

C’è un museo, nei Pirenei francesi, che sembra nato apposta per ricordarci quanto le società possano essere fantasiose quando devono escludere qualcuno. Si trova ad Arreau, nelle Hautes-Pyrénées, dentro il castello des Nestes, ed è dedicato ai Cagots. Già il nome incuriosisce. Cagots in Francia, Agotes sul versante basco e navarrese, Capotz in certi documenti antichi, poi molte altre varianti locali. Un piccolo dizionario dell’emarginazione.
La storia prende subito una piega strana, perché non stiamo parlando di un popolo lontano, sconfitto in una guerra, arrivato da chissà dove con lingua, costumi e religione diverse. No. I Cagots vivevano lì, nei villaggi dei Pirenei. Parlavano la stessa lingua degli altri, pregavano lo stesso Dio, lavoravano negli stessi paesi. Solo che non erano considerati uguali. E qui comincia il mistero.
Per quasi mille anni, uomini e donne indicati come Cagots furono messi ai margini. Vivevano spesso fuori dai borghi, erano esclusi da alcuni mestieri, spinti a sposarsi tra loro, sospettati di portare malattie, obbligati in certi periodi a portare un segno cucito sugli abiti: una zampa d’oca. Che è già, di per sé, un dettaglio straordinario. Uno si aspetta un simbolo cupo, terribile, solenne. Invece una zampa d’oca. Quasi ridicola, se non fosse tragica. Ma il marchio sociale funziona così: non deve spiegare, deve distinguere. Non deve essere logico, deve essere riconoscibile.
E infatti il punto è proprio questo: i Cagots bisognava riconoscerli. Perché, a guardarli, non pare fossero così diversi. Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, racconta l’articolo di France 3 Occitanie, venivano immaginati come uomini e donne piccoli, deformi, un po’ stolidi. La classica caricatura retroattiva: prima emargini qualcuno, poi ti convinci che avesse davvero l’aria da emarginato. Gli storici, però, sono molto più prudenti. Non c’è nulla che attesti una loro reale differenza fisica dal resto della popolazione.
Ed è qui che la vicenda si fa davvero interessante. Perché se una differenza non si vede, bisogna fabbricarla. Una porta separata. Un quartiere separato. Un’acquasantiera separata. Un mestiere consentito e uno proibito. Un matrimonio accettabile e uno no. Un segno sull’abito. In alcune tradizioni si racconta anche che dovessero segnalare il proprio arrivo con strumenti sonori: campanacci, sonagli, raganelle di legno. Qui bisogna andarci piano, perché il Medioevo ha una memoria affollata: le usanze attribuite ai lebbrosi a volte finiscono addosso ad altri gruppi considerati impuri. Però il meccanismo è chiaro. La persona sospetta deve annunciarsi. Non basta tenerla fuori. Deve anche avvisare quando si avvicina. È una raffinatezza crudele. Una specie di burocrazia dell’umiliazione.
La scena più eloquente, come spesso accade, non è in un tribunale. È in chiesa. La chiesa del villaggio non era solo un edificio religioso. Era il cuore della comunità. Lì si vedeva chi apparteneva davvero e chi no. Lì si battezzava, ci si sposava, si pregava, ci si metteva in mostra quanto bastava. E i Cagots, in molti luoghi, non entravano dalla porta principale. Avevano una porta loro. Laterale. Piccola. Separata.
Ora, detta così sembra una minuzia architettonica. Ma non lo è. Le società parlano anche attraverso le porte. La porta principale dice: sei dei nostri. La porta laterale dice: entra pure, ma ricordati che sei diverso. È un messaggio potentissimo proprio perché quotidiano. Nessuno deve urlarlo ogni domenica. Lo dice il muro. E i muri, si sa, hanno una grande pazienza.
Ma perché erano discriminati? Domanda semplice. Risposta meno semplice: nessuno lo sa davvero. Nei secoli si è detto di tutto. Discendenti dei Visigoti, da cui, secondo una teoria piuttosto fantasiosa, “cani dei Goti”. Poi discendenti dei lebbrosi. Oppure dei Catari. O dei Saraceni. O di popolazioni dell’Est, magari alte e dagli occhi chiari. Tutto e il contrario di tutto. Quando una discriminazione dura abbastanza, finisce per produrre una biblioteca di giustificazioni.
