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Il Racconto del sabato · 3 Ottobre 2026 · ⏱ 4 min · ~758 parole

«Tu sei un nonno?»

Avevo appena aperto il giornale. Il bambino era davanti alla panchina, con un monopattino e una scarpa slacciata.

«Perché? Si vede?»

«Un po’.»

«Saranno gli occhiali.»

«Anche il collo.»

Ripiegai il giornale.

«Che cos’ha il mio collo?»

«Mio papà dice che dal collo si capisce.»

Mi sistemai la sciarpa, benché facesse piuttosto caldo.

«Comunque no. Non sono un nonno.»

«Ah.»

Guardò verso le altalene, ma non si mosse.

«Ne cercavi uno?»

«Io non ce l’ho. I miei amici sì. Filippo ne ha tre.»

«Tre?»

«Uno è arrivato dopo.»

Non approfondii.

Appoggiò il monopattino e si sedette accanto a me, lasciando fra noi lo spazio per un’altra persona.

«Il mio non l’ho mai conosciuto. La mamma dice che mi sarebbe piaciuto.»

«Può darsi.»

«Lo dice anche degli spinaci.»

Mi venne da sorridere. Lui stava strofinando la punta della scarpa sulla ghiaia.

«E la nonna?»

«Abita lontano. Sul telefono mi chiede sempre se ho mangiato.»

Una donna, dalla panchina vicino all’altalena, alzò una mano.

«È la mamma», disse. «Mi vede.»

Salutai anch’io. Lei sorrise e tornò al suo libro.

«Come ti chiami?»

«Ettore.»

«Io Woody.»

«È un nome vero?»

«È quello con cui mi chiamano.»

«Sembra un nome da cane.»

Aspettai che aggiungesse qualcosa. Evidentemente aveva finito.

«Sai aggiustare le biciclette?» mi chiese.

«Che cosa si è rotto?»

«Niente. Volevo sapere.»

«Qualcosa so fare. Non i freni.»

«Il nonno di Filippo sa fare tutto.»

«Sarà per questo che lo tengono.»

Ettore tirò su la gamba e infilò il laccio dentro la scarpa.

«Non te la allacci?»

«Dopo.»

«Guarda che inciampi.»

Indicò il mio piede.

Avevo una scarpa slacciata anch’io. Non so da quanto.

Mi chinai e lui fece lo stesso.

«Io faccio le orecchie del coniglio», disse.

«Anch’io.»

Si fermò a guardarmi.

«Che c’è?»

«Niente.»

Riprese il suo nodo. Il mio si sciolse appena tirai i lacci. Dovetti ricominciare.

«Devi tenere qui», mi spiegò.

«Lo so. Mi è scappato.»

Aspettò che avessi finito, poi rimise il piede a terra.

«A carte sai giocare?»

«Sì.»

«Io so giocare a rubamazzetto.»

«Allora siamo a posto.»

Si avvicinò un poco. Adesso fra noi ci sarebbe stato soltanto un gatto, purché magro.

«Filippo dice che suo nonno gli dà cinque euro quando va a trovarlo.»

«Tutte le volte?»

«Credo.»

«E lui ci va spesso?»

«Sì.»

Presi il giornale, ma Ettore aveva ancora qualcosa da chiedere.

«Tu cosa fai tutto il giorno?»

«Ho del lavoro.»

«Che lavoro?»

«Scrivo, mi occupo di cose da fare in televisione. Dipende.»

«Oggi?»

«Oggi leggo il giornale.»

Guardò le pagine chiuse sulle mie ginocchia.

«Poi devo comprare il pane», aggiunsi.

«Io dopo ho nuoto.»

Lo disse senza entusiasmo.

«Non ti piace?»

«Mi piace quando sono dentro. Prima no.»

Quella mi sembrò una descrizione abbastanza precisa anche di parecchie mie attività.

Per un po’ restammo lì. Lui faceva andare avanti e indietro un sassolino con la suola. Io lessi due volte lo stesso titolo.

«Ma per essere un nonno bisogna avere un nipote?» domandò.

«Di solito succede così.»

«Tu non ce l’hai.»

«No.»

Si mise a guardare il monopattino.

«Io potrei venire qualche volta.»

Non risposi subito. Ettore alzò gli occhi.

«Non a casa tua. Qui.»

«Sì, avevo capito.»

In realtà stavo cercando di capire.

Dal fondo del giardino sua madre lo chiamò. Lui fece un gesto con la mano: un momento.

«Sabato ci sei?»

«Vengo quasi sempre.»

«A quest’ora?»

«Verso le dieci e mezzo.»

«Possiamo provare.»

Annuii, con una serietà che mi sorprese.

Ettore si alzò e prese il monopattino. Poi si girò.

«Però non chiamarmi campione.»

«Non avevo intenzione.»

«Lo fanno.»

«Va bene. Ettore.»

«Anche ometto non mi piace.»

«Ricevuto.»

Fece qualche metro, poi tornò.

«Tu come hai detto che ti chiami?»

«Woody.»

Lo ripeté piano e ripartì.

Lo vidi raggiungere sua madre e parlarle indicando la panchina. Lei mi guardò. Salutai ancora, stavolta con il giornale. Mi sentivo vagamente convocato.

Quando furono usciti dal giardino cercai una penna. Scrissi “Ettore” sul margine della pagina e sotto “sabato, dieci e mezzo”.

Poi controllai il portafoglio.

Avevo un biglietto da venti. Per sabato avrei dovuto cambiarlo.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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