Redazione

9 Gennaio 2026

Il silenzio come bene raro

Non lo incontriamo per caso. Lo cerchiamo. Lo prenotiamo. A volte lo paghiamo. Come se fosse una risorsa naturale in via di esaurimento, da proteggere o da conquistare per qualche ora. Non è sempre stato così. Il silenzio, un tempo, era la condizione normale delle cose. Interrotto, certo, ma non invaso. C’erano rumori, voci, lavori. Ma c’era anche spazio. Tra un suono e l’altro. Tra una parola e la successiva. Oggi quello spazio si è ristretto. Viviamo immersi in un flusso continuo: notifiche, sottofondi, commenti, spiegazioni. Anche ciò che nasce per rilassarci spesso arriva già accompagnato da un rumore. Come se il vuoto facesse paura. Come se il silenzio dovesse essere subito riempito, giustificato, tradotto. Eppure il silenzio non è assenza. È presenza non mediata.
7 Gennaio 2026

Riscoprire le mani, per tornare a prendere il mondo

C’è una voce che attraversa quarant’anni di cultura italiana senza mai diventare rassicurante. È la voce di Massimo Zamboni. Musicista, scrittore, osservatore laterale del nostro tempo. Fondatore dei CCCP – Fedeli alla Linea, poi dei CSI, Zamboni è stato uno degli autori più radicali e insieme più sobri del rock italiano: mai incline all’estetica della ribellione, sempre interessato alla materia politica e morale della vita quotidiana. Negli anni, alla musica ha affiancato una scrittura sempre più scabra e riflessiva. Libri come Bestiario Selvatico o Pregate per EA non raccontano il presente da lontano, ma lo scavano da dentro, partendo dai luoghi, dalle storie minori, dai gesti. Non a caso Zamboni vive oggi nell’Appennino emiliano, in una zona interna che considera la vera spina dorsale del Paese: non un rifugio bucolico, ma un punto di osservazione severo. È da lì che parla, nell’intervista pubblicata da Vita.it il 5 gennaio 2026, quando sceglie un oggetto per l’anno che viene. Non uno strumento tecnologico, non un’idea astratta. Le mani.
4 Gennaio 2026

Chi sostiene il documentario indipendente?

C’è un’immagine che torna spesso quando si parla di documentari: una troupe numerosa, mezzi importanti, tempi lunghi, un nome autorevole (David Attenborough, Alberto Angela) che apre le porte e garantisce ascolti. È un’immagine vera, ma parziale. Racconta una parte del mondo, non la più diffusa. Esiste infatti un altro mestiere del documentario, molto meno raccontato. È quello di chi lavora con strutture simili alla nostra: piccole, spesso minime. Due operatori e un fonico. A volte nemmeno quello: una sola persona che fa quasi tutto. Non per scelta estetica, ma per necessità. Qui il documentarista non è solo chi gira. È chi pensa il progetto, lo scrive, lo difende, lo propone. È chi cerca i fondi, spesso senza trovarli. Chi anticipa spese, tempo, energie. Chi fa la preproduzione, le ricerche, i sopralluoghi. Chi gira, monta, riscrive. Chi sceglie – o compone – le musiche. E poi chi prova a far esistere il film, cercando uno spazio distributivo in un mercato che dice di amare i documentari, ma raramente è disposto a investirci.
3 Gennaio 2026

Troppo rumore. Oggi niente arte

Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza. Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina. All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”. No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante. “Troppo rumore. Oggi niente arte.” Ho riletto due volte. Non perché non avessi capito. Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole. Dietro di me una coppia ha riso. Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”. Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero. Io no. Io sono rimasto lì, con quella frase addosso. “Troppo rumore.” Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”. Niente di apocalittico. Eppure, a quanto pare, bastava. Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.” E ho bussato.