Redazione

22 Marzo 2026

Quando il potere smette di spiegarsi

C’è un passaggio, nell’articolo pubblicato su The Conversation dal professor Casey Ryan Kelly – docente di Communication Studies all’Università del Nebraska-Lincoln – che vale più di molti commenti politici: il potere, oggi, non sente più il bisogno di spiegarsi. Non è un’opinione giornalistica. È una diagnosi accademica. Kelly non racconta la guerra in Iran. Non entra nel merito strategico, non valuta le ragioni geopolitiche. Fa un passo indietro, più freddo, più rigoroso: osserva il linguaggio. E nel linguaggio individua un cambio di paradigma.
21 Marzo 2026

Domanda e risposta

Non avevo mai vinto nulla in vita mia. Nemmeno una tombola di Natale, e guardi che ci mettevo impegno. Per questo, quando mi è arrivata la mail — “Complimenti, ha vinto un viaggio negli Stati Uniti” — ho pensato a un errore, o a una nuova forma di crudeltà digitale. Invece era vero. Così mi sono ritrovato su un pullman con persone felici, organizzate, fotograficamente pronte. Io avevo una sciarpa fuori stagione e una certa familiarità con il sentirmi fuori posto, che in viaggio torna sempre utile. La guida parlava. Parlava molto. Io ascoltavo poco. Guardavo i dettagli: le scarpe degli altri, i riflessi sui vetri, le cose inutili che poi sono le uniche che restano. Quando siamo arrivati alla Casa Bianca, ho provato una specie di rispetto involontario. Non per la politica — quella mi mette sempre un po’ a disagio — ma per l’idea che lì dentro qualcuno decide, e poi quelle decisioni arrivano fino a uno come me, che perde il filo anche nelle visite guidate. Ci hanno fatto entrare. A un certo punto, la guida ha detto: “Restate uniti”. Io ho fatto esattamente il contrario. Non per ribellione. Per distrazione coerente. Ho visto una porta. Non era diversa dalle altre, ma aveva quell’aria di porta che, se la apri, succede qualcosa. E io, nella vita, ho sempre avuto un debole per le cose che potrebbero succedere. Sono entrato.
18 Marzo 2026

La preghiera e il comando

C’è un’immagine che racconta più di molte analisi ciò che sta accadendo in America. Nella Sala Ovale, il presidente degli Stati Uniti tiene gli occhi chiusi. Accanto a lui, un pastore gli posa una mano sulla spalla e prega. La scena potrebbe sembrare privata, quasi intima. In realtà è una scena pubblica. E soprattutto è una scena politica. Perché la Sala Ovale non è una chiesa, né una casa. È il luogo in cui il potere si rappresenta. E quando il linguaggio della fede entra lì, o viene portato lì con tanta evidenza, non parla soltanto di spiritualità. Parla di legittimazione, di appartenenza, di missione.
14 Marzo 2026

Albert Camus

La sera è tranquilla. Fuori la città continua a parlare da sola: sirene lontane, televisori accesi, la politica che scorre nei telefoni come una pioggia continua di parole. Sul tavolo ho lasciato un giornale. Titoli grandi: guerre, crisi, governi che oscillano tra promesse e paure. Quando alzo gli occhi, lui è già seduto davanti a me. Albert Camus accende lentamente una sigaretta. Il gesto è calmo, quasi meditato. Non sembra sorpreso di essere qui. Q. Monsieur Camus, molti oggi dicono che la politica è diventata solo una questione di potere. A. Non è una novità. La politica ha sempre avuto a che fare con il potere. La domanda interessante è un’altra: se il potere ricorda ancora di avere un limite.”