Redazione

16 Luglio 2026

Michelina e le due fotografie

Nella prima fotografia Michelina è seduta. Il corpo è leggermente di sbieco, in una posa studiata ma non rigida. Indossa un abito tradizionale: il corpetto scuro, il grembiule a righe, il copricapo appoggiato sui capelli. In una mano tiene una pistola; accanto a lei, con il calcio a terra, è appoggiato un fucile. Non guarda l’obiettivo. Il volto è rivolto di lato. Non cerca chi la osserva. Sembra guardare qualcosa che sta fuori dalla scena. Accostata alla seconda fotografia, di lei esposta nuda dopo essere stata uccisa, quella direzione dello sguardo assume oggi un significato inevitabile. Sembra lo sguardo di una giovane donna rivolto verso il proprio futuro, senza poterlo conoscere e dunque senza mostrarne paura. La fotografia risale probabilmente alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento. Non conosciamo con certezza il fotografo, il luogo dello scatto e neppure quanto la posa sia stata preparata. Sappiamo però che quella giovane donna si chiamava Michelina Di Cesare e che, in quel momento, viveva già fuori dalla legge.
12 Luglio 2026

Simonetta

Non la stavo evocando. Nelle mie interviste gli ospiti arrivano sempre così: mentre penso ad altro, o credo di farlo. Osservavo quella giovane sospinta verso la riva sopra una conchiglia troppo fragile per sostenere un corpo umano. I capelli mossi dal vento, una mano sul seno, l’altra a coprire il ventre. A destra, una figura tendeva un mantello fiorito. A sinistra, Zefiro soffiava con tanta forza che le rose sembravano frammenti di una tempesta. Sul taccuino avevo scritto: Simonetta Vespucci, la donna che prestò il volto alla bellezza. «Non gliel’ho prestato.» La voce veniva dalla stanza. Mi voltai. Era una giovane donna alta, vestita con una semplicità quasi severa. Non portava perle, nastri o gioielli. I capelli erano raccolti. Il volto appariva più vivo e meno perfetto di quello dipinto da Botticelli. «Che cosa non avete prestato?» «Il volto. Non ricordo che qualcuno me l’abbia chiesto.» Guardò la riproduzione appesa alla parete. «E poi non è detto che sia il mio.»
12 Luglio 2026

L’inventore rimasto senza voce

A Invorio c’è una lapide che ricorda un uomo nato altrove. Fu inaugurata l’8 settembre 1894, diciassette anni dopo la sua morte. Sulla pietra il paese volle legare il proprio nome a quello di Innocenzo Manzetti, geometra, meccanico e inventore valdostano. Un uomo che, prima del brevetto di Alexander Graham Bell, aveva cercato di far viaggiare la voce lungo un filo. Manzetti era nato ad Aosta il 17 marzo 1826. Suo padre proveniva però da Invorio Inferiore, dalla località Galesso. Aveva lasciato il paese e, dopo un passaggio da Novara, si era stabilito in Valle d’Aosta. Innocenzo apparteneva così a quella vasta geografia italiana fatta di partenze e radici. Non era nato a Invorio, ma il paese continuava a riconoscerlo come uno dei propri. Accade spesso nei piccoli centri. Un uomo parte, costruisce altrove la propria vita e finisce in una strada, in una lapide, in una fotografia appesa nel municipio. Poi, molti anni dopo, la comunità torna a cercarlo. Non sempre perché sia diventato celebre. Talvolta proprio perché non lo è diventato abbastanza. La memoria dei paesi conserva ciò che la grande storia lascia cadere.
11 Luglio 2026

Woody, la Rossa e l’Italia

La Renault 4 rossa era parcheggiata sotto il grande albero del cortile e aveva già l’aria di rimproverarmi. La osservavo dalla finestra della cucina da almeno venti minuti, fingendo di bere il caffè. Lei, invece, sembrava pronta. Aveva due piccoli adesivi di Canale Cultura sulle portiere, una valigia legata sul portapacchi e un’antenna che tendeva leggermente verso sinistra, come se sapesse già da quale parte avremmo sbagliato strada. Avevo deciso di attraversare l’Italia. Non tutta, naturalmente. Dire “attraversare l’Italia” rendeva il progetto più autorevole. In realtà avevo preparato un itinerario di poche settimane, con musei minori, archivi dimenticati, vecchi cinema, abbazie, case di scrittori e persone che conservavano storie senza sapere bene che cosa farsene. L’idea era semplice: partire ogni sabato, raggiungere un luogo e raccontarlo. Avevo chiamato il progetto L’Italia in quarta. La quarta era quella della Renault, anche se non ero affatto sicuro che entrasse ancora con facilità.