Redazione

17 Giugno 2026

David Hockney, l’uomo che dipingeva la gioia

David Hockney è morto. E la prima cosa che viene in mente sono le piscine. Azzurre, immobili, geometriche. Ville californiane, corpi giovani, vetrate, prati tagliati con precisione. Una luce così netta da sembrare artificiale. Una vita sospesa pochi centimetri sopra la realtà. Ma fermarsi alle piscine sarebbe come ricordare Monet soltanto per le ninfee. Hockney non ha dipinto per tutta la vita un mondo felice. Ha cercato di capire perché il mondo, guardato davvero, continui a sorprenderci. La sua non era pittura dell’ottimismo. Era pittura dell’attenzione. Una differenza decisiva. Perché l’ottimista pensa che le cose andranno bene. Hockney sapeva che possono andare malissimo. Che gli amici muoiono. Che i corpi invecchiano. Che l’amore finisce. Che la primavera arriva mentre gli uomini si ammalano e le città si chiudono. Eppure continuava a dipingere. Non per consolarci, ma per dirci: guarda meglio.
16 Giugno 2026

Il viaggiatore nel tempo

Stavo cercando una frase per iniziare un articolo sull’intelligenza artificiale. Ne avevo già scartate una dozzina. Tutte troppo solenni. Tutte troppo sicure. Il problema, con il futuro, è che appena provi a nominarlo diventi ridicolo. O profeta. Che è quasi la stessa cosa, solo con una giacca più lunga. Fuori pioveva. Una di quelle piogge sottili che non lavano niente. Rigano i vetri, fanno rumore sui davanzali, sembrano messe lì per ricordarti che anche il tempo ha i suoi piccoli tic nervosi. Sul tavolo avevo un taccuino, il computer acceso, una tazza di caffè ormai freddo. Sullo schermo una frase incompiuta: “Il futuro non arriva mai all’improvviso…” Poi la luce saltò. Non un blackout drammatico. Nessun tuono. Nessun bagliore azzurro. Solo buio. Quando tornò, davanti a me c’era un uomo. Non saprei dire quanti anni avesse. Potevano essere cinquanta. O ottanta portati bene. Aveva un cappotto grigio, un paio di scarpe troppo leggere per quella pioggia e un piccolo oggetto in mano, simile a un telefono, ma senza schermo. Mi guardava con l’espressione di chi è arrivato in anticipo a un appuntamento e teme di aver sbagliato secolo. «Lei è uno scrittore?» «Dipende. Per chi?» Sorrise appena. «Per quelli che, nel mio tempo, ancora leggono.» La frase mi parve insieme gentile e minacciosa. Gli indicai la sedia. «Viene dal futuro?» «Sì.»
15 Giugno 2026

Il nome sotto il quadro

Un quadro appeso a una parete sembra una cosa silenziosa. Sta lì. Dentro una cornice. Con la sua luce, i suoi colori, la sua materia. Noi ci avviciniamo, guardiamo, magari ci emozioniamo. Poi abbassiamo gli occhi e leggiamo la targhetta. Leonardo da Vinci. Caravaggio. Vermeer. Attribuito a. Bottega di. Seguace di. Copia da. In quel momento, senza che il quadro si sia mosso di un millimetro, tutto cambia. La stessa immagine può valere centinaia di milioni, oppure poche centinaia di migliaia di euro. Può entrare nei manuali di storia dell’arte, oppure scivolare in una nota a piè di pagina. Può diventare orgoglio di un museo, garanzia per un’assicurazione, investimento per un collezionista, argomento per un governo. Oppure può diventare un problema.
14 Giugno 2026

La democrazia ha bisogno di attrito

Immaginiamo una sala comunale italiana. Potrebbe essere in provincia, in una città media, in un quartiere di periferia. Sedie di plastica, microfono che gracchia, assessore un po’ stanco, cittadini arrivati dopo cena. Il tema è concreto: una nuova zona a traffico limitato, un centro per migranti, una scuola da accorpare, un impianto da costruire, una piazza da rifare. All’inizio parlano tutti insieme. C’è chi protesta perché perderà clienti. Chi chiede più sicurezza. Chi difende l’ambiente. Chi teme di essere dimenticato. Chi vuole decidere subito e chi vorrebbe fermare tutto. Qualcuno urla. Qualcuno legge un foglio. Qualcuno racconta un’esperienza personale che non rientra in nessuna tabella. È faticoso, lento, perfino irritante. Poi immaginiamo che arrivi una piattaforma intelligente. Una macchina capace di ascoltare tutti, raccogliere gli interventi, ordinarli, trovare le parole ricorrenti, misurare le priorità, individuare una possibile sintesi. In pochi minuti produce un testo equilibrato. Riconosce le ragioni di ciascuno. Evita le frasi aggressive. Smussa gli eccessi. Propone una formula comune. Tutti respirano. Finalmente, sembra, la politica ha trovato un traduttore. Ma proprio qui comincia il problema. Che cosa è stato salvato da quella sintesi? E che cosa è stato perduto?