

Conobbe la popolarità, ma rifiutò di diventarne prigioniera. Accanto a Maria Antonietta Sisini, e attraverso gli incontri con Franco Battiato e Juri Camisasca, trasformò una voce prodigiosa in un percorso di libertà artistica e spirituale.
Ci sono artisti che passano la vita a cercare il successo. E ce ne sono altri che, dopo averlo raggiunto, devono trovare il coraggio di liberarsene.
Giuni Russo appartiene a questa seconda, più rara categoria.
Nel 1982 Un’estate al mare entrò nelle case degli italiani con la naturalezza delle canzoni destinate a non andarsene più. Aveva un ritornello leggero, un’immagine balneare, una melodia immediata. Ma possedeva anche qualcosa che una normale canzone estiva non aveva: la voce di Giuni Russo.
Sul finale, quella voce si alzava e imitava il verso dei gabbiani. Sembrava un gioco, una trovata brillante. Era invece la dimostrazione, quasi nascosta dentro una canzone popolare, di uno strumento vocale fuori dall’ordinario.
Il brano aveva il testo di Franco Battiato e la musica dello stesso Battiato e di Giusto Pio. Diventò il maggiore successo commerciale di Giuni Russo e uno dei motivi più riconoscibili dell’estate italiana.
Il pubblico aveva trovato una nuova stella. Il mercato, come spesso accade, aveva trovato qualcosa di più semplice: una formula da ripetere.
Giuni Russo avrebbe potuto continuare a cantare l’estate. Avrebbe potuto inseguire altri ritornelli, altri ombrelloni, altre apparizioni televisive. Aveva la voce, il volto e l’ironia necessari. Sapeva essere popolare senza diventare banale.
Ma non voleva vivere dentro una replica.
Il problema non era il successo. Sarebbe troppo facile raccontarla come un’artista pura, disgustata dalla musica commerciale. Giuni Russo amava anche la leggerezza, il ritmo, il divertimento vocale. In molte sue interpretazioni si avverte il piacere fisico del canto, la gioia quasi atletica di usare la voce come uno strumento capace di salire, precipitare, deformarsi, diventare richiamo, risata, suono animale.
Il problema era un altro: il successo rischiava di stabilire per sempre chi dovesse essere.
Quando una canzone diventa molto famosa, può accadere che il pubblico smetta di ascoltare chi la canta. Non vuole più sapere dove quell’artista stia andando. Vuole soltanto che torni nel luogo in cui l’ha incontrata la prima volta.
Per Giuni Russo quel luogo era una spiaggia del 1982.
Lei, invece, stava già partendo.
Per comprendere questo viaggio bisogna osservare la figura che le rimase accanto per quasi tutta la vita adulta: Maria Antonietta Sisini.
Le due si incontrarono nel 1969. Da allora condivisero la vita e un lungo percorso artistico. Ridurre Sisini alla sola definizione di compagna di Giuni Russo sarebbe inesatto. Definirla soltanto autrice o produttrice sarebbe altrettanto insufficiente.
Sisini fu musicista, compositrice, autrice, produttrice e interlocutrice creativa. Partecipò alla costruzione del repertorio, condivise le scelte professionali e affrontò con Giuni anche le conseguenze economiche e personali delle rotture con il mondo discografico.
Fu un sodalizio nel senso più profondo della parola. Non una figura dietro le quinte al servizio della cantante, ma una delle due parti di un’officina creativa.
Nella storia della musica popolare siamo abituati a riconoscere il volto e la voce di chi sale sul palco. Più raramente vediamo chi costruisce con quell’artista un linguaggio, chi ne protegge le intuizioni, chi resta quando i riflettori si spengono.
Nel caso di Giuni Russo, separare l’artista da Maria Antonietta Sisini significa perdere una parte essenziale della storia.
Quando le possibilità offerte dall’industria discografica cominciarono a restringersi, le due donne non cercarono semplicemente una nuova canzone di successo. Cercarono un altro modo di fare musica.
