Redazione

1 Agosto 2026

La valle dove il silenzio non era un lusso

Quella mattina avevo deciso di visitare un villaggio di iurte tibetane sorto sulle colline sopra il lago. Il dépliant prometteva silenzio, energia, riconnessione con la natura e una colazione biologica servita in cestini di bambù. Le fotografie mostravano tende bianche affacciate sull’acqua, cuscini color ocra, bracieri e persone vestite di lino che guardavano il tramonto senza apparente bisogno di controllare il telefono. Il soggiorno minimo era di due notti. Il prezzo massimo non era indicato. Non avevo prenotato. Avevo ottenuto il permesso di visitare la struttura e parlare con il fondatore, un ex consulente finanziario che, secondo il sito, aveva lasciato la città dopo «un incontro trasformativo con il silenzio». La frase mi incuriosiva. Anche perché l’incontro era avvenuto durante una settimana alle Maldive. Sul sedile accanto avevo sistemato il dépliant, il registratore, una bottiglia d’acqua e il taccuino. In cima alla pagina avevo scritto: Ogni civiltà finisce per vendere come esperienza ciò che un tempo era semplicemente vita. La frase mi sembrava severa al punto giusto. La Renault 4 non diede segni di dissenso.
25 Luglio 2026

Il posto dove dovevamo arrivare

Nessun rumore dal cofano. Nessuna spia accesa senza motivo. Nessuna deviazione suggerita da un cartello scolorito. Nessun rallentamento improvviso davanti a una strada secondaria. La Rossa procedeva tranquilla, quasi disciplinata. Fu questo a preoccuparmi. Quella mattina avevo programmato di visitare un piccolo museo dedicato alla radio e alle prime comunicazioni senza fili. Si trovava in una cittadina di pianura, dentro un edificio municipale che un tempo era stato una scuola tecnica. Avevo letto che conservava apparecchi a galena, radio militari, ricevitori domestici, fonografi, registratori a filo, vecchi televisori e strumenti costruiti artigianalmente da tecnici e appassionati. Era esattamente il genere di luogo che mi interessava. Non famoso. Non monumentale. Ma capace di raccontare il momento in cui una voce, per la prima volta, aveva attraversato una distanza senza portarsi dietro il corpo di chi parlava.
24 Luglio 2026

Giuni Russo, oltre l’estate

Ci sono artisti che passano la vita a cercare il successo. E ce ne sono altri che, dopo averlo raggiunto, devono trovare il coraggio di liberarsene. Giuni Russo appartiene a questa seconda, più rara categoria. Nel 1982 Un’estate al mare entrò nelle case degli italiani con la naturalezza delle canzoni destinate a non andarsene più. Aveva un ritornello leggero, un’immagine balneare, una melodia immediata. Ma possedeva anche qualcosa che una normale canzone estiva non aveva: la voce di Giuni Russo. Sul finale, quella voce si alzava e imitava il verso dei gabbiani. Sembrava un gioco, una trovata brillante. Era invece la dimostrazione, quasi nascosta dentro una canzone popolare, di uno strumento vocale fuori dall’ordinario. Il brano aveva il testo di Franco Battiato e la musica dello stesso Battiato e di Giusto Pio. Diventò il maggiore successo commerciale di Giuni Russo e uno dei motivi più riconoscibili dell’estate italiana. Il pubblico aveva trovato una nuova stella. Il mercato, come spesso accade, aveva trovato qualcosa di più semplice: una formula da ripetere. Giuni Russo avrebbe potuto continuare a cantare l’estate. Avrebbe potuto inseguire altri ritornelli, altri ombrelloni, altre apparizioni televisive. Aveva la voce, il volto e l’ironia necessari. Sapeva essere popolare senza diventare banale. Ma non voleva vivere dentro una replica.
22 Luglio 2026

Dove una comunità prende voce

Una sera d’inverno, in un piccolo paese, le finestre si spengono presto. Il bar resta aperto ancora un poco, qualche automobile attraversa la piazza, poi tutto sembra fermarsi. Ma dietro una porta laterale del municipio, o dentro una vecchia sala parrocchiale, c’è ancora luce. Qualcuno ripassa una battuta. Qualcun altro sistema una sedia, prova un ingresso, controlla un costume. C’è un pensionato che per qualche settimana sarà un re, una ragazza che non aveva mai parlato davanti a cinquanta persone, un commerciante che dimentica le parole, un’insegnante che dirige tutti con pazienza. Non sono attori professionisti. Forse lo spettacolo non sarà perfetto. Eppure, in quella sala, sta accadendo qualcosa di importante. Un paese sta provando a rappresentare se stesso. Siamo abituati a considerare il teatro come un edificio, un cartellone, una stagione di spettacoli. Pensiamo ai grandi attori, alle tournée, alle platee delle città. Nei piccoli centri, invece, viene spesso trattato come un lusso: bello, certamente, ma non indispensabile. È un errore. Un teatro attivo, anche piccolo, non è soltanto un luogo di intrattenimento. È una forma di infrastruttura civile. Come una biblioteca, una scuola, una piazza. Tiene insieme persone, ricordi, linguaggi.