Metodo o racconto? La “geopolitica umana” di Dario Fabbri alla prova del dibattito pubblico

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Terza pagina · 4 Settembre 2025 · ⏱ 4 min · ~832 parole

Dario Fabbri divide. È uno dei pochi analisti italiani capaci di portare in prima serata la geopolitica, ma il suo modo di farlo spacca il campo: chi lo vede come un salutare realista che smonta illusioni ideologiche; chi lo accusa di costruire una cornice seducente ma fragile. È un tema da Terza pagina perché non riguarda solo la politica internazionale: riguarda come raccontiamo il mondo e quale patto chiediamo tra chi spiega e chi ascolta.

Il caso Fabbri, in breve

Dopo l’uscita da Limes, Fabbri ha costruito un progetto editoriale autonomo: la rivista Domino (con scuola collegata) e una fitta presenza pubblica fra libri, conferenze e media. Domino si presenta dichiaratamente extra-accademica e “diretta da Dario Fabbri”, con rubriche e corsi che promettono un metodo riconoscibile.

Sul piano del racconto, Il Tascabile ha fotografato bene il “Fabbri-personaggio”: assertivo, ironico, costruisce le sue analisi come una trama e pone al centro l’idea (scandalosa per molti) che esista una psicologia dei popoli intellegibile e operante nelle scelte storiche. È qui che nascono le frizioni.

Le critiche di Appunti (Feltri)

Nell’estate 2025 Appunti ha ospitato una mini-serie di Filippo Riscica che mette alla prova la “geopolitica umana” su tre fronti.

  1. “Pseudo-teoria”. Secondo Riscica, l’impianto teorico di Fabbri ambisce a spiegare “tutto” ma senza protocolli di verifica cumulativi: una cornice onnicomprensiva che somma asserzioni più che risultati falsificabili.

  2. Rifiuto del metodo. La critica più dura: Fabbri rivendicherebbe l’estraneità ai metodi delle scienze sociali, scelta vista come forza comunicativa ma debolezza epistemica.

  3. Essenzialismi. Il capitolo sulle “stirpi”—con tratti psicologici stabili attribuiti a nazioni/civiltà—viene letto come determinismo culturale che sottostima il ruolo delle istituzioni e l’eterogeneità interna dei popoli.

Queste obiezioni non attaccano gli esiti singoli (cosa accadrà in Ucraina o a Taiwan), ma l’architettura: se una teoria non è confutabile, dicono, rischia di scivolare nello storytelling brillante.

Le letture favorevoli (o comprensive)

Sul versante opposto, il ritratto critico-analitico del Tascabile riconosce la coerenza interna del disegno e – pur problematizzandolo – spiega perché funzioni sul pubblico: l’analogia tra individui e collettività offre un codice narrativo che rende afferrabili processi opachi. È saggistica “pop”, ma costruita.

Interviste e recensioni di segno positivo insistono su tre punti:

  • Auto-posizionamento extra-accademico: Fabbri rivendica di essersi collocato “fuori” per elaborare un pensiero ibrido, tra storia, linguistica, psicologia collettiva.

  • Valore divulgativo: per il CNR – Almanacco il suo libro offre un “manuale agile” capace di incastonare metodi e sistemi complessi in una cornice pop umanistico-divulgativa.

  • Ecosistema editoriale: Domino integra rivista e scuola, cioè un luogo dove quel metodo si trasmette – e quindi si rende ripetibile nel senso didattico, se non in quello strettamente scientifico.

A ciò si aggiunge la ricezione pubblica dei libri più recenti (Sotto la pelle del mondo): presentazioni, podcast, rassegne che legittimano l’operazione come ponte stabile tra ricerca personale e platea larga.

Dove sta davvero la frattura

La spaccatura non è tra “chi ha ragione” e “chi ha torto”, ma tra due modelli di conoscenza.

  • Il primo pretende criteri di falsificabilità e linguaggio controllato: meno affermazioni forti, più ipotesi circoscritte, più umiltà sui nessi causali. È il perimetro rivendicato da Appunti.

  • Il secondo accetta il rischio dell’analogia e della tipizzazione culturale per ottenere una mappa riconoscibile del mondo: è il patto estetico-retorico con cui Fabbri parla al pubblico.

Tradotto in termini culturali: metodo vs. racconto. Il metodo custode della cautela; il racconto custode del senso. Quando il metodo latita, il racconto può degenerare in essenzialismo; quando il racconto manca, il metodo diventa irrilevante per la società.

Il rischio e il merito

Il rischio è chiaro: attribuire a “popoli” tratti psichici stabili semplifica il reale, può ignorare fratture di classe, istituzioni, contingenze economiche; e può riattivare vecchie genealogie culturali di cui il Novecento ha mostrato i pericoli.

Il merito, però, è altrettanto chiaro: riportare nell’agenda pubblica la struttura (spazio, potere, lunga durata) contro l’ossessione per il leader di turno; dare ai non addetti ai lavori un telaio per leggere conflitti che altrimenti restano rumore.

La domanda per i lettori di Canale Cultura

Che cosa chiediamo oggi a chi spiega il mondo? Se chiediamo scienza, allora le critiche di Appunti obbligano Fabbri (o chiunque tenti un’operazione simile) a misurarsi con criteri, fonti, protocolli. Se chiediamo narrazione orientativa, dobbiamo però esplicitare il patto: dire che stiamo scegliendo un linguaggio forte per dare forma al disordine, e accettare la responsabilità delle semplificazioni che ne derivano.


Per approfondire le fonti citate nel pezzo:

  • Appunti (serie di Filippo Riscica: “La pseudo-teoria…”, “Il rifiuto del metodo…”, “Le stirpi…”). Appunti+2Appunti+2

  • Il Tascabile, “Dario Fabbri, l’incompreso” (Alessandro Lolli). Il Tascabile

  • CNR – Almanacco, “Una ‘geopolitica umana’ post-moderna”. Almanacco della Scienza

  • Dissipatio, interviste/ritratti sul metodo. Dissipatio+1

  • Domino, sito e scuola. Rivista Domino

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Con questo articolo contribuiamo alla Terza pagina di Canale Cultura: lo spazio dedicato alle idee e alle riflessioni che fanno crescere, sulla scia della tradizione culturale dei grandi quotidiani italiani.