Sono arrivato presto.
Così presto che il cielo aveva ancora quell’aria da corridoio d’ospedale: pulito, silenzioso, un po’ colpevole.
Dovevo fare una cosa semplice. Una cosa normale. Una di quelle che ti ripeti per convincerti che la giornata è sotto controllo: “passo un attimo, risolvo, torno”.
Davanti all’ingresso c’era già una fila.
Non una fila agitata, no.
Una fila composta. Educata. Quasi elegante.
La cosa strana non era la gente. Era l’atmosfera.
Sembrava che qualcuno avesse messo un filtro sopra il mondo: “modalità pace”.
Mi sono messo in coda con la prudenza di chi entra in una stanza dove tutti stanno già parlando sottovoce.
Ho guardato il cartello, per capire se stessi sbagliando posto.
Niente.
Solo una porta, un vetro, un banco dentro. E, fuori, quella fila perfetta.