Da questa ricerca nacque nel 1988 A casa di Ida Rubinstein, un disco dedicato ad arie e romanze di Bellini, Donizetti e Verdi, rilette attraverso contaminazioni contemporanee. Il progetto fu ideato e prodotto da Maria Antonietta Sisini e pubblicato dall’etichetta L’Ottava, fondata da Franco Battiato, con distribuzione EMI.
Era una scelta coraggiosa e, dal punto di vista commerciale, quasi temeraria.
Una cantante conosciuta dal grande pubblico per Un’estate al mare si confrontava con il repertorio colto italiano senza imitare un soprano d’opera e senza rinunciare alla propria identità. Bellini, Donizetti e Verdi diventavano materiali vivi, attraversati dal jazz, dall’elettronica e dalla sperimentazione vocale.
Il disco segnò una svolta definitiva nel suo percorso. Non ottenne la popolarità dei lavori precedenti, ma le consentì di uscire dalla parte che le era stata assegnata.
Era, in fondo, un modo per smettere di chiedere al mercato il permesso di esistere.
Franco Battiato non inventò Giuni Russo.
Quando lo incontrò, lei aveva già alle spalle studi musicali, concorsi, dischi, cambi di nome, esperienze internazionali, tentativi e delusioni. Aveva già mostrato un’estensione vocale eccezionale e una personalità difficilmente riducibile alle regole della canzone italiana.
Battiato fece però qualcosa di fondamentale: la riconobbe.
Riconobbe in quella voce non soltanto una capacità tecnica, ma un’intelligenza musicale. Comprese che poteva essere usata per attraversare i generi, non semplicemente per stupire.
All’inizio degli anni Ottanta la collaborazione con Battiato e Giusto Pio contribuì alla realizzazione di Energie, l’album del 1981 che precedette la consacrazione di Un’estate al mare.
Battiato portava nella musica leggera italiana una libertà allora poco comune. Mescolava filosofia, ironia, Oriente, musica elettronica, citazioni colte e melodie popolari. Per Giuni Russo quell’incontro fu la conferma che si poteva stare dentro la canzone senza accettarne i confini.
Anche Un’estate al mare, ascoltata con attenzione, è meno semplice di quanto sembri. Dietro il desiderio di vacanza c’è una donna stanca del lavoro notturno e di una vita consumata lungo le strade. La leggerezza del ritornello convive con un’esistenza che leggera non è.
Giuni Russo si trovava bene dentro queste contraddizioni. Poteva essere popolare e sofisticata, ironica e tragica, fisica e spirituale.
Il suo limite commerciale era, forse, proprio la sua ricchezza.
La rottura con l’industria discografica non fu romantica. Ebbe conseguenze concrete: meno promozione, minore visibilità, difficoltà nel pubblicare, occasioni perdute.
I responsabili della casa discografica continuavano a chiederle canzoni costruite sul modello di Un’estate al mare, mentre lei avvertiva sempre più forte il bisogno di sperimentare e di evolversi. Maria Antonietta Sisini ha ricordato quella incomprensione anche raccontando le successive scuse di Caterina Caselli, che ammise di non avere compreso fino in fondo Giuni Russo.
Non si trattava di disprezzare il pubblico o la musica leggera. Si trattava di rifiutare un ricatto: continuare a essere visibile a condizione di non cambiare.
Ogni artista, prima o poi, incontra questa domanda. È meglio essere riconosciuti per qualcosa che non ci rappresenta più o rischiare di non essere riconosciuti affatto?
Giuni Russo scelse la seconda possibilità.
Non lo fece attraverso un proclama. Lo fece con i dischi, i concerti e il repertorio. Si spostò progressivamente verso territori meno frequentati: la musica da camera, la poesia, la sperimentazione vocale, la tradizione siciliana, il canto sacro e i testi mistici.
Il suo canto diventò meno decorativo e più necessario.
La voce prodigiosa non scomparve. Cambiò funzione. Non serviva più a mostrare fin dove potesse arrivare, ma a cercare qualcosa che ancora non possedeva.
L’incontro artistico con Juri Camisasca appartiene a questa seconda vita.
Camisasca proveniva dalla stagione sperimentale vicina a Franco Battiato. Dopo l’esperienza nel rock progressivo, aveva trascorso un lungo periodo in un monastero benedettino. Nella sua musica la ricerca spirituale non era un ornamento culturale, ma una trasformazione della vita.
