Serve una scuola di politica?

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Politica · 12 Novembre 2025 · ⏱ 5 min · ~917 parole

A volte mi chiedo se, di fronte allo spettacolo offerto da chi ci rappresenta, non sia sempre più necessario creare scuole di politica. Non scuole di partito, non accademie per funzionari, ma luoghi in cui chi desidera dedicarsi alla cosa pubblica possa acquisire strumenti, linguaggio e metodo.
La domanda sembra teorica, ma non lo è: ogni volta che qualcuno decide di esporsi, la sente addosso — da dove comincio?

Io, molti anni fa, scelsi Scienze Politiche con indirizzo internazionale.
Ero un ragazzo pieno di sogni. Non avevo ancora un progetto preciso, ma cercavo un modo per capire il mondo: come si intrecciano le istituzioni, l’economia, la cultura.
Fu lì che imparai qualcosa che ancora mi accompagna: la politica, prima di essere scontro, è un modo di leggere la realtà.
Non serve a vincere, serve a comprendere.
E comprendere, quando lo si fa sul serio, è già una forma di responsabilità.

Tra i miei docenti c’era Gianfranco Miglio — un nome che, per chi ha studiato scienza della politica in Italia, pesa.
Io ero un suo allievo, critico su molte sue posizioni, specie sulle derive più radicali del suo pensiero istituzionale, ma ho sempre stimato la sua coerenza: quella capacità rara di non ritrarsi mai dalle proprie idee.
Anni dopo, lo incontrai a un convegno.
Era ormai deluso dall’esperienza dentro la Lega, dove aveva cercato di tradurre in pratica una parte della sua teoria sul federalismo e la riforma dello Stato.
Mi riconobbe e ci fermammo a parlare. Quando seppe che, come quasi tutti i suoi allievi di quegli anni, avevo intrapreso una carriera lontana dalla politica, mi disse, quasi sottovoce:
“Si è persa una generazione. Quella buona. Quella che avrebbe potuto diventare classe dirigente. I partiti di allora non sono stati capaci di essere attrattivi e i migliori hanno scelto altro. E ai partiti sono rimasti i mediocri e gli opportunisti.”

All’epoca mi sembrò un giudizio troppo duro.
Oggi lo considero una radiografia.
Perché una democrazia può sopportare gli errori — ma non può sopportare il vuoto dei competenti, l’assenza di chi avrebbe potuto guidarla con cultura e visione.

Quelle parole mi rimasero dentro.
E qualche anno più tardi, forse per reazione, forse per speranza, nacque in me e in un gruppo ristretto di amici, l’idea di provare a costruire una scuola politica super partes.
Non un vivaio di carriera, ma un laboratorio civile.
Coinvolgemmo tre fondazioni storico-politiche — una di area conservatrice, una di centro e una progressista — convinti che fosse possibile costruire un terreno comune dove chiunque, di qualunque orientamento, potesse studiare la politica come servizio.
All’inizio l’interesse fu grande. Poi arrivarono i problemi concreti: il riconoscimento del valore curricolare degli studi (in Italia conta più il titolo di come lo si è ottenuto e di cosa si è imparato), i costi, la sostenibilità economica, la governance condivisa.
E il progetto si fermò.
Non per mancanza di idee e di risorse, ma per la difficoltà, tutta italiana, di concepire un luogo politico che non appartenga a nessuno e appartenga a tutti.

Altri Paesi hanno trovato le loro strade.
In Germania, le fondazioni politiche formano da decenni quadri dirigenti solidi e pluralisti.
Negli Stati Uniti, le scuole di public policy insegnano a leggere un bilancio, a misurare gli impatti, a discutere dati.
In Francia, l’ENA (École nationale d’administration)pur criticata — ha costruito una classe dirigente capace di pensare lo Stato su scala generazionale.
Tutti modelli diversi, ma con un punto comune: la politica non nasce spontanea.
Il carattere non si insegna, il metodo sì.

Oggi si parla molto della scuola di Limes, centrata sulla lettura geopolitica del mondo: mappe, poteri, conflitti.
Non forma amministratori, ma sguardi.
È un segno dei tempi: la politica nazionale non esiste più se non immersa in quella globale.
È un tassello utile, ma non sostitutivo.

Rimane allora la domanda: che cosa dovrebbe essere una scuola di politica oggi, in Italia?

La immagino così.
Un luogo sobrio, non una vetrina.
Un’aula che non intimorisce, dove siedono fianco a fianco generazioni e mestieri diversi.
Un posto in cui si studia ciò che non si vede:
come funziona davvero un comune o un ministero;
come nasce una decisione;
come si gestisce un conflitto senza travestirlo da vittoria;
come si affronta un errore;
come si distingue il consenso dalla responsabilità.

Una scuola così non promette scorciatoie.
Promette fatica intellettuale.
Promette un metodo per stare nella complessità, senza farsi travolgere.

Chi dovrebbe frequentarla?
Chi sente una responsabilità verso un pezzo di mondo — un quartiere, una comunità, un’associazione.
Chi non ha accesso ai “codici” della cosa pubblica ma ha voglia di impararli.
Chi lavora già nel sociale, nella cultura, nell’impresa, e intuisce che la politica non è altrove, ma è dentro ogni decisione collettiva.

Una scuola politica, se onesta, non crea élite.
Crea ossigeno.
Restituisce competenza, memoria, trasparenza.
Ricorda che il potere è un rischio prima ancora che un ruolo.

È un tema da Canale Cultura?
Sì, profondamente.
Perché riguarda la qualità della cittadinanza, non la cronaca.
Perché ricuce un legame strappato: quello tra chi decide e chi vive le conseguenze.
E perché dice, con voce civile e ferma, che la politica è un servizio, non una carriera.
E che chi sceglie di entrarci — per vocazione o per senso del dovere — merita strumenti all’altezza della promessa che fa.

Forse è questo, oggi, il compito più alto di una “scuola di politica”: non formare i futuri ministri, ma i futuri cittadini che non si accontentano di restare spettatori.