Il fatto curioso è che le fonti documentarie confermano l’esistenza dei Cagots, ma non spiegano l’origine dello stigma. Negli archivi delle Hautes-Pyrénées compaiono nei registri parrocchiali, negli atti notarili, nei battesimi, nei matrimoni. Lo storico Stéphane Abadie ricorda che se ne parla già attorno all’anno Mille, nel cartulario di Lucq-de-Béarn. Quindi attenzione: non è folklore inventato ieri per vendere qualche biglietto al museo. Queste persone sono esistite davvero. Solo che i documenti ci dicono che c’erano. Non ci dicono perché venissero trattate così.
E forse questa assenza è la parte più istruttiva della storia. Perché spesso il pregiudizio non nasce da una ragione forte. Nasce da molte mezze ragioni: un sospetto sanitario, una paura religiosa, una differenza sociale, un mestiere ritenuto ambiguo, un quartiere separato, un cognome, una voce. Poi il tempo lavora. Mescola tutto. E dopo tre o quattro generazioni nessuno sa più com’è cominciata, ma tutti sanno che deve continuare. È il “si è sempre fatto così”, che nella storia è una frase comodissima. E spesso pericolosa.
C’è poi un dettaglio che manda in crisi la caricatura. I Cagots erano sospettati di essere portatori di malattie. Proprio per questo, si diceva, non potevano svolgere mestieri che implicassero contatto con alimenti, animali, forse con la trasmissione di impurità. Niente allevamento, per esempio. In compenso potevano lavorare il legno e la pietra. E qui succede una cosa interessante: diventano spesso artigiani eccellenti. Falegnami, carpentieri, muratori. Intere linee familiari specializzate.
Stéphane Abadie cita un caso notevole: un accordo tra Gaston Fébus e un artigiano cagot per la costruzione della charpente, la struttura lignea, del castello di Montaner, nei Pyrénées-Atlantiques. E non è poco. Gaston Fébus non era uno che affidava il proprio castello al primo incapace di passaggio. Quindi abbiamo questo paradosso bellissimo e amarissimo: la società li tiene ai margini, però quando c’è da costruire bene chiama loro. Disprezzati, ma utili. Esclusi, ma indispensabili. Impuri, però mi raccomando: la trave falla dritta. È una dinamica molto umana, purtroppo. L’altro va bene finché serve. Poi, finito il lavoro, può tornare alla porta laterale.
François Giustiniani, direttore degli archivi dipartimentali delle Hautes-Pyrénées, usa un’espressione molto efficace: i Cagots come capro espiatorio, come “cattivo oggetto” che permette al resto della società di trovare una sua coesione. In pratica: noi siamo noi anche perché loro non sono noi. È un meccanismo antichissimo. Una comunità si compatta indicando qualcuno come diverso. Non importa troppo che lo sia davvero. Anzi, se non lo è, meglio ancora: vuol dire che la differenza la possiamo costruire noi, pezzo per pezzo. Una comunità impaurita ha spesso bisogno di un margine. Qualcuno da tenere fuori per sentirsi dentro.
Da questo punto di vista, i Cagots sono interessantissimi. Perché non sembrano portare una diversità evidente. Non sono “l’altro” arrivato da lontano. Sono l’altro prodotto in casa. E l’altro prodotto in casa è sempre il più istruttivo.
Nel museo di Arreau c’è anche la figura di Raymond Fourasté, medico, autore di una tesi sui Cagots, oggi molto anziano. La sua testimonianza colpisce perché toglie alla storia quell’aria da Medioevo polveroso. Fourasté racconta di aver conosciuto dei Cagots sui banchi di scuola e poi come pazienti. Ecco, questa è una frase da tenere. Perché cambia la distanza. Non siamo solo nell’anno Mille. Non siamo solo nei cartulari, nei castelli, nei villaggi medievali. Siamo nella memoria familiare, nella scuola, nell’ambulatorio. In quella provincia francese dove un termine antico continua a circolare come insulto, come residuo, come piccola scheggia di vergogna.
È una cosa che succede spesso. Le leggi cambiano. I confini sociali si allentano. Le popolazioni si mescolano. Le vecchie categorie spariscono dai documenti. Ma le parole restano un po’ di più. E certe parole sono come chiodi arrugginiti: magari nessuno ricorda più chi li ha piantati, però graffiano ancora.
