Capita a tutti: si accende un talk show, si scorre un podcast di “politica”, si apre il giornale online, e l’illusione è immediata. “Mi sto informando”, pensiamo.
Ma siamo sicuri che sia così?
La domanda la pone con lucidità Filippo Riscica nel suo lungo articolo su Appunti (“L’illusione di essere informati”, Appunti/Substack, 2 novembre 2025), dove smonta con calma una certezza molto italiana: che ascoltare gli opinionisti equivalga a capire i fatti. Non è così. E non è una questione di fake news o di propaganda: è qualcosa di più profondo e più civile. È l’idea semplice – quasi innocente – che il volto noto coincida con la competenza, che la notorietà sostituisca il metodo, che chi parla “bene” possa parlare di tutto.
La fotografia è impietosa: talk show, quotidiani, radio, podcast. Cambiano i mezzi, non le facce. È un fenomeno che non nasce oggi: la TV generalista, dagli anni Settanta, ha costruito un pantheon di voci familiari, competenti o meno non importava; importava che fossero riconoscibili. Ma oggi la macchina si è velocizzata e moltiplicata. L’urgenza del “tempo reale” è diventata l’alibi perfetto per invitare sempre gli stessi – perché “funzionano”, perché “tengono il ritmo”, perché “fanno numeri”.
E così si finisce in una forma di doppiaggio permanente: dieci persone chiamate a commentare dieci temi al giorno. La pandemia, Gaza, l’Ucraina, l’inflazione, l’elezione americana, il caso giudiziario del momento. Nessuno ha il tempo materiale per studiare davvero tutto questo, ma poco importa. La TV non chiede competenza: chiede presenza.
Qui Riscica introduce un concetto utilissimo, mutuato dalla filosofia analitica: lo “sconfinamento epistemico”. Un termine che sembra accademico, ma che descrive la cosa più concreta del nostro spazio pubblico: il momento in cui una persona autorevole in un campo viene trattata come autorevole in tutti. È il Nobel per la chimica che parla di politica estera, il divulgatore scientifico che pontifica su Gaza, il conduttore sportivo che diventa esperto di pandemia. Nessun giudizio personale: il punto è strutturale. Ogni disciplina ha il suo metodo. E quando si esce dal proprio, anche i migliori inciampano.
Figuriamoci chi costruisce la propria autorevolezza non sulla ricerca, ma sulla familiarità televisiva.
Il risultato è un’informazione che “sembra” informazione – ma raramente la è. Perché la vera informazione, ricorda Riscica, riduce l’incertezza: ti dice qualcosa che restringe le possibilità, che ti fa capire meglio. Moltissimi commenti non fanno questo. Esprimono indignazione, stupore, preoccupazione, talvolta sarcasmo: tutte emozioni legittime. Ma non contengono analisi, non mostrano un ragionamento, non offrono criteri. Non spiegano nulla. Non portano un fatto nuovo.
Semplicemente esistono. E funzionano.
Funzionano perché ci confermano ciò che già pensiamo. Funzionano perché tolgono l’ansia della complessità: “se la pensa così lui, che è esperto”, allora posso smettere di preoccuparmi. È un meccanismo quasi infantile, ma profondamente umano: ci affidiamo alle persone, non agli argomenti. E la TV lo sa da decenni.
Il problema, però, non riguarda solo gli opinionisti onnipresenti. Riguarda noi. La nostra pigrizia cognitiva. Il nostro bisogno di semplificazione. Il nostro cedimento davanti alla velocità. L’informazione richiede tempo, proporzioni, verifiche, nozioni di base, dubbi. Gli opinionisti offrono l’opposto: immediatezza, ritmo, sicurezza.
C’è poi un altro effetto collaterale meno evidente: l’appiattimento del dibattito. Se sempre le stesse persone parlano di tutto, lo spettro delle analisi si riduce. È un fenomeno darwiniano: chi è invitato spesso diventa ancora più invitabile; chi non è invitato, sparisce. Non importa cosa dice: importa che funzioni in quella economia dell’attenzione dove ogni presenza deve giustificarsi in pochi secondi.
Non è un caso che la politica, oggi, si adatti al linguaggio degli opinionisti. Dichiarazioni brevi, posizionamenti immediati, nessuna profondità. Il “format” diventa contenuto: tutto è talk show. Tutto deve essere digeribile, preferibilmente indignante.
Eppure, sarebbe ingenuo chiedere che TV e giornali funzionino come un seminario universitario. L’informazione non è solo analisi: è anche narrazione, ritmo, scelta, chiarimento. Nessuno vuole abolire l’opinione. Ciò che serve è dichiarare i limiti: dire “non lo so”, dire “non è il mio campo”, dire “questa è la mia ipotesi”, dire “qui serve uno specialista”.
Oggi è rarissimo.
Forse, però, il nodo centrale è più semplice: abbiamo smesso di pretendere qualcosa da chi ci parla. Non chiediamo più metodo, solo compagnia. Vogliamo qualcuno che ci guidi, che ci rassicuri, che ci confermi che il mondo è leggibile con tre concetti e due emozioni. Vogliamo la calma artificiale di sentirci informati.
Ma la vera informazione inquieta, apre domande, non chiude tutto in un gesto di spavalda sicurezza.
Guardando avanti, la questione non è come “eliminare” gli opinionisti. È impossibile, e nemmeno desiderabile. Il punto è il sistema in cui funzionano. Nei prossimi anni, tra AI generativa, overload informativo e crisi permanenti, conterà sempre di più chi sa selezionare i fattori rilevanti.
Non chi parla più forte, ma chi sa dire “questo conta, questo no, questo lo sappiamo, questo è incerto”.
La battaglia non è mediatica, è culturale. Riguarda l’educazione al giudizio, alla proporzione, alla lentezza. Riguarda soprattutto una domanda che dovremmo farci ogni volta che apriamo un talk show, un quotidiano, un podcast:
Quello che sto ascoltando mi sta davvero riducendo l’incertezza? Oppure mi sta solo intrattenendo?
La differenza – oggi più che mai – è politica.
E personale.
Armando.





