

A Laveno non avevo trovato Arlecchino.
La cosa, dopo qualche giorno, aveva smesso di preoccuparmi.
Continuavo a guardare le barche, però.
Questo sì.
Mi capitava di fermarmi davanti ai piccoli porti, di rallentare passando vicino a un cantiere, di guardare gli alberi che spuntavano dietro una siepe o sopra un muro. Non cercavo più un modello preciso. Cercavo qualcosa che non sapevo ancora definire.
Un pomeriggio mi fermai vicino a una spiaggetta che conoscevo appena.
Poca gente. Due asciugamani, un cane che aveva deciso di entrare in acqua senza chiedere il permesso a nessuno, qualche barca alla boa.
Una, soprattutto.
Non era grande.
Da lontano non aveva niente di speciale. Scafo chiaro, linea semplice, un po’ vecchia maniera. La guardai abbastanza a lungo da accorgermi che qualcuno, sulla riva, stava guardando me.
Era un uomo anziano. Molto anziano, avrei detto. Ma era uno di quegli uomini per cui l’età sembra una notizia che riguarda soprattutto l’anagrafe.
Stava caricando delle cose su una piccola barca a remi.
Una sacca.
Una tanica.
Qualche provvista.
Una cerata arrotolata.
Tutto con calma, ma senza un gesto inutile.
«Bella.»
Lo dissi indicando la barca alla boa.
Lui si voltò appena.
«Sì.»
Non sembrava particolarmente impressionato dal mio giudizio.
«È sua?»
«Per adesso.»
Questa risposta mi piacque.
Mi avvicinai.
Cominciammo a parlare.
All’inizio di niente. Del vento, che quel giorno non aveva ancora deciso cosa fare. Del lago un po’ mosso più al largo. Di una nuvola che lui guardò per qualche secondo prima di stabilire che non era importante.
Poi mi chiese se andavo a vela.
«Andavo.»
«Brutta risposta.»
«Lo so.»
Lui continuò a sistemare la barca a remi.
Gli raccontai, senza entrare troppo nei particolari, che da qualche tempo cercavo un modo per tornare sull’acqua.
«Vuole comprare una barca?»
«No.»
Questa volta smise di fare quello che stava facendo.
Mi guardò.
«Allora forse è ancora in tempo.»
Risi.
«Non voglio una barca per dire che è mia.»
«E cosa vuole farci?»
«Andare.»
Sembrò pensarci.
«Dove?»
«Non lo so ancora.»
Questa risposta, invece, gli piacque.
Mi disse che stava andando alla boa a controllare un paio di cose.
Poi guardò la barchetta.
Poi guardò me.
«Se non ha paura di remare male, venga.»
Remava lui.
Io, per prudenza, non protestai.
Ci staccammo dalla riva.
Pochi metri e già la spiaggia sembrava diversa.
È una cosa che avevo dimenticato.
L’acqua cambia immediatamente le proporzioni.
Da terra guardi il lago.
Quando sei dentro il lago, è la terra che comincia a sembrarti lontana.
Arrivammo alla barca.
Da vicino mi piacque ancora di più.
Non perché fosse perfetta.
Anzi.
Aveva qualche segno sullo scafo, il legno chiedeva attenzione in più di un punto, le cime non erano quelle che si vedono nelle fotografie delle riviste nautiche.
Era una barca usata.
Cioè una barca.
Salimmo a bordo.
Mi mossi con un po’ di cautela.
Era passato molto tempo.
Poi successe una cosa strana.
Il corpo ricordava più della testa.
Dove mettere il piede.
Come spostarsi senza sbilanciare troppo lo scafo.
Dove cercare un appiglio.
Piccole cose.
Ma erano ancora lì.
Il vecchio mi osservava.
«Non è proprio la prima volta.»
«No.»
«Si vede.»
Mi fece piacere più di quanto volessi ammettere.
Accendemmo il motore e ci allontanammo dalla boa.
Il rumore durò poco.
Appena trovammo abbastanza aria, lui lo spense.
Silenzio.
Non proprio silenzio.
Acqua contro lo scafo.
Una cima che batteva piano.
La vela che si riempiva.
Quel piccolo scricchiolio che hanno le barche quando cominciano a lavorare.
Mi guardò.
«Timone?»
Non aspettò la risposta.
Me lo lasciò.
All’inizio governavo come si fanno le cose che non vuoi sbagliare.
Troppa attenzione.
Troppi pensieri.
Poi la barca cominciò a fare il suo mestiere e io, lentamente, il mio.
Il vecchio si sedette dall’altra parte del pozzetto.
Non parlava molto.
Mi stava bene.
A un certo punto gli chiesi da quanto tempo aveva quella barca.
«Parecchio.»
«La usa spesso?»
Fece una faccia strana.
«Meno di quanto merita.»
Restammo un po’ in silenzio.
«È quello il problema delle barche» disse poi. «Quando smetti di usarle, continuano ad aspettarti.»
Guardai la vela.
«Le persone invece no?»
«Le persone fanno finta.»
Questo mi fece ridere.
Parlammo ancora.
Scoprii che anche lui, da tempo, aveva un’idea.
Voleva risalire il lago con calma.
Non fare una traversata sportiva. Non segnare miglia. Non arrivare da qualche parte per poter dire di esserci arrivato.
Entrare nei piccoli porti.
Fermarsi.
Cambiare sponda.
Dormire magari una notte a bordo.
Salire verso il Ticino.
«Una volta il lago era una strada» disse.
«Adesso è diventato un panorama.»
Mi guardò.
«Ecco.»
Fu probabilmente in quel momento che capimmo di avere la stessa idea.
O almeno una abbastanza simile da non perdere tempo a distinguere le differenze.
Gli parlai dell’Insubria.
Questa volta sì.
Gli dissi che mi interessava capire se quella regione un po’ reale e un po’ immaginata esisteva ancora, vista dall’acqua.
Lui ascoltò.
«Dal lago i confini si vedono poco.»
«È per quello che voglio andarci.»
Indicò davanti a noi.
«Allora deve guardare bene.»
Navigammo ancora.
Non molto.
Non serviva.
Per me era già abbastanza.
Era il primo vero giro a vela dopo anni e avevo quella sensazione che arriva quando fai qualcosa che conoscevi bene e improvvisamente ti accorgi che non l’avevi dimenticata. L’avevi soltanto lasciata da qualche parte.
Quando tornammo alla boa il sole era un po’ più basso.
Sistemammo la vela.
Controllò una cima.
Io cercavo di rendermi utile senza diventare pericoloso.
Poi scendemmo nella barchetta.
Prima di metterci ai remi guardai ancora la barca.
«Da quanto è ferma qui?»
Il vecchio seguì il mio sguardo.
«Troppo.»
Poi prese i remi.
Fece due colpi.
«Anche noi, forse.»
Non dissi niente.
Tornammo verso la spiaggia.
Arlecchino non l’avevo trovata.
E per la prima volta non mi sembrò affatto una cattiva notizia.
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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