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Terza pagina · 20 Dicembre 2025 · ⏱ 4 min · ~692 parole

C’è un libro del 1997 di James Dale Davidson e Lord William Rees-Mogg, che, rilanciato nel 2020 con una nuova prefazione di Peter Thiel, il fondatore di Paypal e Palantir, è tornato a circolare come una chiave per capire un certo immaginario della nuova élite tecnologica americana. Si intitola L’individuo sovrano.

Non è un romanzo di fantascienza, ma una previsione travestita da teoria della storia. La tesi è semplice: quando la ricchezza diventa mobile e digitale, lo Stato fa più fatica a tassare, controllare, trattenere. E allora emerge un tipo umano nuovo, l’“individuo sovrano”: competente, globale, leggero, capace di scegliere giurisdizioni e regole come si sceglie un servizio.

Fin qui, si potrebbe discuterne come si discute di qualunque profezia. Il punto è che questo libro non descrive soltanto. Suggerisce una mossa. La mossa è l’uscita. Se il sistema è lento, litigioso, inefficiente, non lo ripari: lo aggiri. Se la politica è un pantano, non ci entri: ti sposti. Se lo Stato chiede troppo, non protesti: cambi residenza, cambi struttura, cambi moneta, cambi passaporto, cambi “contratto”. È un modo di pensare che oggi rivediamo in molte narrazioni contemporanee, dalla cultura cripto a certe idee di comunità digitali che sognano di diventare quasi-stati. Non sempre con la stessa radicalità, ma con lo stesso istinto: la libertà come fuga, non come patto.

Ed è qui che la domanda smette di essere relativa solamente alla società americana e diventa universale. Perché l’uscita non è una possibilità neutra. È un privilegio, o almeno una competenza. Non tutti possono scegliere dove vivere, dove pagare le tasse, dove curarsi, dove studiare, dove investire, con quale valuta e dentro quale quadro di regole. In teoria è un mercato. In pratica è una scala mobile: per alcuni sale, per altri resta ferma.

Se l’uscita diventa la strategia dei più capaci, che cosa succede alla parola “cittadinanza”?

La cittadinanza, per come l’abbiamo intesa nel Novecento europeo, era un patto imperfetto ma riconoscibile. Io contribuisco e, in cambio, ricevo diritti, protezioni, servizi, riconoscimento. Non era solo burocrazia: era una promessa, a volte mantenuta male, ma una promessa. Soprattutto: era un legame. Ti appartiene e tu le appartieni, nel bene e nel male.

La logica dell’uscita mette quel legame sotto stress. Se i più mobili possono sempre negoziare condizioni migliori altrove, il patto comune perde i suoi firmatari più forti: quelli che pagano di più, innovano di più, o semplicemente hanno più opzioni. A quel punto la cittadinanza rischia di trasformarsi in una cosa diversa: non più “noi”, ma “voi”. Non più comunità, ma sportello. Non più appartenenza, ma adesione forzata.

E, lentamente, la cittadinanza può diventare ciò che nessuno vorrebbe chiamarla, ma che molti temono: una tassa d’ingresso pagata da chi non ha alternative. I non mobili restano, i mobili scelgono. I primi finanziano ciò che resta del patto, i secondi lo usano quando conviene e lo evitano quando pesa. È una frattura che non si vede subito, perché si presenta come efficienza, libertà, modernità. Ma alla lunga produce una società a due velocità: una dove si governa per contratto individuale e l’altra dove si sopravvive per appartenenza obbligata.

C’è anche un’altra conseguenza, più sottile. Se l’uscita diventa virtù, la politica diventa un fastidio. Il compromesso diventa perdita di tempo. La solidarietà diventa sentimentalismo. È un mondo dove il cittadino ideale non è chi discute e costruisce, ma chi ottimizza e si sposta. Il problema non è che esistano persone mobili. Il problema è quando la mobilità diventa l’unica forma di libertà riconosciuta, e tutto il resto viene trattato come arretratezza.

Allora la domanda vera non è se lo Stato “reggerà”. È se sapremo reinventare la cittadinanza come qualcosa che non sia solo un recinto, ma nemmeno un servizio a consumo. Qualcosa che resti legame, senza diventare prigione; e che non diventi un pedaggio per chi non può comprare un biglietto di uscita.

Forse il punto non è impedire l’uscita. È renderla meno necessaria. Fare in modo che restare non significhi rassegnarsi, ma partecipare. Che la cittadinanza torni a essere una scelta ragionevole, non un destino.

Armando.