Redazione

21 Gennaio 2026

Il confine che cammina

Un tempo il confine era un luogo. Si arrivava lì, ci si fermava, si mostrava un documento. Poi si passava, oppure no. Il confine aveva una geografia e un tempo preciso. Era davanti a noi. Oggi il confine non è più soltanto una linea sulla mappa. È una procedura che si sposta. Non aspetta. Ti raggiunge. Può presentarsi in una strada qualsiasi, in una fabbrica, davanti a una scuola, in una notte qualunque. Non chiede dove stai andando, ma che posizione occupi in quel momento. È dentro questa trasformazione che va letta l’esistenza dell’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement). Non come un’anomalia autoritaria, né come una creazione improvvisa dell’era Trump, ma come un dispositivo pienamente moderno. Un apparato che non difende semplicemente un territorio, ma gestisce una mobilità. E che, proprio per questo, rende visibile una tensione profonda delle democrazie contemporanee.
20 Gennaio 2026

Perché la natura replica gli occhi e non le menti

Il mondo è pieno di occhi. Non solo i nostri: occhi a camera, occhi composti, occhi che sono poco più di una macchia sensibile alla luce. La natura li inventa, li reinventa, li perfeziona. Come se, davanti a certi problemi, tornasse sempre alle stesse soluzioni. Eppure il mondo non è pieno di menti. Se per “mente” intendiamo la cosa rara che ci ossessiona: linguaggio simbolico, astrazione, capacità di immaginare il futuro, costruire storie condivise, vivere dentro un “come se”. Quella mente, quella sì, sembra un evento raro. Quasi sospetto, come se la natura replicasse volentieri le soluzioni locali, ma faticasse a produrre sistemi generali. Un occhio risolve un compito specifico. Una mente, se la chiamiamo davvero mente, prova a risolvere molti compiti con lo stesso strumento: capire, prevedere, convincere, cooperare, ingannare, ricordare, progettare. È un salto di categoria.i.
19 Gennaio 2026

Una democrazia senza mani

C’è un’immagine che mi torna in mente, ogni volta che penso al rapporto tra energia civica e istituzioni: una folla operosa, con le mani piene. Mani che riparano, costruiscono, aprono doposcuola, tengono insieme pezzi di quartiere, organizzano cura. E poi, poco più in là, un grande edificio con le luci accese e nessuno dentro. La stanza dove si decide. Una democrazia senza mani. Il punto non è che manchino interesse o partecipazione. Al contrario: in questi anni abbiamo visto campagne, movimenti, associazioni, reti di mutualismo, pratiche di rigenerazione che hanno rimesso in moto luoghi e persone. Il cortocircuito sta altrove. Sta in un passaggio diventato sempre più difficile da nominare: come si trasforma il “fare” in “decidere”, l’energia dal basso in rappresentanza, la spinta esterna in una leva dentro le istituzioni.
17 Gennaio 2026

Il mondo come risorsa: la lezione fredda dell’Artico

C’è un momento, davanti alle mappe, in cui la politica smette di parlare di idee e torna a parlare di cose. Non “valori”, ma rotte. Non “principi”, ma minerali. L’Artico è quel momento. Ho letto un commento di Ian Chambers su il manifesto che insiste su una tesi dura: capitalismo e colonialismo non sono due storie diverse, sono la stessa storia raccontata con nomi più eleganti. È una tesi che, detta così, rischia lo slogan. Ma ha un pregio: ti obbliga a cercare la coerenza dove preferiremmo vedere eccezioni. Allora provo a spostare lo sguardo più a Nord, dove il mondo cambia forma in modo quasi impudico. In Groenlandia e nelle rotte artiche, oggi, sta succedendo qualcosa che assomiglia a una rivelazione: non tanto “nuove terre”, quanto un vecchio istinto che torna praticabile.