Ci sono artisti che passano la vita a cercare il successo. E ce ne sono altri che, dopo averlo raggiunto, devono trovare il coraggio di liberarsene.
Giuni Russo appartiene a questa seconda, più rara categoria.
Nel 1982 Un’estate al mare entrò nelle case degli italiani con la naturalezza delle canzoni destinate a non andarsene più. Aveva un ritornello leggero, un’immagine balneare, una melodia immediata. Ma possedeva anche qualcosa che una normale canzone estiva non aveva: la voce di Giuni Russo.
Sul finale, quella voce si alzava e imitava il verso dei gabbiani. Sembrava un gioco, una trovata brillante. Era invece la dimostrazione, quasi nascosta dentro una canzone popolare, di uno strumento vocale fuori dall’ordinario.
Il brano aveva il testo di Franco Battiato e la musica dello stesso Battiato e di Giusto Pio. Diventò il maggiore successo commerciale di Giuni Russo e uno dei motivi più riconoscibili dell’estate italiana.
Il pubblico aveva trovato una nuova stella. Il mercato, come spesso accade, aveva trovato qualcosa di più semplice: una formula da ripetere.
Giuni Russo avrebbe potuto continuare a cantare l’estate. Avrebbe potuto inseguire altri ritornelli, altri ombrelloni, altre apparizioni televisive. Aveva la voce, il volto e l’ironia necessari. Sapeva essere popolare senza diventare banale.
Ma non voleva vivere dentro una replica.