Redazione

3 Ottobre 2026

Le parole dopo la paura

Ci sono momenti in cui le parole arrivano troppo in fretta. Il dolore è ancora vivo, le immagini continuano a scorrere, non sappiamo bene che cosa stia accadendo. Eppure sentiamo già il bisogno di indicare un colpevole, scegliere una parte, immaginare una risposta. Accadde dopo l’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle erano crollate da poche settimane quando Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere della Sera un lungo intervento destinato a lasciare un segno profondo. Il titolo era già una dichiarazione: La rabbia e l’orgoglio. Non era soltanto la reazione di una grande giornalista a un attentato che aveva colpito la città nella quale viveva. Era uno sfogo, una denuncia, un atto d’accusa contro l’estremismo islamico. Ma anche qualcosa di più vasto e controverso. Nella foga di quelle pagine, il confine tra terrorismo, Islam e mondo musulmano finiva spesso per confondersi. Pochi giorni dopo, l’8 ottobre, Tiziano Terzani le rispose con una lettera aperta: Il sultano e San Francesco. La lettera comincia quasi sottovoce. Terzani è nella campagna toscana e immagina Fallaci davanti alle finestre della sua casa di New York, in un panorama dal quale mancano ormai le Torri. Ricorda una passeggiata fatta insieme molti anni prima, tra i cipressi e gli ulivi. Lei era già una giornalista affermata. Lui stava per partire per la Cina. Avevano pensato di scriversi delle «lettere da due mondi diversi». Non lo fecero. Quella lettera arrivò molti anni dopo, quando la distanza tra i loro mondi non era più soltanto geografica.
1 Ottobre 2026

Abbiamo aggiunto anni alla vita. Ma sappiamo cosa farne?

Per buona parte della storia umana il problema è stato vivere abbastanza. Arrivare all’età adulta, superare una malattia, mettere al mondo dei figli e vederli crescere. La vecchiaia era una possibilità concessa a qualcuno, non una stagione della vita nella quale prima o poi sarebbe entrata una parte consistente della popolazione. Poi è successo qualcosa di straordinario. Medicina, igiene, alimentazione, condizioni di vita migliori hanno allungato enormemente la nostra esistenza. Nel 1950 l’aspettativa media di vita nel mondo era inferiore ai cinquant’anni. Oggi supera i settanta e nei paesi più ricchi è molto più alta. Naturalmente queste medie vanno maneggiate con attenzione. In passato pesava enormemente la mortalità infantile e non è vero che a cinquant’anni fossero tutti vecchi e prossimi alla morte. Però il cambiamento rimane impressionante. Abbiamo conquistato anni. Il fatto curioso è che non sembra altrettanto chiaro che cosa farne. Continuiamo infatti a raccontare la vita più o meno con la stessa vecchia mappa. C’è il tempo in cui si cresce e si studia. Quello in cui si lavora, si costruisce una famiglia, si fanno progetti. Poi arriva la pensione e comincia una zona più indistinta. La chiamiamo vecchiaia. Solo che quella zona, oggi, può durare venti o trent’anni.
28 Settembre 2026

Cercasi consulente umano

Avevo deciso di smettere con le consulenze. Non con tutte, naturalmente. Con quelle che durano anni, cominciano con «avremmo bisogno di una visione» e finiscono con una riunione convocata per capire perché le riunioni precedenti non abbiano prodotto niente. L’ultima era terminata un martedì mattina. Il direttore generale mi aveva stretto la mano. «Il tuo contributo è stato prezioso.» Mi è capitato di sentirlo diverse volte. Di solito significa che hanno apprezzato molto i tuoi consigli e che continueranno serenamente a fare il contrario. Avevo sorriso, raccolto il taccuino e salutato tutti. Uscendo mi ero sentito leggero. Finalmente libero. Poi, già nel parcheggio, mi era venuto il dubbio di essere troppo vecchio per ricominciare e non ancora abbastanza vecchio per passare le giornate a guardare i cantieri. Non che mi dispiacciano i cantieri. Almeno lì, alla fine, qualcosa viene costruito. Per qualche giorno non feci nulla. Scoprii che anche il nulla richiede un certo impegno. Soprattutto se non si è abituati. Il primo giorno sembra libertà, il secondo comincia ad assomigliare alla domenica pomeriggio, il terzo si controlla la posta elettronica senza aspettare nessuna lettera. Fu così che lessi l’annuncio. Cercasi consulente umano.
26 Settembre 2026

Lo stesso podio, un altro mondo

Nel 2025 Trump arrivò all’ONU per contestare l’ordine internazionale. Un anno dopo è tornato per mostrare ciò che ha messo al suo posto. La sala è la stessa. Il marmo verde alle spalle del podio, l’emblema delle Nazioni Unite, le delegazioni in ascolto. Anche l’uomo è lo stesso, naturalmente. Donald Trump parla con quel tono che conosciamo: un po’ presidente, un po’ uomo d’affari che presenta i risultati dell’ultimo esercizio. Eppure, riascoltando uno dopo l’altro i suoi due discorsi all’Assemblea generale, si avverte una differenza. Non tanto nel linguaggio. Trump è rimasto Trump. È cambiato il posto dal quale sembra parlare. Nel settembre del 2025 era tornato all’ONU come un contestatore entrato nel palazzo. Attaccava l’organizzazione per la sua impotenza, l’Europa per l’immigrazione e le politiche ambientali, i governi che avevano affidato una parte della propria autonomia a organismi internazionali. Il cambiamento climatico era una truffa, le frontiere aperte un suicidio, la transizione energetica un errore destinato a impoverire l’Occidente. Dietro le provocazioni si riconosceva una convinzione precisa: ogni nazione deve pensare prima di tutto a se stessa. Era il vecchio “America First”, ma pronunciato nel luogo nato, dopo la Seconda guerra mondiale, dalla speranza opposta. L’ONU esiste perché le nazioni, almeno in alcuni momenti, accettino di non poter fare tutto da sole. Trump diceva che quel sistema non funzionava più. Le organizzazioni internazionali parlavano, approvavano risoluzioni, moltiplicavano uffici. Intanto le guerre continuavano e i confini diventavano più fragili. Nel suo racconto, soltanto il ritorno alla sovranità poteva rimettere ordine nel mondo. Il discorso del 22 settembre 2026 parte da lì, ma va oltre.