Negli anni Novanta e Duemila scrisse per Giuni Russo diversi brani, tra i quali Nomadi, Il Carmelo di Echt e L’abisso del sesso.
Giuni trovò nelle sue composizioni parole capaci di accompagnare la direzione che aveva ormai intrapreso.
Il Carmelo di Echt è dedicato a Edith Stein: filosofa ebrea, allieva di Edmund Husserl, convertita al cattolicesimo, divenuta monaca carmelitana con il nome di Teresa Benedetta della Croce e uccisa ad Auschwitz.
Nell’interpretazione di Giuni Russo il brano non diventa una celebrazione enfatica del martirio. La voce procede con una compostezza quasi disarmante. Non cerca l’applauso. Non mette in scena il dolore. Lo attraversa.
È forse in questo passaggio che si comprende pienamente la distanza percorsa dalla cantante dei gabbiani.
La voce che un tempo saliva verso il cielo per sorprendere il pubblico ora sembra ritirarsi. Cerca un punto nel quale il canto confina con il silenzio.
Non è una rinuncia alla tecnica. È il suo superamento.
La ricerca spirituale di Giuni Russo non fu una posa tardiva. Negli ultimi anni si avvicinò in modo particolare alla spiritualità carmelitana e alle figure di Teresa d’Avila, Giovanni della Croce ed Edith Stein, i cui scritti divennero fonte di ispirazione artistica.
Anche qui occorre evitare l’agiografia.
Giuni Russo non cessò di essere una donna ironica, combattiva, talvolta aspra. La spiritualità non cancellò il suo carattere. Lo orientò. La ricerca interiore non la rese più docile nei confronti del mondo musicale. Al contrario, rafforzò la sua indisponibilità al compromesso.
Nel 2003 Giuni Russo tornò al Festival di Sanremo con Morirò d’amore, firmata insieme a Maria Antonietta Sisini e Vania Magelli.
Apparve con il capo rasato, decorato da un disegno all’henné. Era malata, ma non volle che la malattia diventasse uno strumento promozionale.
La canzone arrivò settima e ottenne il secondo posto nel Premio della critica. Quel ritorno restituì Giuni Russo al grande pubblico, ma non rappresentò un ritorno al passato. Al contrario, mostrò quanto fosse ormai lontana dal personaggio che il successo degli anni Ottanta aveva provato a costruire intorno a lei.
Il pubblico vide una donna fragile e, nello stesso tempo, solenne.
Sarebbe però ingiusto leggere tutta la sua opera alla luce della malattia e della fine. Giuni Russo non è importante perché ha sofferto. È importante perché ha cercato.
Ha cercato nella canzone popolare, nel canto lirico, nella sperimentazione, nella Sicilia, nella poesia e nella spiritualità. Ha attraversato mondi che l’industria preferisce tenere separati.
Soprattutto, ha dimostrato che la qualità non consiste nello scegliere un genere considerato superiore. Consiste nel non mentire a ciò che si è diventati.
Giuni Russo non abbandonò la musica leggera per salire su un piano più nobile. Abbandonò l’obbligo di ripetersi. Continuò a cantare anche le canzoni che l’avevano resa celebre, ma non permise che quelle canzoni decidessero tutto il resto.
La sua storia non è soltanto quella di un talento ostacolato dal mercato. È la storia, più complessa, di un’artista che accettò di perdere una parte del pubblico per conservare la propria libertà.
Accanto a lei, Maria Antonietta Sisini condivise questa scelta e ne sopportò i costi. Battiato le offrì un terreno musicale nel quale la sua diversità potesse essere riconosciuta. Camisasca le consegnò parole capaci di accompagnare la sua ricerca spirituale.
Ma il cammino fu suo.
Dopo la morte di Giuni Russo, avvenuta a Milano il 14 settembre 2004, Sisini fondò l’associazione GiuniRussoArte, con il compito di tutelarne e promuoverne l’opera e l’immagine.
Anche questo fa parte della loro storia: una collaborazione che non si concluse con la scomparsa dell’artista, ma si trasformò in lavoro sulla memoria.
