Ho sempre pensato che in metropolitana ognuno dovesse occuparsi della propria disperazione.
Non è un pensiero elegante, lo ammetto. Ma è pratico. In metropolitana la gente non si conosce: si sopporta. Si divide l’ossigeno per qualche fermata, evitando gli sguardi, i gomiti, le borse, le vite degli altri. Ognuno entra con il proprio problema e spera di uscirne con lo stesso problema, possibilmente non aggravato da un borseggio, da una frenata o da un bambino con un flauto dolce.
Quella mattina, però, la regola venne infranta da una donna.