Redazione

27 Giugno 2026

Il metodo del biscotto

Non avevo mai fatto il babysitter. Avevo custodito un gatto per tre giorni, ma al ritorno della proprietaria l’animale aveva sviluppato un rapporto più profondo con il termosifone che con me. Una volta mi avevano affidato anche una pianta grassa. Era morta. Non so come si possa far morire una pianta grassa. Credo si sia lasciata andare. Per questo, quando Laura mi disse: «Me lo tieni mezz’ora? Ho una video call urgente», avrei dovuto essere prudente. Invece guardai il bambino. Cinque anni, capelli biondi, una buffa maglietta con disegnata una cravatta, sguardo fermo. Teneva in mano un camion dei pompieri e lo faceva passare ripetutamente sul piede della madre. «È tranquillo», disse Laura. Il bambino fece passare il camion sul mio piede. «Molto tranquillo», dissi.
27 Giugno 2026

I due bambini di Irene

L’8 dicembre 1941 una ragazza di diciotto anni si presentò davanti al vescovo di Carpi accompagnata da due bambini. Si chiamava Irene Bertoni. Veniva da Mirandola. Fino a pochi mesi prima era stata una studentessa liceale. Per la legge italiana dell’epoca non era ancora maggiorenne. Non aveva marito. Non aveva partorito. Eppure indicò quei due bambini come figli suoi. Al vescovo Federico Della Zuanna disse: «Non sono nati da me, ma è come se li avessi partoriti io». Il vescovo la benedisse. Non sappiamo, almeno dalle fonti pubblicamente accessibili finora consultate, come si chiamassero quei bambini. Non conosciamo la loro età, il modo in cui fossero arrivati nella canonica di San Giacomo Roncole, che cosa ricordassero delle famiglie d’origine. Nella fotografia della storia sono rimasti accanto a Irene, ma leggermente fuori fuoco. È forse proprio questo a renderli così importanti.
23 Giugno 2026

Morandi in Cina: quando un pittore diventa una palette

L’artista delle bottiglie silenziose è oggi una presenza familiare nel gusto cinese. La sua fortuna mostra come reputazione culturale, riconoscibilità e mercato possano alimentarsi a vicenda. C’è un paradosso nella fortuna internazionale di Giorgio Morandi. Uno degli artisti italiani più appartati del Novecento è diventato, in Cina, uno dei più riconoscibili. Morandi non ha dipinto grandi eventi storici. Non ha cercato lo scandalo. Non ha costruito attorno a sé un personaggio pubblico. Per quasi tutta la vita ha lavorato a Bologna, tornando sugli stessi oggetti: bottiglie, scatole, brocche, ciotole. Li spostava di pochi centimetri, cambiava la luce, modificava le distanze. Poi ricominciava. Eppure, proprio questa pittura silenziosa ha trovato in Asia, e soprattutto in Cina, un pubblico vasto e trasversale. Tanto che è diventato possibile affermare, almeno come provocazione culturale, che Morandi vi sia oggi più familiare di alcuni grandi maestri italiani del passato, persino di Caravaggio.
21 Giugno 2026

Carlo Ginzburg

Carlo Ginzburg mi aspetta in una sala d’archivio. Fuori è già buio. Le finestre riflettono gli scaffali e trasformano la stanza in una seconda biblioteca, rovesciata nel vetro. Sul tavolo non ci sono mappe militari, trattati diplomatici o discorsi di re. C’è un fascicolo sottile. La copertina è consumata. Il nastro che lo tiene chiuso ha perso quasi tutto il colore. Ginzburg posa una mano sulle carte. «È tutto qui?», gli domando. Sorride appena. «La storia non è mai tutta qui. Ma qualche volta comincia da qui». Q. Professore, che cosa contiene quel fascicolo? A. Le parole di un uomo che il potere decise di interrogare. Si chiamava Domenico Scandella, ma tutti lo conoscevano come Menocchio. Era un mugnaio del Friuli. Visse nel Cinquecento. Leggeva libri, parlava molto e si era costruito una propria idea del mondo. Per l’Inquisizione quelle idee erano pericolose. Per lo storico sono una traccia.