Redazione

21 Giugno 2026

Carlo Ginzburg

Carlo Ginzburg mi aspetta in una sala d’archivio. Fuori è già buio. Le finestre riflettono gli scaffali e trasformano la stanza in una seconda biblioteca, rovesciata nel vetro. Sul tavolo non ci sono mappe militari, trattati diplomatici o discorsi di re. C’è un fascicolo sottile. La copertina è consumata. Il nastro che lo tiene chiuso ha perso quasi tutto il colore. Ginzburg posa una mano sulle carte. «È tutto qui?», gli domando. Sorride appena. «La storia non è mai tutta qui. Ma qualche volta comincia da qui». Q. Professore, che cosa contiene quel fascicolo? A. Le parole di un uomo che il potere decise di interrogare. Si chiamava Domenico Scandella, ma tutti lo conoscevano come Menocchio. Era un mugnaio del Friuli. Visse nel Cinquecento. Leggeva libri, parlava molto e si era costruito una propria idea del mondo. Per l’Inquisizione quelle idee erano pericolose. Per lo storico sono una traccia.
20 Giugno 2026

Il presidente è momentaneamente fuori servizio

Non ho mai desiderato incontrare il presidente degli Stati Uniti. Non per ragioni politiche. È una questione di organizzazione. Quando incontri una persona così importante devi sapere come comportarti. Gli stringi la mano? Ti inchini? Gli chiedi una fotografia? Fingi di non riconoscerlo per dimostrare che anche tu sei abituato a frequentare persone che dispongono di testate nucleari? Io, quando sono nervoso, domando dove sia il bagno. Non è una buona apertura diplomatica. Quel pomeriggio ero entrato in un albergo di Manhattan per partecipare a un convegno dal titolo “L’ansia nel mondo contemporaneo”. Mi avevano invitato come esperto. Non perché avessi studiato l’argomento, ma perché lo praticavo da più di sessant’anni. Il convegno si teneva al diciassettesimo piano. Premetti il pulsante dell’ascensore e aspettai. Le porte si aprirono lentamente. Dentro c’era un uomo sulla settantina, robusto, con un cappotto scuro, una cravatta rossa allentata e una valigetta che stringeva al petto come se contenesse i codici per la fine del mondo. Aveva i capelli spettinati, il volto acceso e lo sguardo di chi ha appena ricevuto una notizia gravissima oppure ha bevuto tre bourbon senza mangiare. Entrai.
19 Giugno 2026

Fra Dolcino, l’eretico dietro le montagne

Da casa mia le montagne non sembrano lontane. Nelle giornate limpide stanno dietro le case come una quinta scura. Non incutono timore. Fanno parte del paesaggio quotidiano. Ci ricordano dove siamo, danno una direzione allo sguardo. Eppure, poco oltre quelle creste, sette secoli fa, migliaia di uomini e donne seguirono un predicatore che annunciava la fine della Chiesa corrotta e l’avvento di una nuova età. Cercavano una vita più vicina al Vangelo. Finirono assediati tra la neve, la fame e le armi. Il loro capo si chiamava Dolcino. Lo ricordiamo come Fra Dolcino, anche se probabilmente non fu mai frate nel senso che attribuiamo oggi alla parola. Era un laico istruito, capace di predicare, scrivere e interpretare le Scritture. Non sappiamo con certezza dove fosse nato. Novara, Prato Sesia, Trontano: i luoghi indicati dalle fonti cambiano. Possiamo però considerarlo un uomo di queste terre, dell’alto Piemonte attraversato dalle valli che dal Novarese conducono verso la Valsesia e il Biellese. La sua storia finì nel 1307. Il suo personaggio, invece, non è mai morto.
18 Giugno 2026

Una specie può sopravvivere e perdere la propria cultura

Siamo abituati a pensare che la salvezza di una specie possa essere espressa con un numero. Cento esemplari sono pochi. Mille sono meglio. Diecimila rappresentano un successo. Gli animali tornano a riprodursi, la popolazione cresce, il rischio di estinzione diminuisce. Possiamo tirare un respiro di sollievo. Ma che cosa stiamo contando davvero? Qualche anno fa, alcuni ecologi trasferirono gruppi di pecore delle Montagne Rocciose in territori dai quali erano scomparse. Gli animali erano stati scelti con cura. Erano sani, numerosi, capaci di riprodursi. Dal punto di vista biologico sembrava esserci tutto ciò che serviva per ricostruire una popolazione. Eppure mancava qualcosa. Quelle pecore non sapevano dove andare. Non conoscevano le rotte stagionali, i passaggi meno esposti ai predatori, i tempi della vegetazione, i luoghi dove trovare nutrimento nei diversi momenti dell’anno. Alcune seguirono gli animali che già vivevano nella zona e impararono. Altre non migrarono affatto. Si scoprì così che quei percorsi non erano soltanto il risultato dell’istinto. Erano conoscenze tramandate. Le madri le avevano insegnate ai piccoli, gli anziani ai giovani, una generazione alla successiva. Gli animali erano vivi. Ma una parte della loro memoria non era arrivata con loro.