Redazione

7 Febbraio 2026

E se fossimo noi l’anomalia?

Sono entrato nella metropolitana di Londra con la stessa fiducia con cui si entra in un museo contemporaneo: sai che qualcosa ti giudicherà, ma non sai bene cosa. Era una mattina umida, da cartolina grigia. Avevo un appuntamento a King’s Cross, una di quelle riunioni in cui tutti dicono “interesting” e nessuno ammette che non ha capito. Avevo fatto colazione con un caffè che costava come un piccolo mutuo e mi ero convinto, come sempre in viaggio, di essere una persona nuova. Più disciplinata. Più internazionale. Più… adatta. Sotto terra, naturalmente, l’ego si ridimensiona subito. Alla biglietteria automatica ho litigato con la macchina. La macchina ha vinto. Ho comprato la Oyster, l’ho appoggiata dove non andava, l’ho appoggiata dove andava ma nel verso sbagliato, l’ho appoggiata con troppa convinzione. Ho sentito un bip che mi è parso di scherno. Poi ho visto lui. Non “uno”, proprio “lui”: un Neanderthal.
5 Febbraio 2026

Perché l’Occidente favorì la nascita di Israele

La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei? La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio. Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota. In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto. Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.
3 Febbraio 2026

Adolescenza tecnologica: come non autodistruggerci

C’è una scena nel film Contact (dal romanzo di Carl Sagan) che funziona come una domanda-madre. A un’astronoma candidata a rappresentare l’umanità davanti a un’altra civiltà chiedono: “Se potessi fare una sola domanda, quale sarebbe?”. Lei risponde: “Come avete fatto? Come siete sopravvissuti alla vostra adolescenza tecnologica senza distruggervi?” Oggi quella domanda è tornata a circolare perché Dario Amodei l’ha presa come chiave d’apertura di un saggio molto discusso, “The Adolescence of Technology”. La tesi è questa: stiamo costruendo qualcosa di potentissimo, che cresce più in fretta delle nostre abitudini civili. E quando una tecnologia diventa “adulto” prima delle regole, la società rischia di reagire in due modi ugualmente stupidi: o negando, o vietando a casaccio. L’idea di Amodei, invece, è più inquietante e più utile: trattarla come un’adolescenza, cioè come una fase in cui l’energia è reale, i benefici sono reali, ma il rischio di gesti irreversibili aumenta proprio perché tutto accelera.
1 Febbraio 2026

Perché l’Occidente favorì la nascita di Israele

La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei? La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio. Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota. In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto. Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.