C’è un luogo nel quale impariamo quasi tutto ciò che, più tardi, chiameremo politica.
Impariamo a dividere gli spazi, a rispettare o contestare un’autorità, a condividere le risorse, ad accettare obblighi, a prenderci cura degli altri. Impariamo il conflitto, la dipendenza, la collaborazione, l’ingiustizia. Quel luogo non è il Parlamento, non è il tribunale, non è la piazza.
È la casa.
Eppure la filosofia politica, per secoli, ha parlato soprattutto dello Stato, delle leggi, delle istituzioni e della cittadinanza. Ha discusso a lungo di come gli uomini vivono insieme nella città, ma molto meno di come donne, uomini, bambini, anziani e servitori vivono insieme sotto lo stesso tetto.
La filosofa Sandrine Bergès parte proprio da questa assenza. Nel suo saggio A Philosophy of Home si domanda perché la casa sia quasi scomparsa dalla storia del pensiero occidentale.
La sua risposta è semplice, ma non innocua: la filosofia ha conservato del passato ciò che riteneva degno di essere tramandato. E a decidere che cosa fosse importante sono stati, quasi sempre, uomini.
Così la politica è diventata la scienza dello Stato. La vita domestica è stata retrocessa a fatto privato, naturale, minore. Qualcosa che accadeva dietro le porte chiuse, mentre altrove gli uomini discutevano di giustizia, governo e libertà.
Non era sempre stato così.