C’è un’immagine che torna spesso quando si parla di documentari: una troupe numerosa, mezzi importanti, tempi lunghi, un nome autorevole (David Attenborough, Alberto Angela) che apre le porte e garantisce ascolti. È un’immagine vera, ma parziale. Racconta una parte del mondo, non la più diffusa.
Esiste infatti un altro mestiere del documentario, molto meno raccontato. È quello di chi lavora con strutture simili alla nostra: piccole, spesso minime. Due operatori e un fonico. A volte nemmeno quello: una sola persona che fa quasi tutto. Non per scelta estetica, ma per necessità.
Qui il documentarista non è solo chi gira. È chi pensa il progetto, lo scrive, lo difende, lo propone. È chi cerca i fondi, spesso senza trovarli. Chi anticipa spese, tempo, energie. Chi fa la preproduzione, le ricerche, i sopralluoghi. Chi gira, monta, riscrive. Chi sceglie – o compone – le musiche. E poi chi prova a far esistere il film, cercando uno spazio distributivo in un mercato che dice di amare i documentari, ma raramente è disposto a investirci.