Redazione

10 Gennaio 2026

L’uomo che vendeva tempo

Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano. Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione. «Buongiorno», ho detto. Lui mi ha guardato con una calma sospetta. «Quanti?» «Quanti… cosa?» Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
9 Gennaio 2026

Il silenzio come bene raro

Non lo incontriamo per caso. Lo cerchiamo. Lo prenotiamo. A volte lo paghiamo. Come se fosse una risorsa naturale in via di esaurimento, da proteggere o da conquistare per qualche ora. Non è sempre stato così. Il silenzio, un tempo, era la condizione normale delle cose. Interrotto, certo, ma non invaso. C’erano rumori, voci, lavori. Ma c’era anche spazio. Tra un suono e l’altro. Tra una parola e la successiva. Oggi quello spazio si è ristretto. Viviamo immersi in un flusso continuo: notifiche, sottofondi, commenti, spiegazioni. Anche ciò che nasce per rilassarci spesso arriva già accompagnato da un rumore. Come se il vuoto facesse paura. Come se il silenzio dovesse essere subito riempito, giustificato, tradotto. Eppure il silenzio non è assenza. È presenza non mediata.
7 Gennaio 2026

Riscoprire le mani, per tornare a prendere il mondo

C’è una voce che attraversa quarant’anni di cultura italiana senza mai diventare rassicurante. È la voce di Massimo Zamboni. Musicista, scrittore, osservatore laterale del nostro tempo. Fondatore dei CCCP – Fedeli alla Linea, poi dei CSI, Zamboni è stato uno degli autori più radicali e insieme più sobri del rock italiano: mai incline all’estetica della ribellione, sempre interessato alla materia politica e morale della vita quotidiana. Negli anni, alla musica ha affiancato una scrittura sempre più scabra e riflessiva. Libri come Bestiario Selvatico o Pregate per EA non raccontano il presente da lontano, ma lo scavano da dentro, partendo dai luoghi, dalle storie minori, dai gesti. Non a caso Zamboni vive oggi nell’Appennino emiliano, in una zona interna che considera la vera spina dorsale del Paese: non un rifugio bucolico, ma un punto di osservazione severo. È da lì che parla, nell’intervista pubblicata da Vita.it il 5 gennaio 2026, quando sceglie un oggetto per l’anno che viene. Non uno strumento tecnologico, non un’idea astratta. Le mani.
4 Gennaio 2026

Chi sostiene il documentario indipendente?

C’è un’immagine che torna spesso quando si parla di documentari: una troupe numerosa, mezzi importanti, tempi lunghi, un nome autorevole (David Attenborough, Alberto Angela) che apre le porte e garantisce ascolti. È un’immagine vera, ma parziale. Racconta una parte del mondo, non la più diffusa. Esiste infatti un altro mestiere del documentario, molto meno raccontato. È quello di chi lavora con strutture simili alla nostra: piccole, spesso minime. Due operatori e un fonico. A volte nemmeno quello: una sola persona che fa quasi tutto. Non per scelta estetica, ma per necessità. Qui il documentarista non è solo chi gira. È chi pensa il progetto, lo scrive, lo difende, lo propone. È chi cerca i fondi, spesso senza trovarli. Chi anticipa spese, tempo, energie. Chi fa la preproduzione, le ricerche, i sopralluoghi. Chi gira, monta, riscrive. Chi sceglie – o compone – le musiche. E poi chi prova a far esistere il film, cercando uno spazio distributivo in un mercato che dice di amare i documentari, ma raramente è disposto a investirci.