Una sera d’inverno, in un piccolo paese, le finestre si spengono presto. Il bar resta aperto ancora un poco, qualche automobile attraversa la piazza, poi tutto sembra fermarsi.
Ma dietro una porta laterale del municipio, o dentro una vecchia sala parrocchiale, c’è ancora luce.
Qualcuno ripassa una battuta. Qualcun altro sistema una sedia, prova un ingresso, controlla un costume. C’è un pensionato che per qualche settimana sarà un re, una ragazza che non aveva mai parlato davanti a cinquanta persone, un commerciante che dimentica le parole, un’insegnante che dirige tutti con pazienza.
Non sono attori professionisti. Forse lo spettacolo non sarà perfetto. Eppure, in quella sala, sta accadendo qualcosa di importante.
Un paese sta provando a rappresentare se stesso.
Siamo abituati a considerare il teatro come un edificio, un cartellone, una stagione di spettacoli. Pensiamo ai grandi attori, alle tournée, alle platee delle città. Nei piccoli centri, invece, viene spesso trattato come un lusso: bello, certamente, ma non indispensabile.
È un errore.
Un teatro attivo, anche piccolo, non è soltanto un luogo di intrattenimento. È una forma di infrastruttura civile. Come una biblioteca, una scuola, una piazza. Tiene insieme persone, ricordi, linguaggi.