Redazione

29 Agosto 2026

Il lago ha altre strade

«Di che colore era?» Era la seconda domanda e già cominciavo ad avere qualche difficoltà. «Bianca.» L’uomo continuò a guardarmi. «Credo.» Eravamo sul pontile di Stresa. Lui stava sistemando una cima e io gli avevo appena chiesto se avesse mai visto un Arlecchino dei cantieri Sartini. Sette metri e mezzo, in legno, tuga bassa. Una barca che avevo conosciuto molti anni prima e che adesso cercavo sul Lago Maggiore. «Come si chiamava?» «Arlecchino.» «Questo l’ho capito.» «No, non ci siamo capiti. Arlecchino era il modello. Il nome non me lo ricordo.» Posò la cima. Forse aveva intuito che la faccenda sarebbe stata più lunga del previsto. «Numero velico?» Scossi la testa. «Anno?» «Primi anni Settanta. Più o meno.» «Segni particolari?» A quella domanda non avevo pensato. Le barche, viste da lontano, sembrano avere tutte molti segni particolari. Quando devi descriverne una, invece, diventano improvvisamente bianche, con un albero e delle vele. Tirai fuori la fotografia che avevo portato con me. Si vedeva molto bene mio cugino, giovane, abbronzato e soddisfatto. Dietro di lui compariva circa un terzo dell’Arlecchino. Il resto era rimasto fuori dall’inquadratura. L’uomo la osservò. «Il ragazzo lo ritroviamo di sicuro.» «Purtroppo non c'è più.» Mi restituì la fotografia. «Anche la barca, temo.» Non era un grande inizio per un’indagine, ma ormai avevo cominciato.
23 Agosto 2026

Dove ci portano le storie

Quando abbiamo cominciato a lavorare a Canale Cultura l’idea era abbastanza semplice. Fare un buon sito culturale. Sembra poco, detto così. In realtà significava già prendere qualche decisione. Non inseguire le notizie a tutti i costi. Non parlare soltanto agli specialisti. Non confondere la cultura con l’accademia e nemmeno con quella specie di intrattenimento culturale nel quale, alla fine, tutto deve essere facile, veloce e possibilmente divertente. Volevamo soprattutto raccontare delle cose che ci interessavano. La storia, certamente. Ma anche i libri, la musica, il cinema, i territori, le persone. E poi alcune domande sul presente che difficilmente trovano posto nella cronaca quotidiana perché richiedono un po’ più di tempo. L’intelligenza artificiale, il cambiamento della televisione, la memoria dei luoghi, la trasformazione dei piccoli paesi. Canale Cultura è cresciuto così. In maniera abbastanza disordinata, a dire il vero. Ed è forse una delle cose che oggi mi piacciono di più.
22 Agosto 2026

Il cartello l’aveva visto prima lei

Il cartello l’ho visto anch’io. Questo va messo agli atti. Era piantato subito dopo il distributore, un po’ storto. RADUNO AUTO STORICHE OGGI CAMPO SPORTIVO La freccia indicava a destra. Noi dovevamo andare a sinistra. Avevo appuntamento con un ponte. Non è un modo di dire. Un signore mi aveva telefonato per raccontarmi che, sotto un ponte rifatto negli anni Sessanta, si vedeva ancora un arco del Cinquecento che in paese chiamavano romano. A me i monumenti con l’età sbagliata sono sempre piaciuti. Hanno qualcosa di umano. «Non ci pensare», dissi alla Rossa. Lei ebbe un vuoto. Poi tossì due volte, una cosa breve dal carburatore, e riprese. Arrivammo al bivio. Misi la freccia a sinistra. La Rossa andò a destra. Lo so che c’ero io al volante. So anche che le automobili non prendono decisioni e che, se le prendessero, probabilmente non lo direbbero a noi. Però la strada era larga, non passava nessuno e il volante si lasciò accompagnare con una facilità sospetta.
20 Agosto 2026

Il silenzio come bene raro

Non lo incontriamo per caso. Lo cerchiamo. Lo prenotiamo. A volte lo paghiamo. Come se fosse una risorsa naturale in via di esaurimento, da proteggere o da conquistare per qualche ora. Non è sempre stato così. Il silenzio, un tempo, era la condizione normale delle cose. Interrotto, certo, ma non invaso. C’erano rumori, voci, lavori. Ma c’era anche spazio. Tra un suono e l’altro. Tra una parola e la successiva. Oggi quello spazio si è ristretto. Viviamo immersi in un flusso continuo: notifiche, sottofondi, commenti, spiegazioni. Anche ciò che nasce per rilassarci spesso arriva già accompagnato da un rumore. Come se il vuoto facesse paura. Come se il silenzio dovesse essere subito riempito, giustificato, tradotto. Eppure il silenzio non è assenza. È presenza non mediata.