Quando sbaglio piano, di solito non è mai solo il piano.
Quella mattina ero in un immenso centro congressi di vetro e acciaio, in una città qualunque che avrebbe potuto essere ovunque. Di quei posti dove l’aria condizionata ha più carattere delle persone. Mi avevano convocato per un’intervista sul ruolo dei media in tempo di guerra. Cose serie, raccontate con luci gentili e domande rassicuranti.
Il programma era semplice, come sempre sulla carta: ingresso, corridoio, ascensore interno, piano 7, sala “Bernini”, trucco leggero, quindici minuti in cui avrei dovuto spiegare come “la gente normale” vive le guerre dal divano di casa. Poi un caffè troppo corto e il ritorno in albergo con una vaga sensazione di inutilità dignitosa.
Entro nell’ascensore interno con la mia cartellina. Fuori, un mare di roll-up, loghi di tv, registi che parlano più con le mani che con la bocca. Dentro, il solito specchio crudele e una colonna di pulsanti illuminati.
Io premo 7. Almeno, ne sono convinto.