Ogni epoca ha il suo modo di immaginare la salvezza.
La nostra, per qualche decennio, l’ha cercata anche nel piatto. Nel pane fatto con grani antichi, nel formaggio di malga, nel mercato contadino, nella bottiglia prodotta senza forzare la terra. In quel gesto semplice — scegliere cosa mangiare — sembrava custodita una promessa: cambiare il mondo partendo da vicino, dal quotidiano, dal corpo.
Comprare locale, preferire il biologico, difendere i produttori, rifiutare l’omologazione del gusto, salvare un formaggio, un seme, una ricetta, una comunità. Era una politica gentile, concreta, persino intima. Una politica che non passava solo dai parlamenti o dai partiti, ma dalla tavola di famiglia, dalla trattoria, dal mercato del sabato, dal gesto apparentemente semplice di dire: questo lo compro, questo no.