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Ricordo di un allievo e prova di rilettura senza mito

La conversazione d’esame

L’esame di Scienza della Politica con Miglio non fu un interrogatorio. Fu una conversazione. Ero uno studente del Collegio Augustinianum, avevo seguito tutte le lezioni con la diligenza di chi vuole respirare l’aria dei maestri, e quel giorno — Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, primi anni Settanta — mi ritrovai davanti non un giudice, ma un appassionato studioso della politica.

Cominciammo da una domanda tecnica e finimmo in un’ora scivolata via come un buon caffè dopo pranzo: domande, esempi, casi di scuola; una mappa disegnata con parole asciutte. Uscendo, avevo la consapevolezza che in quell’anno di lezioni Miglio mi aveva insegnato qualcosa di molto importante, anche e soprattutto per il mio futuro. Non il «che cosa pensare», ma «come guardare» la politica.

La macchina e gli ingranaggi

Oggi il nome di Miglio viene spesso usato come etichetta: «l’ideologo della Lega». È una scorciatoia comoda, ma fuorviante. La parabola pubblica con la Lega esistette, certo, e fu intensa: affinità iniziali, l’idea di rifondare l’assetto dello Stato, poi la rottura quando capì che si preferiva la contrattazione alla riforma.

Ma Miglio non nasce nella temperie degli anni Novanta; arriva da lontano. È un giurista con la testa da ingegnere istituzionale, cresciuto tra i classici del realismo politico: non la politica come morale, ma come insieme di regolarità, incentivi, contrappesi. Ogni volta che entrava in aula, posava i miti sul pianerottolo e ci portava dentro la «macchina»: ingranaggi, valvole di sicurezza, catene di comando.

Tre repubbliche, non tre bandiere

Questo sguardo da officina spiega perché il suo progetto più famoso non sia uno slogan identitario, ma un disegno organico. Al centro c’è un’Italia ripensata in tre repubbliche federali — Nord, Centro (che lui chiamerà «Etruria»), Sud/Mediterranea — accanto alle cinque Regioni a statuto speciale.

Non un feticcio geografico, ma la ricerca di omogeneità storiche ed economiche su cui poggiare responsabilità e competenze. Se vuoi tenere insieme un Paese eterogeneo, diceva, devi «scaricare a terra» decisioni e spesa: chi amministra raccoglie e risponde; chi spende rende conto a chi paga.

Qui sta uno dei punti più fraintesi. Miglio non è il «secessionista» d’istinto. È il federale che ritiene legittimo — e talvolta utile — prevedere il diritto di separarsi come valvola d’emergenza dentro un’architettura condivisa. Non l’atto di rottura come bandiera, ma come ultima garanzia per costringere i livelli di governo a trattarsi da pari.

È una prospettiva più elvetica che barricadera: responsabilità locali forti, unione su poche competenze chiare (difesa, moneta, grandi infrastrutture), bilanci trasparenti, imposte riscosse dove si produce reddito.

Forma di governo: testa e contrappesi

Nel suo schema, la forma di governo riflette la stessa logica: al vertice dell’Unione un Primo Ministro eletto direttamente dai cittadini, non per creare un uomo solo al comando, ma per dare una «testa» riconoscibile alla federazione; accanto, un direttorio composto dai tre governatori (con una rotazione delle Regioni speciali), pensato come contrappeso cooperativo.

A livello delle repubbliche, governatori eletti e assemblee con poteri pieni. L’idea non è adorare il decisionismo, ma impedire che la decisione si perda nei corridoi.

Oggi: somiglianze e differenze

Riletta così, la sua proposta illumina anche il presente. Quando oggi discutiamo di premierato o di autonomia differenziata, spesso si evocano paragoni frettolosi con Miglio. In realtà siamo su binari parenti ma non sovrapponibili.

Il premierato attuale tende a rafforzare il vertice dell’esecutivo nazionale, mentre Miglio immaginava un vertice federale con contropesi territoriali strutturali. L’autonomia che occupa le cronache è una trattativa «a regioni sciolte», spesso contabile più che costituzionale; in Miglio, l’autonomia è architettura preventiva, non un’aggiunta negoziata — nasce insieme al resto dell’edificio. Cambia la filosofia: nel suo disegno si stabiliscono prima le regole generali (chi fa che cosa, con quali soldi, con quali limiti), poi si abita la casa; nella prassi italiana, si abita e si rifà l’impianto elettrico stanza per stanza.

