Redazione

1 Settembre 2026

Il giorno in cui consegneremo le chiavi

C’è un modo abbastanza semplice per non prendere troppo sul serio le profezie sulla fine dell’umanità per colpa dell’intelligenza artificiale: immaginare Terminator. Una macchina diventa cosciente, ci guarda e decide che saremmo più utili da morti. Poi comincia lo sterminio. A quel punto possiamo quasi rassicurarci. È fantascienza. Il problema è che Andrew Critch e Jacob Tsimerman hanno provato a raccontare una storia diversa. Una storia in cui le macchine non ci odiano, non si vendicano e non hanno neppure bisogno di diventare “cattive”. Nel luglio del 2025 hanno pubblicato un breve saggio dal titolo poco rassicurante: A Taxonomy of Omnicidal Futures Involving Artificial Intelligence. Una tassonomia dei possibili futuri omnicidi legati all’intelligenza artificiale. Tsimerman non è un profeta della Silicon Valley. È un matematico dell’Università di Toronto e, un anno dopo la pubblicazione del saggio, avrebbe ricevuto la Medaglia Fields, il riconoscimento più prestigioso della matematica. Critch studia invece a Berkeley i problemi di compatibilità tra intelligenza artificiale e interessi umani. Questo, naturalmente, non trasforma le loro ipotesi in previsioni. Un grande matematico può sbagliarsi sul futuro come chiunque altro. Però rende un po’ più difficile liquidare tutto con una battuta. La domanda da cui partono è semplice: se un’intelligenza artificiale molto avanzata può rappresentare un rischio esistenziale per l’umanità, come potrebbe accadere?
29 Agosto 2026

Il lago ha altre strade

«Di che colore era?» Era la seconda domanda e già cominciavo ad avere qualche difficoltà. «Bianca.» L’uomo continuò a guardarmi. «Credo.» Eravamo sul pontile di Stresa. Lui stava sistemando una cima e io gli avevo appena chiesto se avesse mai visto un Arlecchino dei cantieri Sartini. Sette metri e mezzo, in legno, tuga bassa. Una barca che avevo conosciuto molti anni prima e che adesso cercavo sul Lago Maggiore. «Come si chiamava?» «Arlecchino.» «Questo l’ho capito.» «No, non ci siamo capiti. Arlecchino era il modello. Il nome non me lo ricordo.» Posò la cima. Forse aveva intuito che la faccenda sarebbe stata più lunga del previsto. «Numero velico?» Scossi la testa. «Anno?» «Primi anni Settanta. Più o meno.» «Segni particolari?» A quella domanda non avevo pensato. Le barche, viste da lontano, sembrano avere tutte molti segni particolari. Quando devi descriverne una, invece, diventano improvvisamente bianche, con un albero e delle vele. Tirai fuori la fotografia che avevo portato con me. Si vedeva molto bene mio cugino, giovane, abbronzato e soddisfatto. Dietro di lui compariva circa un terzo dell’Arlecchino. Il resto era rimasto fuori dall’inquadratura. L’uomo la osservò. «Il ragazzo lo ritroviamo di sicuro.» «Purtroppo non c'è più.» Mi restituì la fotografia. «Anche la barca, temo.» Non era un grande inizio per un’indagine, ma ormai avevo cominciato.
23 Agosto 2026

Dove ci portano le storie

Quando abbiamo cominciato a lavorare a Canale Cultura l’idea era abbastanza semplice. Fare un buon sito culturale. Sembra poco, detto così. In realtà significava già prendere qualche decisione. Non inseguire le notizie a tutti i costi. Non parlare soltanto agli specialisti. Non confondere la cultura con l’accademia e nemmeno con quella specie di intrattenimento culturale nel quale, alla fine, tutto deve essere facile, veloce e possibilmente divertente. Volevamo soprattutto raccontare delle cose che ci interessavano. La storia, certamente. Ma anche i libri, la musica, il cinema, i territori, le persone. E poi alcune domande sul presente che difficilmente trovano posto nella cronaca quotidiana perché richiedono un po’ più di tempo. L’intelligenza artificiale, il cambiamento della televisione, la memoria dei luoghi, la trasformazione dei piccoli paesi. Canale Cultura è cresciuto così. In maniera abbastanza disordinata, a dire il vero. Ed è forse una delle cose che oggi mi piacciono di più.
22 Agosto 2026

Il cartello l’aveva visto prima lei

Il cartello l’ho visto anch’io. Questo va messo agli atti. Era piantato subito dopo il distributore, un po’ storto. RADUNO AUTO STORICHE OGGI CAMPO SPORTIVO La freccia indicava a destra. Noi dovevamo andare a sinistra. Avevo appuntamento con un ponte. Non è un modo di dire. Un signore mi aveva telefonato per raccontarmi che, sotto un ponte rifatto negli anni Sessanta, si vedeva ancora un arco del Cinquecento che in paese chiamavano romano. A me i monumenti con l’età sbagliata sono sempre piaciuti. Hanno qualcosa di umano. «Non ci pensare», dissi alla Rossa. Lei ebbe un vuoto. Poi tossì due volte, una cosa breve dal carburatore, e riprese. Arrivammo al bivio. Misi la freccia a sinistra. La Rossa andò a destra. Lo so che c’ero io al volante. So anche che le automobili non prendono decisioni e che, se le prendessero, probabilmente non lo direbbero a noi. Però la strada era larga, non passava nessuno e il volante si lasciò accompagnare con una facilità sospetta.