Il teatro era già stato rassettato.
Ed era, in fondo, la cosa più sospetta della serata.
Le sedie piegate. Il leggio spostato di lato. Sul fondale, il grande numero cento del centenario: rosso, lucido, perfino allegro. Guardandolo, pensai che Dario Fo avrebbe odiato proprio quella compostezza. Fu allora che una voce alle mie spalle disse:
“Bel funerale. Mancavo solo io.”
Mi voltai. Era lui. Non il Nobel addomesticato. Non il santino laico da anniversario. Dario Fo. Alto, sbilenco il giusto, con quell’aria da contadino sapiente e da attore che ti prende le misure prima ancora di stringerti la mano.