C’è una voce che attraversa quarant’anni di cultura italiana senza mai diventare rassicurante. È la voce di Massimo Zamboni. Musicista, scrittore, osservatore laterale del nostro tempo. Fondatore dei CCCP – Fedeli alla Linea, poi dei CSI, Zamboni è stato uno degli autori più radicali e insieme più sobri del rock italiano: mai incline all’estetica della ribellione, sempre interessato alla materia politica e morale della vita quotidiana.
Negli anni, alla musica ha affiancato una scrittura sempre più scabra e riflessiva. Libri come Bestiario Selvatico o Pregate per EA non raccontano il presente da lontano, ma lo scavano da dentro, partendo dai luoghi, dalle storie minori, dai gesti. Non a caso Zamboni vive oggi nell’Appennino emiliano, in una zona interna che considera la vera spina dorsale del Paese: non un rifugio bucolico, ma un punto di osservazione severo.
È da lì che parla, nell’intervista pubblicata da Vita.it il 5 gennaio 2026, quando sceglie un oggetto per l’anno che viene. Non uno strumento tecnologico, non un’idea astratta. Le mani.