Non avevo mai vinto nulla in vita mia.
Nemmeno una tombola di Natale, e guardi che ci mettevo impegno.
Per questo, quando mi è arrivata la mail — “Complimenti, ha vinto un viaggio negli Stati Uniti” — ho pensato a un errore, o a una nuova forma di crudeltà digitale. Invece era vero.
Così mi sono ritrovato su un pullman con persone felici, organizzate, fotograficamente pronte. Io avevo una sciarpa fuori stagione e una certa familiarità con il sentirmi fuori posto, che in viaggio torna sempre utile.
La guida parlava. Parlava molto.
Io ascoltavo poco. Guardavo i dettagli: le scarpe degli altri, i riflessi sui vetri, le cose inutili che poi sono le uniche che restano.
Quando siamo arrivati alla Casa Bianca, ho provato una specie di rispetto involontario. Non per la politica — quella mi mette sempre un po’ a disagio — ma per l’idea che lì dentro qualcuno decide, e poi quelle decisioni arrivano fino a uno come me, che perde il filo anche nelle visite guidate.
Ci hanno fatto entrare.
A un certo punto, la guida ha detto: “Restate uniti”.
Io ho fatto esattamente il contrario.
Non per ribellione.
Per distrazione coerente.
Ho visto una porta. Non era diversa dalle altre, ma aveva quell’aria di porta che, se la apri, succede qualcosa. E io, nella vita, ho sempre avuto un debole per le cose che potrebbero succedere.
Sono entrato.