

Capita ogni tanto che una notizia lontana ci colpisca più del previsto. Succede quando non parla davvero di un Paese straniero, ma di noi. È il caso della decisione della Guardia costiera americana di “declassare” la svastica e il cappio da simboli d’odio a semplici simboli “divisivi”. Un’aggiustatina lessicale, dicono. E invece no. Perché ci ricorda, con un brivido corto, quanto siamo diventati indulgenti verso segni che dovrebbero restare fuori da ogni spazio comune.
La svastica e il cappio sono simboli nati da storie lontane tra loro, ma legati da un filo identico: sono segnali di minaccia. La svastica richiama lo sterminio degli ebrei e l’ideologia che lo ha reso possibile. Il cappio, negli Stati Uniti, porta la memoria dei linciaggi dei neri, delle notti in cui bastava il colore della pelle per finire appesi a un albero.
Due ferite diverse, ma la stessa grammatica della paura. E allora la domanda giusta non è: perché la Guardia costiera cambia il nome della categoria? La domanda è: perché qualcuno sente ancora il bisogno di usare quei simboli? Su una nave, in una caserma, in qualunque luogo dove si convive per settimane con le stesse persone, un segno non è mai solo un segno. Una svastica disegnata su una porta dice: “io posso colpirti quando voglio”. Un cappio lasciato su un letto dice: “tu qui non conti”. Non serve l’aggressione fisica, basta la presenza del segno per rompere la fiducia, per isolare chi lo subisce, per ricordargli che qualcuno lo osserva e lo giudica.
Chi li traccia? Non un visitatore di passaggio. È quasi sempre qualcuno che vive dentro quell’istituzione, che ne indossa la divisa o lavora negli stessi spazi. Ed è questo che rende la vicenda americana inquietante anche per noi: quando un simbolo d’odio compare dall’interno, ci obbliga a chiederci che clima respirano le persone che lì dovrebbero sentirsi al sicuro.
Qui in Italia la storia non è la stessa, ma il meccanismo sì. Svastiche sui muri di scuole, ospedali, cimiteri; scritte che usano la violenza come provocazione; minacce lasciate come messaggi muti. Non abbiamo il cappio della storia americana, ma abbiamo altri simboli che funzionano allo stesso modo: umiliano, marchiano, isolano. E soprattutto dicono una cosa semplice: “posso arrivare dove vuoi”.
Forse è proprio questo il cuore del problema. Abbiamo cominciato a considerare certi segni come “ragazzate”, “provocazioni”, “idee discutibili”. Ci abituiamo. Ci diciamo che non bisogna esagerare. E così la linea che divide la libertà di espressione dalla minaccia si sposta di qualche millimetro. Poi di altri pochi. E senza accorgercene, diventa possibile vedere una svastica su una porta e dirsi che sì, magari è solo un gesto sgradevole.
Ma non lo è. I simboli portano memoria. E la memoria non è un fatto privato. È un patto civile. In qualunque luogo dove si lavora insieme – una nave, una scuola, un ufficio pubblico – quei simboli non ricordano il passato: feriscono il presente. La vicenda americana non ci riguarda perché amiamo analizzare la politica degli Stati Uniti. Ci riguarda perché parla di come un’istituzione sceglie di proteggere chi la abita. E di come, a volte, una scelta amministrativa finisce per dire qualcosa di profondo sul mondo che vogliamo costruire.
Se i simboli d’odio diventano solo “divisivi”, rischiamo di diventare ciechi al dolore che rappresentano. Alla fine, la domanda che ci resta è semplice: che cosa devono vedere i più giovani quando entrano in una scuola, in una caserma, in una nave? Un luogo dove possono crescere, o un posto dove devono guardarsi alle spalle?
La risposta, per quanto ci riguarda, passa da un gesto minimo: non accettare l’idea che un simbolo che umilia possa essere trattato come una differenza di opinione. Serve poco, ma conta molto.
Armando.