

Troppo concentrati sul presente. Guerre, genocidi, dazi, pazzoidi che conoscono solo il guadagno personale immediato senza alcuna visione del futuro e altri che si inchinano perché lo considerano “il capo”.
Nessuno si interessa a quel che si sta preparando sul nostro pianeta, che rischia, se la tendenza non verrà invertita, di tornare entro fine secolo alla situazione in cui era circa cinque milioni di anni fa, quando i mari erano circa venti metri più alti, con le conseguenze che si possono immaginare.

Uno potrebbe dire, come sosteneva Henry Ford, che “la storia è una cavolata”, noi umani siamo interessati al presente e alla costruzione di un futuro migliore e non alla zavorra del passato, che ci opprime e impedisce la nostra azione libera e creativa, da sempre grande privilegio di homo sapiens.
Anche Nietzsche sarebbe d’accordo: la storia è un peso insopportabile, schiaccia l’essere umano a terra, lo piega da parte e appesantisce il suo passo. Ci danneggia e ci sottrae l’energia necessaria alla creatività che per sua natura ha bisogno di infrangere e di dissolvere il passato per poter fiorire.
Ma siamo in una fase che né Ford né Nietzsche avevano previsto: in cui solo inserendo la nostra storia nella lunghissima storia del pianeta potremo renderci conto di quel che ci succede. La storia profonda della Terra non può più essere considerata roba da geologi: il suo ritmo a scala non umana è diventato un criterio di giudizio per quel che accade oggi.

In passato non è sempre andata come negli ultimi dodicimila anni, quelli dell’Olocene, che hanno garantito stabilità climatica e temperature miti favorendo la nascita dell’agricoltura e poi di tutta la civiltà umana.
Con l’Olocene abbiamo avuto un «colpo di fortuna cosmico», sostiene qualcuno, e invece lo credevamo durevole.
Il passato del pianeta al contrario è stato tempestoso: eruzioni vulcaniche gigantesche, seguite da glaciazioni estesissime, il Mediterraneo che si prosciuga nella gravissima crisi di salinità durata settecentomila anni, seguito da una megainondazione che dallo stretto di Gibilterra scaraventò nel bacino con cascate immani l’acqua che ne era evaporata.
Il pianeta ha una storia fatta di cambiamenti catastrofici e di mutamenti continui, è sempre stato attivo proprio perché non è inerte, uniforme e perenne come lo abbiamo immaginato.
Non è materiale di cui disporre liberamente per i nostri fini, ma lo stiamo capendo solo ora quando la natura reagisce alla nostra azione che non ne tiene conto, quando la stabilità climatica dell’Olocene è venuta meno e siamo entrati in una fase di instabilità, stavolta a causa nostra.
E riconoscere il passato non basta: quel che facciamo del pianeta resterà alle generazioni prossime, di cui l’etica tradizionale non ha mai tenuto conto.
I valori in gioco erano quelli del rispetto del prossimo, cioè di chi ci vive accanto, dando per scontato che la sopravvivenza dell’umanità, o almeno la qualità della sua vita non sarebbe stata in questione, o meglio sarebbe migliorata.
Non si poneva il problema di una necessaria apertura di orizzonte etico che tenesse conto che il futuro può essere diverso da come lo abbiamo sempre pensato e che ora appare in una luce preoccupante.

Alcuni obiettano che chi non è ancora nato per definizione non ha diritti e quindi non può essere usato come criterio per giudicare la nostra azione di oggi. Le generazioni future non hanno fatto niente per noi, si osserva, e quindi non siamo in debito con nessuno.
Pensare al futuro è ciò che Ford e Nietzsche volevano con forza e audacia, ma allora sembrava che la nostra dimensione creativa non avesse vincoli, non fosse debitrice di una natura e di una terra infinitamente abbondante e dunque preparasse automaticamente un futuro sempre migliore.
Ciò che non si considera è che per molti motivi noi chiamiamo in causa già oggi le prossime generazioni, che già stanno facendo molto per noi.
In primo luogo l’enorme debito pubblico su cui molti Stati occidentali basano le loro scelte economiche non è che un prestito che chiediamo alle generazioni future e che dovrà essere ripagato da loro, che non lo hanno scelto ma subito. In poche parole noi abbiamo deciso per loro, li abbiamo coinvolti nelle nostre scelte, sulla base dell’antica idea, oggi gravemente in crisi, che la crescita avrebbe ammortizzato tutti i costi futuri delle nostre politiche attuali. L’asimmetria tra generazioni richiede una prospettiva economica ma anche etica di tipo transgenerazionale.
In secondo luogo il cambiamento climatico sta erodendo gravemente la continuità dello stile di vita attuale: se il trend in atto non sarà invertito il ritorno a condizioni climatiche e geologiche di milioni di anni fa con condizioni di vita molto diverse da quelle odierne è scritto nei numeri dei geologi.
La mancata cura del pianeta, la negligenza per tutto ciò che abbiamo considerato solo materiale a nostra disposizione – e non ecosistemi con una loro logica cui è necessario essere fedeli anche nel cambiamento – può impedire alle generazioni future di godere di ciò di cui disponiamo oggi.
Noi stiamo preparando la fine dell’abbondanza e necessariamente la fine della negligenza. Il futuro è già qui che ci interpella e si collega al passato del pianeta, senza che ce ne rendiamo conto. Stiamo riscrivendo il tempo, ed è meglio che ne siamo consapevoli.
Fonte: articolo di Paola Giacomoni su Appunti