Redazione

7 Luglio 2026

Quando il medico prescrive il teatro

Musei, musica, danza e lettura stanno entrando nei percorsi di cura. Non come alternative alla medicina, ma come strumenti contro isolamento, fragilità e disagio. Immaginiamo una ricetta un po’ diversa dal solito. Al posto del nome di un farmaco, potrebbe comparire l’indicazione di partecipare a un laboratorio teatrale, visitare un museo, cantare in un coro o prendere parte a un gruppo di lettura. Si chiama prescrizione sociale. È un modello attraverso il quale medici e operatori sanitari mettono le persone in contatto con attività non cliniche presenti sul territorio. L’idea nasce da una constatazione semplice: non tutti i problemi che arrivano nello studio di un medico possono essere affrontati soltanto con una medicina. Solitudine, perdita di relazioni, disagio psicologico e isolamento incidono sulla salute, ma spesso richiedono risposte sociali e culturali.
7 Luglio 2026

John Kennedy

Avevo trascorso la serata guardando vecchi discorsi presidenziali americani trovati sul web. Non per nostalgia. La nostalgia è una pessima consigliera, soprattutto quando si occupa di politica. Trasforma i governi in fotografie di famiglia, attenua gli errori e lascia soltanto uomini ben pettinati che pronunciano frasi memorabili. Sul computer era rimasta ferma l’immagine di John Fitzgerald Kennedy durante il discorso inaugurale del 20 gennaio 1961. Il cappotto scuro, i capelli mossi dal vento, lo sguardo rivolto verso una folla che sembrava credere ancora nel futuro. Avevo appena chiuso il filmato quando sentii una voce alle mie spalle. — Non creda troppo a quelle immagini, Armando. Eravamo molto bravi a costruirle. Mi voltai. Era seduto sulla poltrona accanto alla finestra. Non aveva l’aspetto luminoso delle fotografie ufficiali. Sembrava stanco, quasi rigido. Teneva la schiena dritta con evidente fatica. — Presidente Kennedy? — John, la prego. “Presidente Kennedy” è il personaggio. Io sono venuto per parlare dell’uomo.
5 Luglio 2026

Il lenzuolo che conteneva un secolo

Per molti anni il lenzuolo rimase piegato in un armadio. Aveva conosciuto l’odore della biancheria pulita, il buio dei cassetti, le mani che ogni tanto lo sollevavano per controllare che fosse ancora intatto. Era un lenzuolo matrimoniale a due piazze, preparato per accompagnare una vita intera. Una di quelle stoffe che nelle case contadine non erano semplici oggetti: appartenevano al matrimonio, alla famiglia, ai figli che sarebbero venuti. Poi, nel 1972, Anteo morì. Da quel momento il lenzuolo non ebbe più un letto al quale appartenere. Rimase nell’armadio, come certe cose che continuano a esistere anche quando la loro funzione è finita. Clelia Marchi, sua moglie, cominciò a scrivere. Scrisse sui quaderni, sui fogli, sui pezzi di carta che trovava in casa. Scrisse di notte, quando il silenzio diventava troppo grande. Scrisse della propria vita e di quella trascorsa con Anteo. Del lavoro nei campi, dei figli, della fame, della guerra, delle discussioni, delle morti che erano entrate nella casa senza bussare. Scrisse finché la carta terminò. Allora aprì l’armadio. Prese il lenzuolo. E gli affidò ciò che restava da dire.
4 Luglio 2026

Il vicino americano

Il 4 luglio, nel mio palazzo, di solito succedono due cose. Il signor Henderson, americano del quarto piano, appende al balcone una bandiera degli Stati Uniti grande come una vela. La signora Brambilla, che abita sotto di lui, telefona all’amministratore per denunciare «l’ennesima provocazione imperialista sul prospetto principale». Io abito al terzo piano. Esattamente in mezzo. Non solo dal punto di vista edilizio. Anche morale, politico e condominiale. Nel nostro palazzo l’aria calda sale, le opinioni scendono e prima o poi si incontrano sul mio pianerottolo. Henderson si chiama Arthur, ma tutti lo chiamano “l’americano”. Anche il postino, quando gli consegna le bollette, dice: «C’è posta per l’America.» Arthur ride sempre. Una risata larga, gentile, un po’ fuori tempo. Era arrivato in Italia molti anni prima per insegnare inglese. Doveva restare due anni. Poi aveva conosciuto una ragazza di Parma, l’aveva sposata e, molto tempo dopo, l’aveva perduta nel modo definitivo in cui si perdono certe persone. Da allora non se n’era più andato. Ogni 4 luglio, però, tornava americano.