Redazione

22 Luglio 2026

Dopo il woke

Per alcuni è la fine di un incubo. Per altri, l’inizio di una restaurazione. Le grandi aziende americane cancellano obiettivi di diversità. Le università riscoprono la neutralità istituzionale. Le sponsorizzazioni dei Pride diminuiscono. Nei social tornano l’umorismo scorretto, l’esaltazione della forza individuale e una nuova insofferenza verso il linguaggio considerato moralistico. È dunque finita l’epoca “woke”? La risposta più seria è: in parte sì, ma non nel senso annunciato dai suoi avversari. Sta arretrando una particolare stagione del progressismo occidentale: quella nella quale l’attenzione alle discriminazioni si è trasformata anche in linguaggio aziendale, sistema di certificazioni, campagne pubblicitarie, corsi obbligatori e prese di posizione istituzionali. Non stanno invece scomparendo le questioni che quella stagione aveva portato alla luce: le disparità razziali, le discriminazioni delle donne, i diritti delle persone omosessuali, le difficoltà di accesso ai luoghi del potere. Più che la fine del woke, stiamo osservando il passaggio dalla sua espansione alla sua revisione.
19 Luglio 2026

La casa dimenticata dalla filosofia

C’è un luogo nel quale impariamo quasi tutto ciò che, più tardi, chiameremo politica. Impariamo a dividere gli spazi, a rispettare o contestare un’autorità, a condividere le risorse, ad accettare obblighi, a prenderci cura degli altri. Impariamo il conflitto, la dipendenza, la collaborazione, l’ingiustizia. Quel luogo non è il Parlamento, non è il tribunale, non è la piazza. È la casa. Eppure la filosofia politica, per secoli, ha parlato soprattutto dello Stato, delle leggi, delle istituzioni e della cittadinanza. Ha discusso a lungo di come gli uomini vivono insieme nella città, ma molto meno di come donne, uomini, bambini, anziani e servitori vivono insieme sotto lo stesso tetto. La filosofa Sandrine Bergès parte proprio da questa assenza. Nel suo saggio A Philosophy of Home si domanda perché la casa sia quasi scomparsa dalla storia del pensiero occidentale. La sua risposta è semplice, ma non innocua: la filosofia ha conservato del passato ciò che riteneva degno di essere tramandato. E a decidere che cosa fosse importante sono stati, quasi sempre, uomini. Così la politica è diventata la scienza dello Stato. La vita domestica è stata retrocessa a fatto privato, naturale, minore. Qualcosa che accadeva dietro le porte chiuse, mentre altrove gli uomini discutevano di giustizia, governo e libertà. Non era sempre stato così.
19 Luglio 2026

Hanno rubato il futuro alla fantascienza?

Nel gennaio del 2026 Elon Musk si trovava davanti al segretario alla Difesa degli Stati Uniti e ai vertici del Pentagono, nella base texana di SpaceX. «Vogliamo rendere reale Star Trek», disse. Vogliamo grandi astronavi, viaggi tra le stelle, incontri con civiltà aliene. Vogliamo che la fantascienza diventi realtà. Era una frase perfetta. Entusiasmante, quasi infantile nella sua immediatezza. Chi non vorrebbe vedere l’umanità partire alla scoperta dell’universo? Eppure mancava qualcosa. Mancava quasi tutto ciò che rendeva davvero rivoluzionario Star Trek. Nella società immaginata da Gene Roddenberry il denaro ha perduto la sua importanza, la povertà è stata superata e l’esplorazione spaziale non serve ad arricchire un’azienda o a garantire il predominio militare di una nazione. La Federazione dei Pianeti Uniti è costruita sulla cooperazione, sulla conoscenza e sull’incontro tra culture diverse. Musk conserva le astronavi, le uniformi e l’avventura. Ma lascia a terra l’idea politica. Vuole l’Enterprise, purché venga costruita da una società privata e messa a disposizione del complesso militare-industriale. È un dettaglio? Forse è il cuore della questione.
18 Luglio 2026

Dove restano gli applausi

La Rossa aveva cominciato a fare un rumore nuovo. Non era un rumore grave. Almeno, non sembrava. Era piuttosto un lamento intermittente, una specie di raschio metallico che compariva in salita, spariva in pianura e tornava appena provavo a ignorarlo. Io, naturalmente, lo interpretai come un segnale. Ero partito quella mattina con un programma preciso. Direzione Torino. Museo Nazionale del Cinema. Avevo preparato appunti sulle lanterne magiche, su Cabiria, sulla Mole Antonelliana, sulla nascita delle immagini in movimento e sul bisogno umano di raccontarsi attraverso una luce proiettata nel buio. Nel bagagliaio avevo sistemato libri, microfoni, una videocamera, due cavalletti e una quantità di cavi superiore a quella necessaria per illuminare un piccolo comune. Sul sedile accanto, il taccuino recava un titolo molto serio: Il cinema come memoria del Novecento. La Rossa tossì.