Redazione

13 Giugno 2026

Fuorigioco da salotto

Avevo accettato per ragioni profondamente sportive. Messico. Stati Uniti. Canada. Tre parole che, nel mio immaginario, non indicavano soltanto un Mondiale di calcio. Indicavano camere d’albergo con aria condizionata, colazioni internazionali, taxi pagati da qualcuno che non fossi io, e quella meravigliosa forma di patriottismo che nasce quando un produttore ti dice: “Naturalmente le spese sono coperte”. Io non sono un grande esperto di calcio. Questo lo avevo detto subito. Anzi, lo avevo detto con una sincerità quasi commovente, durante la prima telefonata con la televisione. “Guardi”, avevo spiegato, “io posso distinguere una palla da un melone solo se il melone non rotola troppo veloce.” Dall’altra parte avevano riso. E quando la televisione ride a una tua battuta, tu commetti sempre lo stesso errore: pensi che ti abbia capito. In realtà non ti ha capito. Ti ha ingaggiato. “È proprio quello che cerchiamo”, mi aveva detto l’autore del programma. “Uno sguardo laterale.” Io conosco questa espressione. Nel linguaggio televisivo significa: non sappiamo bene perché ti stiamo chiamando, ma se qualcuno protesta diremo che era una scelta editoriale. Comunque accettai. Accettai con entusiasmo.
10 Giugno 2026

L’anima è tornata nella natura

Che cosa perdiamo se scopriamo che anche l’anima appartiene alla natura? È una domanda che può sembrare astratta. Una di quelle questioni che si discutono nei dipartimenti di filosofia, tra parole difficili, esperimenti mentali e definizioni che sembrano costruite apposta per tenere lontano il lettore comune. Eppure ci riguarda molto da vicino. Riguarda ciò che proviamo quando ricordiamo una persona amata. Riguarda il dolore, la paura, la vergogna, il piacere di una musica. Riguarda quella voce silenziosa con cui parliamo a noi stessi. Riguarda la sensazione, difficile da descrivere ma impossibile da ignorare, di essere qualcuno. Non soltanto un corpo che funziona. Non soltanto un organismo che respira, mangia, dorme e reagisce agli stimoli. Qualcuno. È da qui che nasce il problema della coscienza. Ed è contro il modo in cui questo problema viene spesso formulato che Carlo Rovelli ha scritto un saggio dal titolo provocatorio: “Non esiste un problema difficile della coscienza”.
7 Giugno 2026

Il mondo non entra in una mappa

La carta geografica l’aveva portata Lucio. Non una carta pieghevole, di quelle che si tengono nel cruscotto. Una carta enorme, piena di appunti, che occupava metà del tavolo e costringeva bottiglie, bicchieri e piatti a disporsi lungo i bordi. «Hai sempre bisogno di una mappa per cenare?», gli domandai. Lucio non si scompose. «No. Ma quando si parla di politica internazionale, aiuta.» Dario guardò la carta, poi il vino. «Dipende. A volte aiuta di più questo.» Eravamo amici da anni. Lucio leggeva ogni numero di Limes come altri leggono un romanzo giallo. Cercava interessi, confini, corridoi, mari, montagne. Dario seguiva soprattutto le analisi di Dario Fabbri. Parlava di imperi, mentalità nazionali, popoli giovani e popoli stanchi. Io, più modestamente, cercavo di capire che cosa accade alle persone mentre gli imperi perseguono i propri destini.
7 Giugno 2026

Siamo intelligenti abbastanza per sopravvivere alla nostra intelligenza?

C’è una scena, quasi da romanzo, che sembra inventata per mettere in imbarazzo il nostro tempo. Una chiesa di cinquecento anni nella campagna toscana. Cipressi, colline verdi, pecore in lontananza. Una campana chiama all’interno non i fedeli, ma scienziati, filosofi, neuroscienziati, ecologi, studiosi indigeni. Non sono lì per celebrare una messa. Sono lì per rifare da capo una parola che credevamo di conoscere: intelligenza. E già questo basterebbe a incuriosire. Perché oggi l’intelligenza sembra dappertutto. La misuriamo nei test, la inseguiamo nei laboratori, la programmiamo nei computer. Tutto dev’essere intelligente: le città, le case, gli orologi, persino i frigoriferi. Mai nella storia ne abbiamo parlato tanto. E mai come oggi è lecito chiedersi se abbiamo capito davvero che cosa sia. Il punto è semplice, e un po’ crudele: se siamo così intelligenti, perché stiamo rendendo inabitabile il mondo che ci ospita?