Redazione

17 Novembre 2025

L’Italia che si affida agli opinionisti: perché li ascoltiamo, cosa ci fanno credere

Capita a tutti: si accende un talk show, si scorre un podcast di “politica”, si apre il giornale online, e l’illusione è immediata. “Mi sto informando”, pensiamo. Ma siamo sicuri che sia così? La domanda la pone con lucidità Filippo Riscica nel suo lungo articolo su Appunti, dove smonta con calma una certezza molto italiana: che ascoltare gli opinionisti equivalga a capire i fatti. Non è così. E non è una questione di fake news o di propaganda: è qualcosa di più profondo e più civile. È l’idea semplice – quasi innocente – che il volto noto coincida con la competenza, che la notorietà sostituisca il metodo, che chi parla “bene” possa parlare di tutto.
16 Novembre 2025

Lee Miller. Dal set di moda a inviata di guerra

Lee Miller è passata dall’essere “immagine” perfetta sulle copertine di Vogue a diventare uno degli sguardi più spietati e necessari sulla Seconda guerra mondiale. In mezzo ci sono un trauma infantile, il surrealismo, la moda, la guerra, il silenzio e – molto tardi – un archivio riaperto dal figlio. Questo pezzo della serie Fotografe prova a tenerli insieme: la bellezza e l’orrore, lo sguardo costruito della moda e quello, quasi insostenibile, dei campi liberati.
15 Novembre 2025

Nietzsche in metropolitana

Io la metropolitana non l’ho mai capita. Scendi sottoterra di tua volontà, ti chiudi in un tubo con sconosciuti che sudano ansia, e lo chiami “mobilità sostenibile”. Ma è economica. E i giorni di pioggia ti ci spingono dentro come un proiettile umido. Quella mattina ero sulla banchina, odore di freni e cappotti bagnati. Il tabellone diceva: 3 minuti. In metro, tre minuti non sono tempo: sono una speranza teologica. Alle pareti i soliti manifesti: “DIVENTA LA VERSIONE MIGLIORE DI TE STESSO”, “SUPERA TE STESSO”, “VOGLIA DI VIVERE IN UNA CAPSULA”. Ho pensato: se Nietzsche avesse preso la metro, a questo punto avrebbe morsicato il binario.
13 Novembre 2025

Guardate

Quando gli Alleati liberano Buchenwald, Dachau, Mauthausen, non si limitano a entrare. Registrano. Seguono un ordine preciso: filmare ogni angolo, ogni dettaglio. I soldati non sono preparati a quello che trovano, ma le cineprese sì: lavorano in silenzio, senza tremare. Il risultato è un film che non vuole commuovere, non vuole convincere, non vuole raccontare. Vuole soltanto dire: è accaduto. Si chiama Nazi Concentration Camps. Dura poco più di un’ora. È talmente diretto da sembrare un’autopsia. Ed è proprio questo che lo rende inaggirabile