Mi avevano detto “Prima della Scala” e io avevo immaginato la scena: ingresso principale, tappeto, un nome pronunciato bene, magari perfino un sorriso che non sottintenda “che ci fa lui qui?”.
Sono arrivato in anticipo, che è una forma di superstizione. Ho attraversato la piazza con l’aria studiata di chi finge di non essere intimidito dai luoghi che intimidiscono. Avevo il frac giusto, il papillon giusto, l’ansia sbagliata.
Davanti all’entrata principale c’era quella luce che non illumina: consacra. Lampadari, velluti, persone che sembravano nate già in abito scuro. Io ho mostrato il mio invito — o meglio, quello che credevo fosse un invito. L’addetto l’ha guardato un secondo, poi mi ha guardato un secondo, come se stesse mettendo insieme due pezzi che non combaciavano.