Redazione

2 Gennaio 2026

Italo Calvino

Mi è venuto incontro senza rumore. Non con l’aria del grande autore che pretende silenzio e deferenza. Piuttosto come uno che entra in un corridoio mentre tu stai già andando, e per un istante vi trovate sullo stesso passo. Avevo appena chiuso il computer. Non per virtù: per stanchezza. Era uno di quei primi giorni dell’anno in cui senti addosso una richiesta implicita di “fare meglio”, “fare di più”, “essere nuovo”. E invece io, in quel momento, volevo solo una cosa: una frase che non fosse una frase fatta. L’ho visto lì, sul margine della stanza. Magro, discreto. Lo sguardo preciso di chi non ti giudica, ma ti legge. «Non ti preoccupare», ha detto. «Non sono venuto per un’intervista. Sono venuto perché stavi pensando troppo forte.» Ho sorriso, più per difesa che per cordialità. Poi ho capito che era vero: avevo dei pensieri che facevano rumore anche a schermo spento. Un inizio d’anno pieno di promesse e insieme pieno di peso. E la paura, sempre la stessa, che la cultura diventi un’altra forma di frastuono.
28 Dicembre 2025

Il regno di questo mondo

Me lo ricordo bene, perché non è stata una scoperta “da scaffale”. È stata una scoperta da fermata. Una di quelle mattine con mezz’ora buca tra due impegni. Invece di mettere ordine nelle mail, entro in una libreria di usato per scaldarmi e prendere fiato. Cercavo tutt’altro, un saggio “serio”, da tavolo grande. Mi capita tra le mani un volumetto sottile, titolo magnifico: Il regno di questo mondo. Carpentier. Nome già sentito, associato vagamente a quel continente narrativo che noi, in Italia, abbiamo imparato a chiamare con troppa fretta “realismo magico”. La libraia, una di quelle persone che non ti vendono un libro ma ti spostano la testa, mi dice una frase che ancora sento: “Se lo prenda. Ma non lo legga come un romanzo esotico. Lo legga come storia, solo scritta da uno che sa che la storia, quando la vivi, non è mai pulita”.
27 Dicembre 2025

Non è poco

Mi avevano invitato a cena. Una coppia di amici gentili, educati, di quelli che a Natale apparecchiano anche quando sanno già che qualcosa andrà storto. «Saremo in pochi», avevano detto. Frase che, a dicembre, significa tutto e niente. Quando sono arrivato, la casa profumava di forno e di buone intenzioni. Luci calde, tovaglia che non si vede tutto l’anno, musica di sottofondo scelta con cura, quindi invisibile. C’era già un’altra ospite. Era seduta sul divano, leggermente in avanti, come chi non aspetta di essere interpellato. Sorriso pronto. Occhi accesi. Mani che parlavano anche quando lei taceva. Appena mi ha visto, si è alzata di scatto. «Ma io… io non ci posso credere.» Ho pensato di avere qualcosa sul cappotto. Oppure di essere entrato nella casa sbagliata. O, ipotesi più realistica, nell’epoca sbagliata. «Lei… lei è Woody.»
24 Dicembre 2025

Un motto, un equivoco

Ogni volta che sento ripetere “si vis pacem, para bellum” mi scatta un riflesso da mestiere. Io ho una formazione storica e diplomatica: conosco il fascino delle formule brevi, ma conosco anche il loro vizio. Le formule tranquillizzano perché chiudono la complessità in una frase. E proprio per questo, se le uso, voglio farle riaprire. Parto da un fatto semplice: quella sentenza, così come circola oggi, è una versione ridotta. Dietro c’è un autore tardo-romano, Flavio Vegezio Renato, di cui sappiamo meno di quanto vorremmo: un alto funzionario imperiale, cristiano, probabilmente non un militare di carriera, che scrive in un’epoca in cui l’Impero romano sente di non poter più permettersi l’improvvisazione.