Sono entrato nella metropolitana di Londra con la stessa fiducia con cui si entra in un museo contemporaneo: sai che qualcosa ti giudicherà, ma non sai bene cosa.
Era una mattina umida, da cartolina grigia. Avevo un appuntamento a King’s Cross, una di quelle riunioni in cui tutti dicono “interesting” e nessuno ammette che non ha capito. Avevo fatto colazione con un caffè che costava come un piccolo mutuo e mi ero convinto, come sempre in viaggio, di essere una persona nuova. Più disciplinata. Più internazionale. Più… adatta.
Sotto terra, naturalmente, l’ego si ridimensiona subito. Alla biglietteria automatica ho litigato con la macchina. La macchina ha vinto. Ho comprato la Oyster, l’ho appoggiata dove non andava, l’ho appoggiata dove andava ma nel verso sbagliato, l’ho appoggiata con troppa convinzione. Ho sentito un bip che mi è parso di scherno.
Poi ho visto lui.
Non “uno”, proprio “lui”: un Neanderthal.