Una donna di sessantasette anni bussa a una porta.
Non cerca un ministro, un generale, un poeta famoso. Non cerca la scena madre della Storia. Non cerca la piazza, il comizio, la fabbrica, il monumento.
Cerca una stanza.
Chiede di entrare. Saluta. Parla con chi vive lì. Poi sistema la macchina fotografica e guarda.
Davanti a lei c’è una persona seduta nella propria casa: un uomo, una donna, una coppia, un bambino, un’anziana. Dietro, una parete. E su quella parete, un mondo: fotografie di famiglia, immagini sacre, quadri, calendari, fiori finti, centrini, tappeti, mobili, oggetti poveri e ostinati.
Da questo gesto semplice nasce uno dei grandi progetti fotografici del Novecento europeo: Zapis socjologiczny, il Registro sociologico di Zofia Rydet.