Fuori, in molte città, le sinagoghe preparavano le candele per ricordare la Notte dei cristalli.
Dentro lo schermo del telefono, un generale diventato vicesegretario di partito decideva che era il momento giusto per dare «ripetizioni di storia» a chi – secondo lui – l’ha studiata «sui manuali del Pd».
Il generale è Roberto Vannacci, eurodeputato e da qualche mese uno dei quattro vice di Salvini.
Il post è quello che ormai conosciamo: Mussolini «terzo deputato più votato d’Italia», la marcia su Roma che «non fu un colpo di Stato ma poco più di una manifestazione di piazza» (citazione dello storico Francesco Perfetti), il fascismo che «almeno fino alla metà degli anni Trenta» avrebbe esercitato il potere «attraverso gli strumenti previsti dallo Statuto Albertino», le leggi – «fino alle stesse leggi del 1938» – approvate dal Parlamento e promulgate dal re.
Detto così sembra una piccola lezione di diritto costituzionale. In realtà è il classico caso in cui i fatti non bastano: dipende da quali scegli, come li monti, soprattutto da che cosa lasci fuori.
Vannacci, nella sua autodifesa, in un articolo su Il Giornale, lo ripete come un mantra: io ho solo ricordato verità storiche inconfutabili.
Che Mussolini sia stato eletto nel 1921 è vero. Che il re l’abbia chiamato a Palazzo e gli abbia affidato l’incarico, è vero. Che la marcia su Roma si sia conclusa con un viaggio in treno e non con i carri armati davanti al Quirinale, è vero. Che le leggi – comprese quelle razziali del 1938 – siano passate per il Parlamento e siano state firmate dal sovrano, è vero.
Vannacci insiste: ricordare questi passaggi non significa assolvere nessuno. Una legge può essere approvata in modo formalmente impeccabile e restare lo stesso mostruosa: lo stupro come reato contro la morale fino al 1996, il “delitto d’onore” abolito solo nel 1981, la segregazione razziale negli Stati Uniti fino agli anni Sessanta.
Su questo, in teoria, siamo tutti d’accordo.
La sua tesi è: mi state processando non per ciò che ho scritto, ma per ciò che non ho scritto. Per non aver recitato il rosario laico obbligatorio – squadrismo, Matteotti, leggi fascistissime, dittatura – prima di azzardarmi a citare uno storico. Mi condannate per omissione. Mi volete incasellare nel “pensiero unico”. E, sullo sfondo, agita lo spettro delle “leggi memoriali” che, in Francia o altrove, trasformerebbero la storia in verità di Stato.
È una linea difensiva astuta. Ma non basta dichiararsi vittima per diventarlo davvero.
Guardiamo l’altra metà del campo.
Chi contesta questo post non nega le date, non nega gli atti. Dice un’altra cosa, molto semplice: la legalità di cui parla Vannacci è una legalità di facciata.
Sì, c’è il voto del Parlamento. Ma che Parlamento è, dopo anni di violenze squadriste, intimidazioni ai seggi, aggressioni a sindacalisti e oppositori?
Che Parlamento è dopo il delitto Matteotti, dopo la secessione dell’Aventino, dopo le leggi del ’25–’26 che sciolgono i partiti d’opposizione, imbavagliano la stampa, istituiscono tribunali speciali e confino? Uno degli storici più citati da chi ha preso sul serio il Ventennio, Renzo De Felice, non ha mai avuto dubbi nel parlare di dittatura; non di governo un po’ rude ma perfettamente “nei limiti dello Statuto”.
Se tu racconti solo che “il re non firmò lo stato d’assedio”, che “Mussolini arrivò comodamente in treno”, che “tutte le principali leggi furono approvate secondo le procedure”, togli la camera dal cavalletto e la punti solo sulle carte bollate. La violenza resta fuori campo. Le minacce restano fuori campo. Il silenzio forzato dell’opposizione resta fuori campo.
