Redazione

24 Maggio 2026

Quando l’energia aveva ancora un volto

C’è stato un tempo in cui l’energia non arrivava da un tubo, da una pompa, da una presa nel muro o da un numero sul display dell’auto. Non aveva l’odore acre della benzina, né il ronzio invisibile delle centrali elettriche. Aveva il respiro lento dei buoi, il fruscio delle vele, il colpo secco dell’ascia, il cigolio di una ruota ad acqua, il fumo grigio di una carbonaia, il vento che girava le pale di un mulino. Prima del petrolio, il mondo non era senza energia: ne era pieno. Solo che l’energia era visibile, faticosa, territoriale. Bisognava andarla a prendere dove stava: nel bosco, nel fiume, nella torbiera, nel muscolo degli animali, nel sole che faceva crescere gli alberi, nel vento che spingeva le barche, nell’acqua che scendeva a valle.
23 Maggio 2026

La prova extraterrestre

Decisi di dimostrare scientificamente che il presidente della nazione più potente del mondo era un alieno un martedì mattina, dopo aver visto tre minuti di un suo comizio. Non fu un’intuizione politica. Fu un riflesso biologico. Il mio organismo, che negli anni aveva sopportato governi tecnici, talk show del martedì sera e conferenze stampa con la parola “resilienza”, davanti a quella massa compatta di capelli, abbronzatura e sintassi ellittica ebbe una reazione precisa: questo non può essere interamente terrestre.
22 Maggio 2026

Venezia 2026, la Biennale delle voci minori: padiglioni da attraversare in ascolto

Alla 61ª Biennale Arte, “In Minor Keys”, l’eredità curatoriale di Koyo Kouoh diventa una mappa di suoni, corpi, memorie e fragilità. Non una classifica dei padiglioni, ma un itinerario tra opere che chiedono meno consumo e più attenzione.
17 Maggio 2026

Zofia Rydet

Una donna di sessantasette anni bussa a una porta. Non cerca un ministro, un generale, un poeta famoso. Non cerca la scena madre della Storia. Non cerca la piazza, il comizio, la fabbrica, il monumento. Cerca una stanza. Chiede di entrare. Saluta. Parla con chi vive lì. Poi sistema la macchina fotografica e guarda. Davanti a lei c’è una persona seduta nella propria casa: un uomo, una donna, una coppia, un bambino, un’anziana. Dietro, una parete. E su quella parete, un mondo: fotografie di famiglia, immagini sacre, quadri, calendari, fiori finti, centrini, tappeti, mobili, oggetti poveri e ostinati. Da questo gesto semplice nasce uno dei grandi progetti fotografici del Novecento europeo: Zapis socjologiczny, il Registro sociologico di Zofia Rydet.