Metodo, non miracoli

C’è, infine, un tono mentale che andrebbe salvato dalla semplificazione. In aula Miglio aveva il gusto dei casi storici — sempre raccontati con quella pacatezza lombarda che non alza la voce per convincere. Ci mostrava come funzionano davvero i sistemi: non i dover essere, ma i possibili.

Scomponeva i conflitti in interessi e regole; cercava punti d’equilibrio; diffidava delle soluzioni miracolose. Se oggi lo si rilegge con pazienza, si scopre che non offre bacchette magiche: offre metodo. Che poi è ciò che resta a un allievo, quando passano gli anni e si scoloriscono le bandiere.

Una promessa al maestro

La mia memoria di studente si lega a questa idea di metodo. Ricordo bene l’odore dei corridoi, la luce di certe mattine, il rumore compatto delle scarpe quando si entrava puntuali; e ricordo il suo modo di riportare ogni discussione a una mappa. «Dov’è la leva?» sembrava chiedere, anche quando non lo diceva. «Chi risponde a chi? Con quali incentivi?»

In quella breve chiacchierata d’esame — che fu un premio alla costanza delle lezioni seguite e alla curiosità più che una prova di coraggio — capivo che la politica andava guardata di taglio, cercando le travi, non l’intonaco.

È giusto, allora, mettere in ordine anche le mie memorie e distinguere il professore che ho conosciuto dalla caricatura che talvolta se ne fa. Miglio fu un intellettuale politico radicale nel senso migliore: non perché urlasse, ma perché scendeva alle radici. La sua radicalità stava nel rifiuto della retorica, nella pretesa di misurare, nell’idea che una comunità si tiene insieme solo se la si costruisce sulle responsabilità di chi decide e di chi paga.

E se proprio vuoi attribuirgli una «ideologia», chiamala costruzionismo istituzionale: non l’ennesima confessione, ma la convinzione che lo Stato sia un oggetto da progettare, testare, manutenzionare.

Cosa ci facciamo, oggi, di questa lezione? Tre cose, credo. Primo: che l’Italia è un Paese plurale e lo resterà; ogni riforma seria deve partire dalla pluralità come dato, non come fastidio. Secondo: che i livelli di governo devono avere competenze e bilanci chiari; se tutto è di tutti, nulla è di nessuno. Terzo: che bisogna smettere di confondere la forza delle regole con la forza degli uomini. Il carisma passa; gli incentivi restano.

Non so se questa ricostruzione coinciderà perfettamente con ciò che Miglio aveva in mente in ogni riga dei suoi testi. So però che coincide con il suo modo di insegnare: riportare le cose al loro telaio. Ed è con una nota di affetto — quella che si deve ai maestri, specie quando si invecchia — che chiudo tornando a quell’esame. Mi riconobbe come allievo che aveva frequentato tutto, che prendeva appunti, che faceva domande, che su molte cose aveva idee diverse dalle sue e provava ad argomentarle.

Io ricambiai con una promessa implicita: provare, un giorno, a restituire la complessità delle sue idee senza piegarle a una bandiera. Questa pagina è quel tentativo.

Se poi la cronaca vorrà ancora usare il suo nome come grimaldello, pazienza. Noi, nel nostro piccolo, continueremo a parlare di leve, di incentivi, di ingranaggi: esattamente come mi insegnò quel professore che faceva della politica non un tribunale, ma un’officina. E in quell’officina, per un’ora d’esame, anch’io ho avuto il privilegio di lavorare al banco accanto a lui.


Per saperne di più

  • G. Miglio, Una costituzione per i prossimi trent’anni (Laterza, 1990). Amazonsearchworks.stanford.edu

  • Decalogo di Assago (1993) – testo degli articoli 1–10. Wikipedia

  • D. G. Bianchi, “La ‘lezione’ politica di Gianfranco Miglio”, Scienza & Politica (2013) – quadro sul suo realismo. scienzaepolitica.unibo.it

  • Audio Radioradicale (1994): il “divorzio” con la Lega. Radio Radicale

  • Atti di convegno, Il federalismo in Italia e la lezione di G. Miglio (Montecitorio, 2024). Rubbettino editore

  • Sulle radici pre-Lega: Palano, “dalla ‘politica pura’ al sogno federalista”. Machina

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Con questo articolo contribuiamo alla Terza pagina di Canale Cultura: lo spazio dedicato alle idee e alle riflessioni che fanno crescere, sulla scia della tradizione culturale dei grandi quotidiani italiani.