Redazione

26 Marzo 2026

L’Apocalisse come strategia?

C’è una scena che torna, ascoltando Peter Thiel. Non è una catastrofe. Non è una guerra. Non è nemmeno un crollo. È una stanza piena di persone molto razionali — investitori, politici, tecnici — che annuiscono mentre qualcuno dice, con calma: il mondo potrebbe non reggere così com’è. Prima però conviene fermarsi un attimo su chi parla, e a chi. Thiel non è un commentatore. È uno dei protagonisti della Silicon Valley degli ultimi vent’anni: cofondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook, fondatore di Palantir Technologies, una delle aziende più influenti — e meno visibili — nel campo dell’analisi dei dati per governi e grandi organizzazioni. E i luoghi in cui parla contano quanto le parole.
25 Marzo 2026

Il mestiere del dubbio.

Non sempre la politica mente. A volte fa una cosa più sottile, e forse più pericolosa: insinua. Non nega apertamente i fatti. Li avvolge. Non dice “questa verità è falsa”. Dice: “Siamo proprio sicuri?”. “Perché non se ne può discutere?”. “Non sarà che qualcuno ci nasconde qualcosa?”. È una tecnica antica. Ma nel nostro tempo è diventata un linguaggio di governo, di opposizione, di propaganda, di identità. Il caso di Robert F. Kennedy Jr. è interessante proprio per questo. Non solo per ciò che dice sui vaccini, sulla salute pubblica o sulle istituzioni scientifiche. Ma per il modo in cui lo dice. Per la grammatica del sospetto che costruisce, frase dopo frase. Per la sua capacità di presentare la sfiducia non come un eccesso, ma come una virtù. Non come una rottura, ma come una forma di coraggio civile.
25 Marzo 2026

Dario Fo

Il teatro era già stato rassettato. Ed era, in fondo, la cosa più sospetta della serata. Le sedie piegate. Il leggio spostato di lato. Sul fondale, il grande numero cento del centenario: rosso, lucido, perfino allegro. Guardandolo, pensai che Dario Fo avrebbe odiato proprio quella compostezza. Fu allora che una voce alle mie spalle disse: “Bel funerale. Mancavo solo io.” Mi voltai. Era lui. Non il Nobel addomesticato. Non il santino laico da anniversario. Dario Fo. Alto, sbilenco il giusto, con quell’aria da contadino sapiente e da attore che ti prende le misure prima ancora di stringerti la mano.
23 Marzo 2026

Paolo Poli

Mi riceve in un salottino che sembra uscito da una pensione di lusso per peccatori ben educati. Una poltrona sfinita ma aristocratica, uno specchio con qualche offesa del tempo, un’aria di cipria che si ostina a non morire. Paolo Poli è già lì, con quella sua grazia che pare una carezza finché non ci si accorge che è un coltello di madreperla. Mi guarda. Non mi saluta subito. Mi squadra come si guarda una cravatta scelta con buone intenzioni ma risultati dubbi. “Ah”, dice infine. “Siete venuto. Che coraggio. O che incoscienza. Ma spesso coincidono.” Si accomoda meglio, cioè si dispone teatralmente. Poli non si siede mai: si compone. E nel gesto c’è già tutto. La scena, la distanza, la presa in giro, la disciplina. Del resto fu questo, per decenni: un attore e autore capace di far passare il veleno dentro il merletto, la letteratura dentro il lazzo, la libertà dentro la forma..”