Da qui l’accusa di revisionismo: non perché inventi fatti inesistenti, ma perché selezioni quelli che ti servono e lasci nel buio il resto.
Il passaggio più urticante, per molti, è proprio quello sulle leggi razziali. In un post che pretende di “mettere in riga” chi ha studiato la storia a scuola, infilare la frase «fino alle stesse leggi del 1938» dentro un elenco di atti approvati regolarmente, senza una parola sul loro contenuto, è più che una svista. È un messaggio.
Lo ha detto con durezza la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, parlando di parole «vergognose» nel giorno stesso in cui si ricordava la Notte dei cristalli.
In altre parole: non ti si chiede di scrivere un tema sentimentale sulle persecuzioni. Ti si chiede di non giocare con il fuoco, soprattutto se sei un rappresentante delle istituzioni.
C’è poi il trucco più sottile: la foglia di fico della citazione.
Vannacci dice: io ho solo virgolettato Perfetti; eventualmente prendetela con lui. Come se citare uno storico, oggi, fosse un atto neutrale. Come se estrarre una frase – «non fu un colpo di Stato ma poco più di una manifestazione di piazza» – non fosse già una scelta politica.
Funziona così: prendo una formula spiazzante, la attribuisco a una firma accademica, la butto nel frullatore di Facebook, la accompagno con qualche dato selezionato, e quando arrivano le critiche alzo le mani: non sono io, è la storiografia. Io mi limito a “fare cultura”.
La verità è che nessuno storico serio si sentirebbe sollevato dalla responsabilità di quello che altri fanno con le sue frasi, estratte dal contesto. E nessun politico può nascondersi dietro i libri come un bambino dietro la gonna della madre. Se usi una citazione per costruire una narrazione pubblica, quella narrazione è tua. Nel bene e nel male.
Resta il nodo delle “leggi che decidono la verità storica”.
Tema grande, enorme. Da discutere a mente fredda.
Sì, esistono norme europee che puniscono il negazionismo e la propaganda di ideologie genocidarie.
Sì, il confine tra tutela delle vittime e imposizione di una verità di Stato va sorvegliato con attenzione.
Ma nel caso Vannacci non c’è nessun procuratore che bussa alla porta. Non c’è il tribunale, non c’è la legge Gayssot, non c’è un pubblico ministero che gli contesti “marcia su Roma” o “Statuto Albertino”.
C’è un’ondata di critiche, c’è l’irritazione degli alleati di governo, c’è il disagio di chi in quella storia ha perso famiglie intere.
Confondere la reazione dell’opinione pubblica con la censura di Stato è comodo: ti mette automaticamente dalla parte del coraggio, della dissidenza, della libertà di pensiero. Ma è un’altra scorciatoia. Qui nessuno gli sta togliendo la parola. Gli si sta dicendo: quello che dici ha un peso, soprattutto se porti un titolo, una divisa, un’ingombrante medaglia politica appuntata sul petto.
La domanda, allora, non è se Vannacci abbia il diritto di scrivere ciò che scrive. Ce l’ha, perché viviamo in una democrazia e non in una dittatura.
La domanda vera è: che cosa ci sta facendo, oggi, la politica italiana con la nostra memoria storica?
Se la storia diventa un campo di addestramento per nostalgici, un terreno di provocazione continua, una miccia per polarizzare ancora di più un Paese già esausto, abbiamo perso tutti.
Se invece la usiamo per fare quello che si dovrebbe fare sempre – mettere in relazione le procedure con i corpi, le leggi con le vite, i voti con le botte prese in strada – allora il dibattito su Vannacci diventa un’occasione. Faticosa, ma utile.
Perché è verissimo: una legge può essere perfettamente legale e profondamente ingiusta.
Quello che distingue la democrazia dalla dittatura è proprio la capacità di vedere la violenza anche quando si infila nei verbali, nelle firme, nelle maggioranze d’aula.
È questo sguardo che oggi dovremmo difendere. Non il diritto di trasformare la storia in un gioco di prestigio lessicale.
Armando





