Preferirei un rimborso per il convegno.»

Le porte si aprirono al piano terra.

Non c’erano agenti, guardie del corpo, funzionari o giornalisti. Soltanto una signora anziana con due borse della spesa e un barboncino con un cappottino a quadri.

L’uomo uscì dall’ascensore.

Si fermò davanti alla donna.

«Signora», annunciò, «oggi il suo Paese ha evitato una gravissima crisi internazionale.»

La donna lo guardò.

Poi guardò me.

«Ha bevuto di nuovo?»

L’uomo si allontanò senza rispondere. Attraversò l’atrio con passo deciso e uscì sulla strada.

Per qualche secondo rimasi immobile.

La signora entrò nell’ascensore con il cane.

«Che piano?» mi domandò.

Guardai il numero diciassette ancora acceso sul pannello. Il convegno sull’ansia era probabilmente già cominciato. Mi sembrò superfluo raggiungerlo. Avevo appena partecipato alla dimostrazione pratica.

Premetti il piano terra.

«Siamo già al piano terra», osservò la signora.

«Lo so», risposi. «Ma dopo quaranta minuti con il presidente degli Stati Uniti mi sembra una destinazione politica ragionevole.»

Le porte si chiusero.

Attraverso il vetro dell’ingresso vidi l’uomo salire su una grande automobile nera.

Un autista gli aprì la portiera.

Due uomini con l’auricolare si guardarono intorno.

L’auto partì.

La signora seguì il mio sguardo.

«Chi era?» chiese.

«Non ne ho idea.»

Il barboncino mi fissò con un’espressione severa.

In quel momento capii una cosa sul potere.

Non serve sapere con certezza chi comanda.

Basta che, quando entra nell’ascensore, nessuno abbia il coraggio di chiedergli il documento.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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