A questo punto entra in scena il tema più seducente e più scivoloso: il sangue. In alcune aree basche e pirenaiche si è osservata una frequenza relativamente alta di Rh negativo. I Baschi, lo sappiamo, hanno una storia particolare: lingua non indoeuropea, forte identità, antichità reale e immaginata, montagne, isolamento. Tutti gli ingredienti per accendere la fantasia. Poi arriva il gruppo 0 Rh negativo. Raro, prezioso nelle trasfusioni, circondato da una specie di mitologia moderna. C’è chi lo presenta come sangue primigenio, originario, più antico, quasi il resto biologico di una popolazione perduta.
È un racconto affascinante. E infatti bisogna diffidarne. La genetica dice cose interessanti, ma quasi mai nel modo epico in cui ce le raccontiamo su internet. Il gruppo 0 Rh negativo non è un titolo nobiliare scritto nei globuli rossi. Non certifica purezza, superiorità, antichità assoluta. È una combinazione di sistemi genetici diversi, importantissima in medicina, ma non è la chiave segreta della storia europea. Il sangue fa già molte cose utili. Trasporta ossigeno, difende l’organismo, coagula quando ci tagliamo. Eviterei di chiedergli anche di fondare una mitologia politica.
Il collegamento tra Cagots, Baschi, Rh negativo e sangue primigenio è comprensibile dal punto di vista narrativo. C’è una minoranza misteriosa. C’è una regione antica. C’è un gruppo sanguigno raro. C’è una persecuzione durata secoli. La tentazione di legare tutto in un’unica storia è forte. Però è proprio qui che bisogna stare attenti. Perché se diciamo: forse i Cagots erano discriminati perché avevano un sangue diverso, rischiamo di rientrare dalla finestra nel ragionamento che volevamo criticare. I persecutori dicevano: sono diversi per sangue, quindi vanno esclusi. Il mito moderno dice: erano speciali per sangue, quindi erano diversi davvero. Sembra l’opposto. Ma il meccanismo è simile: il sangue decide chi sei. E quando il sangue decide chi sei, prima o poi qualcuno decide anche dove devi sederti, chi puoi sposare, da quale porta devi entrare. Meglio non scherzarci troppo.
La cosa più inquietante dei Cagots non è il mistero della loro origine. È il fatto che forse non c’era nessun grande mistero. Forse erano persone normali, rese anormali da una lunga abitudine collettiva. Forse non erano un popolo separato all’inizio. Lo sono diventati perché trattati come tali per secoli. Forse la differenza non precede sempre il recinto. A volte è il recinto che crea la differenza.
Questa è la lezione più utile. Dai a qualcuno una porta separata, e dopo un po’ sembrerà naturale che entri da lì. Costringilo a sposarsi solo con i suoi, e poi dirai che “stanno sempre tra loro”. Impongli un segno, e poi ti sembrerà ovvio riconoscerlo. Tieni una famiglia ai margini per generazioni, e poi parlerai della sua marginalità come se fosse una caratteristica ereditaria. È una macchina perfetta. Non perché sia intelligente. Perché è ripetitiva. E la ripetizione, nella storia, fa miracoli terribili.
Oggi nessuno, almeno da noi, va in giro con una zampa d’oca cucita sulla giacca. Nessuno deve entrare in chiesa da una porta più piccola. Nessuno deve annunciarsi con un campanaccio. Almeno non letteralmente. Però il meccanismo non è morto. Ha solo cambiato vestito. Ogni volta che qualcuno deve spiegare in anticipo perché ha diritto di essere lì, il campanaccio ricomincia a suonare. Ogni volta che una persona deve aggiungere una nota alla propria identità — sono italiano, però; sono straniero, ma lavoro; sono diverso, ma tranquilli; sono dei vostri, anche se non sembra — siamo ancora dentro quella vecchia logica. Non più la zampa d’oca. Non più la porta laterale. Ma la richiesta continua di giustificare la propria presenza.
La storia dei Cagots, allora, non ci serve per fantasticare su un popolo maledetto o su un sangue originario. Ci serve per capire quanto sia facile costruire un’esclusione e poi dimenticarsi di averla costruita. Le società non hanno sempre bisogno di prove per separare gli uomini. A volte bastano una voce, una porta, un registro, un’abitudine. Poi passa il tempo, arrivano gli storici, aprono gli archivi e trovano i nomi. Matrimoni. Battesimi. Contratti. Mestieri. Famiglie. Trovano le persone.
E allora il mistero si riduce, ma la storia diventa più seria. Perché non ci sono più mostri, popoli maledetti, sangue misterioso. Ci sono uomini e donne normali, messi per secoli nel posto sbagliato. O meglio: nel posto che gli altri avevano deciso per loro.
Armando.