Redazione

18 Ottobre 2026

Al museo ci andrei. Ma con chi?

Venti chilometri possono essere pochi. Dipende da come si torna a casa. Quando si prepara una mostra o un incontro, il viaggio del pubblico comincia di solito dalla porta d’ingresso. Prima ci sono la comunicazione, le prenotazioni, magari un’indicazione sul parcheggio. Eppure, per chi dovrebbe arrivare, la parte decisiva può essere già avvenuta: trovare un passaggio, capire se l’ultimo autobus basta, convincere qualcuno a venire. Oppure rinunciare, senza che l’organizzatore ne sappia mai nulla. In Piemonte, fra paesi, valli e cittadine, è un buon punto da cui cominciare a ragionare sulla cultura. Anche guardando il territorio dei laghi: una località vicina, visibile quasi dalla finestra, non è necessariamente facile da raggiungere. La geografia delle possibilità somiglia solo in parte a quella delle carte. Una ricerca della Fondazione Compagnia di San Paolo dà sostanza a queste osservazioni. Ha interrogato mille persone delle fasce giovani e anziane in Piemonte e Liguria, affiancando un approfondimento su duecento persone con background migratorio residenti in Piemonte. La rilevazione si è svolta tra maggio e giugno 2026. È una porzione di società, va detto subito. Mancano le età centrali della vita e i risultati non possono essere estesi all’intera popolazione italiana. Ma dentro quel perimetro emergono domande che meritano di uscire da un rapporto di ricerca e arrivare a chi dirige un museo, programma un festival, tiene aperta una biblioteca.
11 Ottobre 2026

Il fotofucile

Non avevo nessuna intenzione di dedicarmi alla fotografia naturalistica. Già faccio fatica a riconoscere gli uccelli che vengono a mangiare sul davanzale. Per me sono quasi tutti passeri, con qualche eccezione per quelli troppo grossi per esserlo. Poi, domenica scorsa, sono andato al mercatino. Lo faccio abbastanza spesso. Non cerco niente di particolare, ed è questo il bello. I mercatini sono pieni di oggetti che qualcuno ha comprato, usato, dimenticato e infine deciso di vendere. Oggetti che hanno avuto una vita, talvolta gloriosa, e ora aspettano su una coperta fra una macchina per il caffè senza coperchio e un servizio di bicchieri spaiati. L'ho visto quasi subito. Era lungo, nero, con una grossa impugnatura, un calcio da fucile e una specie di cannone al posto dell'obiettivo. Aveva l'aria di un'arma progettata per abbattere piccoli satelliti. «È russo», mi ha detto il venditore. Era un'informazione abbastanza superflua. Aveva tutta l'aria di essere russo. Persino le viti sembravano progettate per resistere all'assedio di Stalingrado. «È un fotofucile. Serviva per fotografare gli animali.» «Da vivi, spero.» Non ha riso. I venditori di mercatini hanno un rapporto molto particolare con l'umorismo dei clienti, soprattutto quando sospettano che non compreranno niente. L'oggetto, invece, mi aveva già conquistato.
5 Ottobre 2026

Carolina e il quaderno in fondo al cassetto

Quando Carolina Bertinotti morì, nel 1953, qualcuno dovette fare quello che si fa nelle case dopo una morte. Aprire gli armadi, mettere ordine nei cassetti, decidere che cosa conservare. A farlo fu una delle nuore, Maria Teresa. In fondo a un cassetto trovò un quaderno dalla copertina nera. Uno di quei quaderni semplici che un tempo stavano nelle cartelle dei bambini, sui tavoli delle cucine, magari accanto ai conti di casa. Carolina non aveva detto a nessuno di averlo scritto. Maria Teresa cominciò a leggerlo e capì che forse valeva la pena conservarlo. Lo mostrò al marito e agli altri figli di Carolina. Loro, a quanto pare, non gli diedero molto peso. Lei invece lo tenne. Parecchi anni dopo, a metà degli anni Settanta, i nipoti ne fecero una ventina di copie dattiloscritte. Passarono tra parenti e amici. Poi una di quelle copie arrivò quasi per caso a Giovanni A. Cerutti, dell'Istituto storico della Resistenza di Novara. A volte i documenti arrivano negli archivi seguendo strade molto meno solenni di quanto immaginiamo. Il quaderno cominciava così: «Sono nata Invorio provincia di Novara in una cascina detta Baragia, figlia di poveri ma onesti contadini. Ho vissuto colà fino ai 3 anni, che ricordo ancora qualche particolare. Ricordo…» E Carolina comincia a ricordare.
3 Ottobre 2026

Un nonno disponibile

«Tu sei un nonno?» Avevo appena aperto il giornale. Il bambino era davanti alla panchina, con un monopattino e una scarpa slacciata. «Perché? Si vede?» «Un po’.» «Saranno gli occhiali.» «Anche il collo.» Ripiegai il giornale. «Che cos’ha il mio collo?» «Mio papà dice che dal collo si capisce.» Mi sistemai la sciarpa, benché facesse piuttosto caldo. «Comunque no. Non sono un nonno.» «Ah.» Guardò verso le altalene, ma non si mosse. «Ne cercavi uno?» «Io non ce l’ho. I miei amici sì. Filippo ne ha tre.» «Tre?» «Uno è arrivato dopo.» Non approfondii. Appoggiò il monopattino e si sedette accanto a me, lasciando fra noi lo spazio per un’altra persona. «Il mio non l’ho mai conosciuto. La mamma dice che mi sarebbe piaciuto.» «Può darsi.» «Lo dice anche degli spinaci.» Mi venne da sorridere. Lui stava strofinando la punta della scarpa sulla ghiaia. «E la nonna?» «Abita lontano. Sul telefono mi chiede sempre se ho mangiato.» Una donna, dalla panchina vicino all’altalena, alzò una mano. «È la mamma», disse. «Mi vede.» Salutai anch’io. Lei sorrise e tornò al suo libro.