Oggi Un’estate al mare continua a tornare ogni estate. È giusto così. È una grande canzone popolare e sarebbe assurdo rinnegarla.
Forse, però, potremmo usarla come una porta, non come una stanza nella quale rinchiudere Giuni Russo.
Dietro quella porta ci sono molte altre voci: la ragazza siciliana, la cantante sperimentale, l’interprete di Bellini, la compagna di un lungo sodalizio creativo, la donna inquieta, la cercatrice spirituale.
E tutte ci ricordano una cosa semplice e difficile: qualche volta il vero successo consiste nel diventare ciò che il successo non aveva previsto.
1. Una vipera sarò — 1981
È uno dei brani che permettono di entrare nella stagione di Energie, prima della consacrazione popolare. Giuni mostra già una vocalità imprevedibile e teatrale. Conviene ascoltare non soltanto gli acuti, ma il modo in cui usa la voce per costruire un personaggio: ironico, aggressivo, mobile. Non canta semplicemente sopra la musica. Ci gioca.
2. Un’estate al mare — 1982
Il brano più famoso deve essere liberato dall’abitudine. Dietro il ritornello balneare c’è il desiderio di evasione di una donna stanca della propria vita. Poi arrivano i gabbiani: non un semplice virtuosismo, ma la firma sonora di una cantante capace di trasformare la voce in paesaggio.
3. Mediterranea — 1984
Qui emerge una Giuni più sensuale e profonda. La mediterraneità non è una cartolina, ma appartenenza, memoria, corpo. Si ascolti il modo in cui la voce alterna forza e abbandono senza mai diventare prevedibile.
4. Alghero — 1986
Una canzone luminosa, apparentemente vicina al repertorio estivo, ma più inquieta e sofisticata. Il ritmo elettronico appartiene pienamente agli anni Ottanta; l’interpretazione, invece, sembra continuamente voler uscire dalla cornice.
5. A casa di Ida Rubinstein — 1988
Più che un singolo brano, merita di essere ascoltato l’intero album. Il progetto, ideato e prodotto da Maria Antonietta Sisini, mette la voce di Giuni Russo in dialogo con Bellini, Donizetti e Verdi. È il disco della liberazione: commercialmente difficile, artisticamente decisivo.
6. Nomadi
Nel brano di Juri Camisasca il viaggio non è turismo e neppure semplice fuga. È la condizione di chi non accetta di stabilirsi definitivamente in un’identità. La voce di Giuni sembra procedere verso un luogo che non può essere raggiunto, ma soltanto cercato.
7. Il Carmelo di Echt
Nel brano dedicato a Edith Stein la voce rinuncia quasi completamente all’esibizione. La potenza rimane, ma viene trattenuta. È un canto composto e spirituale, nel quale ogni parola sembra avvicinarsi al silenzio.
8. Moro perché non moro
Il testo deriva dalla poesia Vivo sin vivir en mí, tradizionalmente attribuita a Teresa d’Avila. Giuni Russo e Maria Antonietta Sisini ne elaborarono la versione musicale; Franco Battiato contribuì all’arrangiamento della versione pubblicata nell’album Morirò d’amore. Qui la tensione mistica diventa materia sonora, senza perdere la fisicità della voce.
9. Morirò d’amore — 2003
Sarebbe sbagliato ascoltarla soltanto come una canzone d’addio. È ancora un’affermazione d’identità: una donna che sale sul palco senza chiedere pietà e senza permettere alla malattia di sostituirsi all’artista.
Dopo questi nove passaggi, vale la pena cercare Alla luna, Adrenalina, Limonata cha cha cha, La sposa, La sua figura e le registrazioni dal vivo degli ultimi anni.
Sono brani molto diversi, ma mostrano la stessa caratteristica: Giuni Russo non usa mai la voce nello stesso modo due volte.
Sito ufficiale Giuni Russo e archivio GiuniRussoArte; discografia ufficiale; Treccani, profilo dedicato a Un’estate al mare; Rai Teche; testimonianze di Maria Antonietta Sisini; sito ufficiale di Juri Camisasca.